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130 Portaluppi

Scoprire il grande architetto che ha rivoluzionato la Milano degli anni 20 e 30. Una bella mostra

Maurizio Crippa

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crippa@ilfoglio.it

6 Luglio 2018 alle 06:17

Probabilmente l’avrebbe rifiutata, con divertita sprezzatura, la dicitura di archistar. Fatta più di apparire che di sostanza, di rendering che di lavoro minuzioso, infaticabile. O almeno questa è l’impressione, appena si varca la soglia del suo studio – di quello che per decenni è stato il suo luogo di lavoro e ora è la sede della Fondazione, nata nel 1999 – e si fa, per così dire, conoscenza con Piero Portaluppi. Non soltanto, o non subito, col mitico architetto della borghesia milanese, l’artefice dei grandi progetti industriali che tra gli anni Venti e Trenta del secolo scorso disegnano la trasformazione e la modernizzazione italiana. Ma prima ancora con l’uomo ironico, poliedrico, disegnatore dal tratto essenziale. Col vignettista, e anche caricaturista, che in gioventù collabora professionalmente con giornali e riviste. Con il collezionista e con il creatore di mobili, per il suo studio e la propria casa. E infine anche con il cineamatore dall’eccellente colpo d’occhio che, con la sua inseparabile 16 millimetri, gira per le strade di Milano e ne documenta i cambiamenti: la città che non c’è più e quella, dopo la guerra, ricostruita. Un uomo curioso, eclettico. Che è poi, “eclettico”, è anche il termine che a lungo è stato usato dalla critica, forse per non saper che altro dire dello stile mai uguale dei suoi progetti e palazzi, delle sue proposte urbanistiche, la maggior parte rimaste sul disegno, o delle sue avveniristiche centrali elettriche. A proposito delle quali, suo suocero Ettore Conti, industriale del settore, scrisse: “Mi sono prefisso di lasciare un’impronta esteriore che dimostrasse come questa nostra generazione di industriali, se è chiamata a diffondere il prestigio della forza, non è però insensibile al sorriso della bellezza”.

 

E bellezza, e per un certa parte della vita di Portaluppi anche sorriso, e vitalità, è il pensiero che viene attraversando la mostra “130 Portaluppi”, che in 130 opere (disegni, progetti, fotografie, filmati, oggetti personali) racconta la storia di Piero Portaluppi a 130 anni dalla nascita (1888, mentre la data di morte, nella sua Casa degli Atellani, è il 1967). Una mostra minuta e preziosa – anche per capire qualcosa di com’è Milano oggi, e di come lo sia diventata – realizzata con materiale di proprietà della Fondazione Portaluppi stessa. C’è una sua frase, ad accogliere: “Di tutte le mie passate passioni, di tutte le variate tendenze, di tutti i variopinti pallini, di tutte le eclettiche manie, di tutte vi parlerò tranne dell’arte più comprensiva e completa, dell’arte che ho sempre coltivato e adorato, ma che ho sempre vilipeso e maltratto: ‘Madre architettura’”. Piero Portaluppi è stato un grande architetto (nonché docente al Politecnico), che ha segnato con la sua personalità il grande grande balzo in avanti di Milano tra le due guerre.

 

Architetture che hanno segnato una nuova iconografia della città borghese. Dal palazzo con l’arco in corso Venezia (l’arco era un obbligo urbanistico, ma altri progettisti avevano dato forfait, non avevano trovato l’idea), al Planetario Hoepli, al Palazzo della Banca Commerciale Italiana. Sulla porta dell’ufficio (è in mostra) aveva fatto disegnare una mappa di Milano degli anni 20, prima dei grandi sventramenti approvati nel 1934 che la modificarono profondamente. E nei quali lasciò la sua impronta, col palazzo dell’Ina di Piazza Diaz o il Palazzo Crespi in corso Matteotti, un’arteria che prima neppure esisteva. O creando quel gioiello privato che soltanto da pochi anni, per merito del Fai, è stato riscoperto dai milanesi e che è Villa Necchi Campiglio. Oppure i grandi restauri, perché sapeva far convivere il moderno e l’antico: la Casa degli Atellani, la Pinacoteca di Brera, Santa Maria delle Grazie. E le molte idee non andate in porto, come la bellissima sistemazione di Piazza Oberdan, rimasta una china.

 

Ci sono una cesura reale e la leggenda di una cesura, nella vita e nella attività. A cavallo della Seconda guerra. La morte del figlio, e dopo la Liberazionel’ostracismo (dai procedimenti di epurazione uscì prosciolto) col marchio della collaborazione col fascismo lo amareggiarono. E contribuirono a segnare un certo oblio. Ma è anche vero che i suoi progetti del Dopoguerra sembrano perdere la presa e il brio di prima. Così come si perde il tratto ironico, quello ade esempio di uno strepitoso disegno dedicato alla nuova Stazione Centrale, che stentava a venir pronta, e lui immagina un’inaugurazione con i tram che ormai volano in cielo con le ali: nel 2019.

 

Alla Fondazione Portaluppi, Via Morozzo della Rocca 5. Fino al 29 luglio.

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