Rimpasto o rilancio? Che deve fare Meloni da qui al voto? Parla lo storico e politologo Giovanni Orsina

"Quando si parla di egemonia culturale a destra, si dimentica che si costruisce in decenni. Sentirla evocare dopo tre anni e mezzo sinceramente mi fa sorridere", dice il capo del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Luiss

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12 MAY 26
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Foto Ansa

Il referendum perso, il muro delle opposizioni sulla legge elettorale, la polemica esterna ed interna a FdI sulla Biennale di Venezia e sul ministero della Cultura, con (ieri) il licenziamento di due dirigenti del Mic da parte del ministro Alessandro Giuli, sulla scia del caso Regeni, e conseguente convocazione dello stesso a Palazzo Chigi: anche se il comunicato finale della premier (di “pieno sostegno” a Giuli) puntava a spegnere il fuoco, i giorni di tensione, uniti ai precedenti malumori attorno al ministero delle Imprese e del Made in Italy (tema: scarsa spinta allo sviluppo) fanno pendere una parte dei meloniani dal lato del rimpasto. Il governo Meloni ha un problema, a un anno o poco più dalle elezioni? Per lo storico Giovanni Orsina, capo del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Luiss, ferma restando “la necessità di inquadrare queste vicende nel più ampio contesto per così dire strutturale dell’intera esperienza di questo governo, dal 2022 a oggi”, se si vuole parlare di rimpasto “bisognerebbe avere chiaro chi si vuole cambiare, con quali risorse, per quali obiettivi e potendo contare su quali nomi alternativi – nomi che dovrebbero essere di altissimo livello. In ogni caso, con così poco tempo davanti, si rischia che i nuovi eventuali arrivati ci mettano mesi a orientarsi e non possano agire, con la campagna elettorale alle porte. Non siamo nella Prima Repubblica: allora con un rimpasto potevi cambiare uno o più ministri essendo sicuro che, chiunque arrivasse, avrebbe avuto dalla sua, quasi sempre, almeno una precedente esperienza governativa, seppure in un altro ministero. Oggi, se vuoi, per dire, sostituire Adolfo Urso, a meno che tu non sia in grado di resuscitare Guido Carli, beh, siamo sicuri che sarebbe una mossa vincente, a un anno dal voto?”.
Quanto al Mic, per Orsina il punto “non è tanto, di nuovo, sostituire il ministro – con chi? E per fare che cosa? — ma la mancata riflessione, intanto, sul fatto che il Ministero della Cultura, come da vecchia dicitura, è in realtà un ministero dei Beni Culturali: il compito di chi guida quel ministero è gestire risorse ben più che fare cultura in senso lato. E poi: quando si parla di egemonia culturale a destra, si dimentica che l’egemonia culturale si costruisce in decenni. Sentirla evocare dopo tre anni e mezzo sinceramente mi fa sorridere. Lo dico al di là dei nomi: che si parli di Gennaro Sangiuliano, Alessandro Giuli, Pietrangelo Buttafuoco o altri, si tenga presente che la strada è molto, ma davvero molto lunga, se l’ambizione è quella di una destra culturalmente egemone”.
Quanto alla recente virata della premier sui temi sociali, Orsina invita a chiedersi: “Quanto davvero si può investire oggi in questi campi?”. Soprattutto, quello che si potrebbe chiedere al governo, in senso critico retrospettivo, è: “Perché non è stata fatta fin da subito un’operazione profonda sul bilancio, recuperando risorse con un lavoro sistematico di spending review e rivedendo lo schema degli sgravi fiscali?”. Ecco, perché? “Ricordiamoci che il governo Meloni non ha avuto dagli elettori, nel 2022, un mandato rivoluzionario. Ha vinto, sì, ma in un’atmosfera da fine ciclo, con un paese impaurito. Non a caso, l’unica ‘riforma di struttura’ messa in campo dalla maggioranza, quella della giustizia, è stata bocciato al referendum. Il paese, con Meloni, non cercava avventure”. Ma ora che cosa dovrebbe fare il governo se non vuole vivacchiare? “Dare un segnale politico di rilancio: prendere un tema di grande impatto che colpisca la fantasia degli elettori (e il loro portafogli) e puntare tutto su quello, investendo tutte le poche risorse a disposizione – che si tratti del Piano casa o della questione demografica. Non c’è tempo per fare altro, non ci sono grandi risorse e non circolano grandi idee”. C’è però, in mezzo alla via, la legge elettorale. “Forse il centrodestra riuscirà a farla, ma in termini di comunicazione potrebbe essere uno svantaggio, con le elezioni alle porte”. Sul piano internazionale, invece, dice Orsina, “Meloni sta gestendo le cose in modo abile e reattivo rispetto alle circostanze, come si è visto con il recente bilanciamento in chiave europeista dopo una prima fase spiccatamente atlantista”. A valle cioè delle scelte e delle parole drastiche (e offensive) di Donald Trump. “Il paese, io credo, percepisce quest’azione di Meloni e le riconosce un ruolo da protagonista. Punterei quindi sulla credibilità, in vista del voto, specie vista la credibilità assai minore, in politica estera, degli avversari”.