I fantasmi di Urso. Teme la sostituzione e attacca frontalmente Giorgetti. Le “manine” e le critiche a Perrotta

Il titolare del Mimit contro il ministro dell'Economia e la ragioniera dello stato: "Non mi ascoltano". Ora ha paura che qualche "manina" stia lavorando per fargli perdere il posto. E cerca una sponda nel presidente di Confindustria Orsini

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9 MAY 26
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In giornalese si direbbe “volano gli stracci”. Urso contro Giorgetti e la Ragioneria dello stato non è più, però, soltanto un riempitivo da retroscena: è la scena. Ieri il ministro delle Imprese lo ha esplicitato con toni inediti: “I tempi di Transizione 5.0 si sono allungati perché non ci hanno ascoltato. Il vincolo sul Made in Europe era sbagliato”. Il riferimento al Mef è evidente. Così come l’astio verso la ragioniera dello stato Daria Perrotta che “ci ha chiesto di modificare il decreto e di togliere il cloud e di inserire ulteriori comunicazioni delle imprese”. Pure sullo “svuotamento” degli incentivi alle imprese Urso ha rintracciato la sua “manina”.
Si capiva almeno da qualche mese che sarebbe potuta andare a finire così. Urso non voleva il taglio delle accise e in più occasioni ha fatto capire che avrebbe preferito un cospicuo rifinanziamento della social card per i redditi più bassi. S’era speso a dirlo persino in Parlamento, battibeccando con Renzi. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e la premier Meloni hanno fatto tutto il contrario. Poi aveva promesso oltre un miliardo per Transizione 5.0 e tutt’a un tratto, sempre per esplicita volontà del Mef, glieli avevano definanziati coprendo solo il 35 per cento dei crediti d’imposta promessi. S’è dovuto allora battere per riaverli indietro, quei fondi, manifestando un certo scontento per dover essere quello che “ci mette sempre la faccia con le imprese”. E ravanando alla bell’e meglio per trovare altri 200 milioni dai conti del Mimit. Ma non sapeva che l’affaire non era affatto chiuso. Una serie di malintesi e imbarazzi, anche personali, che piano a piano sono andati a comporre un quadro ben preciso. “Ma non è che stanno cercando di ostacolarmi?”. Quasi si augurassero, Giorgetti e il Mef, una sua sostituzione da Palazzo Piacentini.
Su Transizione 5.0, come detto, le doglianze di Urso hanno riguardato anche la Ragioneria dello stato. Questo perché, nonostante il tempo perso a causa della clausola sul made in Italy, al decreto attuativo scritto dal Mimit l’organo tecnico che fa capo al Mef ha chiesto di eliminare la copertura degli investimenti “in cloud”. Oltre a scartoffie aggiuntive per far partire le domande. “Noi non eravamo d’accordo”, è il senso delle parole molto dure usate ieri da Urso. Che non a caso, nonostante alcune critiche delle associazioni territoriali come Confindustria Lombardia (proprio al Foglio), ancora in questi giorni ha cercato di giocare di sponda con il presidente nazionale di Confindustria Emanuele Orsini. Giovedì, per dire, i due hanno partecipato uno accanto all’altro a un evento-intervista di Sky Tg24, in cui hanno espresso posizioni particolarmente allineate. Urso ha anche aggiunto che “l’apprezzamento delle imprese c’è” e che su “Transizione 5.0 contano i numeri, non le fake news”.
C’è un ulteriore elemento che però inquieta il titolare del Mimit, forse più del capitolo iperammortamento. Lo scorso 27 marzo il governo ha licenziato uno schema di decreto legislativo sulla riorganizzazione degli incentivi alle imprese che, in accordo con i principi del Pnrr, vorrebbe drenare le risorse dagli strumenti meno efficaci a misure considerate più efficienti, prioritarie. A quel decreto la Ragioneria dello stato ha apposto la bollinatura il 31 marzo. Ma è stata la stessa Direzione generale per gli incentivi alle imprese del Mimit a denunciare, in una memoria depositata presso le commissioni Industria del Senato e Attività produttive della Camera (l’ha scoperto il Sole 24 ore) una “differenza sostanziale” tra i due testi. “In primo luogo, sotto il profilo dei contenuti, il decreto risulta totalmente svuotato e privato della sua parte centrale e pregnante. Con l’attuale versione viene infatti disposto uno stralcio completo delle precise disposizioni che avrebbero regolato la razionalizzazione e il riordino dell’offerta di incentivi del Mimit”, si legge nel documento. Non è una divergenza di poco conto perché anche da questo capitolo di spesa le imprese, Confindustria in testa, sperano di racimolare altre risorse. Soprattutto in una fase di ristrettezza economica che potrebbero significare che alle richieste del Mimit, nella prossima legge di Bilancio, potrebbero essere riservate briciole. Dal Mef hanno risposto che nella valutazione e nella bollinatura “sono stati valutati i rischi sulle finanze pubbliche”. Tanto che la riforma è stata rinviata alla legge di Bilancio. Una concordanza, quella tra Giorgetti e Perrotta, che scatena apprensioni in Urso. Sempre più convinto del fatto che ci sia qualcuno che rema contro il suo lavoro. Per agevolarne, chissà, il benservito da parte di Meloni e del governo.