Solo l’Europa può fare la festa a Trump

L’unica strada per Meloni per trovare un nuovo equilibrio con Trump non passa dal rapporto con Rubio ma dal rapporto con l’Europa. Le catene da spezzare a destra per aiutare l’Europa a diventare finalmente grande 

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9 MAY 26
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Foto ANSA

Sembra uno scioglilingua ma è la fotografia perfetta del momento in cui ci troviamo. Per fare pacificamente la festa a Trump, senza farsi fare invece la festa da Trump, bisogna avere il coraggio di festeggiare con forza l’Europa, di celebrarla per quello che è, per quello che è stata, per quello che sarà, per quello che difende, per quello che ci può offrire nell’unica partita che oggi conta davvero: la difesa delle libertà. L’incontro tra Marco Rubio e Giorgia Meloni ieri è andato come è andato. Qualche tentativo di Rubio, simpatico ma non sappiamo quanto efficace, di cercare punti di contatto con l’Italia, un’Italia che il suo capo ufficio, Donald Trump, ha preso a schiaffi nelle ultime settimane con un’intensità seconda solo agli schiaffi mollati da Trump al Pontefice. Rubio, in mattinata, poco prima di ricevere l’albero genealogico dei suoi avi piemontesi, un discendente italiano non si nega a nessuno, ha fatto sapere di amare l’italiano, di trovarlo molto simile allo spagnolo, di essere arrivato al punto di capirlo e a un passo dal parlarlo. E’ possibile che Rubio capisca qualcosa di italiano, in bocca al lupo. Ma non sappiamo se la sua Amministrazione, Rubio compreso, abbia capito (a) la ragione per cui gli italiani, Meloni compresa, non capiscono gli americani e (b) la ragione per cui il trumpismo ha creato con l’Italia un solco difficilmente rimarginabile (forse rimarginabile solo con un ripescaggio dell’Italia ai Mondiali: Make Azzurri Great Again, come direbbe il nostro Minuz). Guerre commerciali, protezionismo, dazi, minaccia di invadere la Groenlandia, europei trattati come parassiti, sostegno ai movimenti di estrema destra, tentativo di dividere l’Europa, desiderio di indebolire l’Ucraina, triangolazione forsennata con la Russia, infrastrutture umanitarie indebolite nell’Africa centrale, con tutte le conseguenze possibili sull’afflusso di migranti nel continente, indifferenza rispetto alla guerra ibrida della Russia, europei costretti a pagare l’America per garantire armi all’Ucraina, umiliazione dei soldati italiani morti nella guerra in Afghanistan, guerre condotte con superficialità in zone sensibili per l’Europa, prezzi che si alzano a causa di quelle guerre, minacce di uscita dalla Nato, minaccia di allontanare i soldati americani dall’Europa e così via. Meloni, da parte sua, potrà cercare anche di trovare nuovi punti di contatto con l’Amministrazione trumpiana, sperando che in caso di viaggi in America la premier non candidi nuovamente Donald per un Nobel per la Pace

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Ma al netto dei piccoli elementi di contatto trovati ieri da Meloni con Rubio – richiesta all’America di avere dazi alleggeriti in Europa su settori strategici per l’Italia, come il vino, richiesta americana di giocare un ruolo in Libano per provare a cercare un punto di contatto tra governo israeliano e governo libanese – il punto ineludibile della posizione italiana è che non esiste alcun riequilibrio possibile dei rapporti tra Italia e Stati Uniti senza che quel riequilibrio passi dalla necessità da parte di Meloni di lavorare per avere un’Europa più forte, più solida, più integrata, più resiliente, più efficiente, più veloce, più grande, più in grado dunque di trovare i giusti anticorpi per arginare il trumpismo. Oggi, lo sapete, è la festa dell’Europa, e oggi compie un anno anche il nostro Foglio europeo, e nel giorno della festa dell’Europa non si può non essere orgogliosi di tutto ciò che l’Europa sta facendo, ha fatto e continuerà a fare, a partire dal sostegno all’Ucraina, per difendere i valori non negoziabili delle società aperte, che nessuno al mondo oggi difende con la stessa forza con cui lo fa l’Europa. L’Europa, in questo sciagurato anno e mezzo trumpiano, o poco più, ha fatto alcuni passi da gigante che abbiamo spesso ricordato su questo giornale. Ha iniziato a spendere di più sulla Difesa, ha continuato a investire sulla sicurezza dell’Ucraina, ha costruito preziosi accordi di libero scambio con Indonesia, India e paesi del Sud America, ha sbloccato decine di miliardi di euro di finanziamenti a Kyiv, ha ideato Eurobond per la ricostruzione dell’Ucraina, si è avvicinata come non mai negli ultimi dieci anni al Regno Unito, ha contenuto l’impatto dei dazi trumpiani commerciando con il mondo come mai prima d’ora, ha contenuto l’ondata dei populismi nell’est dell’Europa, ha mostrato una coesione mai vista prima contro le minacce trumpiane, come sulla Groenlandia, e la sua capacità di resistenza, di resilienza, di ripartenza è stata sorprendente, incoraggiante e per alcuni versi persino entusiasmante. Scommettere sull’Europa oggi non significa accontentarsi dei suoi piccoli e grandi successi ma significa provare a scommettere su un’Europa in grado di fare i giusti passi in avanti per provare a diventare grande. Per governare il disordine trumpiano, avere un’Europa più ordinata, più ambiziosa, più forte è necessario. Ma per avere un’Europa desiderosa di andare in quella direzione, è necessario per l’Italia scegliere da che parte stare.
Le possibilità sono due. La prima è accontentarsi dello status quo e rallegrarsi per la resistenza dell’Europa. La seconda è non accontentarsi dello status quo e combattere per rendere possibile l’esistenza di una nuova Europa. Nel secondo scenario il ruolo dell’Italia, nei prossimi mesi, potrà essere importante, se solo si sceglierà di giocare questa partita, perché, per quanto possa apparire debole il governo Meloni, la verità è che in Europa continuano a esserci governi infinitamente più deboli di quello italiano. La stagione di Macron sta per volgere al termine: si voterà ad aprile 2027 e chissà quale coniglio dal cilindro uscirà dalle presidenziali francesi. La stagione di Merz si trova di fronte a uno stallo: la debolezza del cancelliere tedesco la si misura sul fronte interno, dove la maggioranza scricchiola ogni giorno, ma anche sul fronte esterno, con un ruolo della Germania in politica estera ai minimi storici. La stagione di Sánchez in Spagna è come sempre appesa a un filo: si voterà a maggio del prossimo anno, ma un governo che non riesce a portare in Parlamento una legge di Bilancio da ormai due anni è un governo che non ha speranza di toccare palla in Europa. Potremmo parlare, fuori dai confini dell’Ue, delle condizioni di Keir Starmer, premier laburista inglese clamorosamente azzoppato dopo il voto amministrativo di giovedì, che ha dimezzato la presenza del Labour. Ma il punto è quello. Il governo italiano resta il più solido in Europa, quello con la maggioranza più forte, persino più coesa, con un partito di maggioranza che nonostante tutto ha un consenso ancora molto alto (ieri, su Repubblica, dicesi Repubblica, Ilvo Diamanti ha scritto che FdI è al 26,6 per cento, alle politiche era al 22, e che il gradimento della premier è superiore di un punto percentuale rispetto a quello che aveva a settembre) e con una prospettiva di durata leggermente superiore a quella di altri paesi, si voterà a settembre del 2027 (tutto lascia intendere che Meloni stia perdendo la tentazione di anticipare il voto).
In questo quadro, per la premier, provare a giocare una partita in Europa è cruciale non solo per avere uno scudo da usare per difendersi dalle isterie del trumpismo, non solo per poter dimostrare che il suo essere non trumpiana è un percorso irreversibile, ma anche per provare a fare quello che in quattro anni non è riuscita ancora a fare: abbandonare la retorica euroscettica, esplicitare la sua alleanza con il Ppe, uscire dalla logica del lamento sulle regole ingiuste, abbracciare con più forza di oggi la causa ucraina e muoversi per superare la stagione dell’unanimità su politica estera, Difesa, fiscalità, allargamento, bilancio, sanzioni, costruendo alleanze larghe in Europa anche con famiglie diverse dalla propria. La riconciliazione con l’America è possibile, quella con Trump è utopistica, ma quale che sia la direzione che prenderà l’Europa, l’Italia di Meloni per evitare di farsi fare la festa da Trump dovrebbe trovare in fretta una battaglia da abbracciare per aiutare l’Europa non solo a festeggiare quello che è ma per prepararsi finalmente a diventare grande.