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Don Massimo Camisasca e la deriva cattoprotestante

Dovevo fare spazio nella mia libreria. Ho scelto di togliere i suoi libri

19 Maggio 2018 alle 06:11

Don Massimo Camisasca e la deriva cattoprotestante

Il vescovo Massimo Camisasca

La mia libreria ha una capienza finita e ormai da parecchi anni mi costringe a un impietoso esercizio critico: l’eliminazione di un vecchio libro ogni volta che decido di accoglierne uno nuovo. Di solito è un’operazione che mi lascia pieno di dubbi: avrò scelto bene? Non è che un giorno, com’è già capitato, rimpiangerò il libro espulso? Ma oggi dubbi non ho, oggi elimino serenamente non uno bensì due libri, quelli di don Massimo Camisasca. Poco prima di diventare vescovo di Reggio Emilia, Camisasca scrisse “Il vento di Dio” e “Padre” in cui elogiava il canto gregoriano e la confessione, al contempo deprecando l’affidamento dei progetti delle nuove chiese ad architetti non credenti e la presente deriva cattoprotestante. Parole, soltanto parole. Domenica colui che in anni troppo lontani fu stretto collaboratore di don Giussani parteciperà, nella sua diocesi, a una veglia pro Sodoma e pertanto i suoi libri non possono più stare vicini alle “Confessioni” in cui Sant’Agostino scrive: “I delitti compiuti dai sodomiti devono essere condannati ovunque e sempre. Quand’anche tutti gli uomini li commettessero, verrebbero tutti coinvolti nella stessa condanna divina”. Quand’anche tutti i vescovi apostatassero (ma sembra che perfino nella fatiscente realtà cattolica italiana resistano vescovi cattolici a Trieste, Udine, Pavia, Carpi, Taranto, Lecce...), noi avremmo Sant’Agostino.

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