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di Camillo Langone

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Aurelio Picca, il cantore monumentale di una Roma senza fine

Nel suo nuovo libro “Roma mia, non morirò più”, lo scrittore innalza un altare alla Capitale: cartoline che diventano vestigia, visioni che scavano nella profondità del Lazio e nella memoria di una città eterna. Un’opera vitalista e maestosa che lo conferma come leggenda vivente della nostra letteratura
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6 DEC 25
Ultimo aggiornamento: 03:58 AM
Immagine di Aurelio Picca, il cantore monumentale di una Roma senza fine

Aurelio Picca (foto Ansa)

Monumentale Picca, Aurelio Picca, lo scrittore-eroe che ha eretto un obelisco, una colonna traiana, un altare alla storia recente di Roma: “Roma mia, non morirò più” (La nave di Teseo). Un libro autobiografico, biografico, geografico, finanche toponomastico: “Piazza Vescovio. Ho provato per lei un vero delirio”. Composto di brevi capitoli che lui alla maniera di Arbasino (citato) chiama “cartoline” e che io definirei, più aulicamente, “vestigia”. Di una Roma insieme trascorsa e persistente, di una Roma infinita. Un libro potente, esaltante, che mette voglia di partire verso la Capitale anche a un convinto provinciale come me. Verso Roma o più moderatamente verso i Colli Albani (“affascinanti e segreti quanto quelli Euganei”) o comunque nel Lazio, la cui “vertigine non va misurata in altezza, bensì in profondità. I laghi erano vulcani; le città sono state costruite sulle tombe. Così il Lazio è sotto sé stesso”. Vitalista, visionario, massimalista, sia lodato urbi et orbi questo maestoso autore, cantore di leggende urbane e leggenda egli stesso. La letteratura italiana è viva se è vivo Aurelio Picca.

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Vive tra Parma e Trani. Scrive sui giornali e pubblica libri: l'ultimo è "La ragazza immortale" (La nave di Teseo).

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