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Il cambio di Transizione 5.0 riporta a galla le tensioni tra Urso e Giorgetti
Nella scrittura del decreto attuativo vengono introdotte condizioni "peggiorative" per le imprese. Il ministro del Made in Italy: "Adottato di concerto con Mef e Ragioneria dello stato". E Confindustria si scalda: "Una modifica sostanziale che cambia i nostri piani"
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6 MAY 26

Il presidente di Confindustria Emanuele Orsini aveva lasciato l’incontro al ministero delle Imprese e del Made in Italy, lo scorso 1 aprile, lodando il ministro Urso per lo sblocco di 1,5 miliardi di Transizione 5.0. I due avevano poi rafforzato l’interlocuzione con addirittura tre incontri avuti ad aprile. Solo che ieri, dopo la firma del Mimit proprio al decreto su Transizione 5.0, gli industriali hanno fatto un salto dalla sedia. Leggendo la norma, infatti, s’è scoperto che è stata introdotta una nuova certificazione da chiedere per completare la domanda. E soprattutto sono stati esclusi nel computo degli investimenti che possono accedere all’iperammortamento quelli nei software in cloud. A dire quali siano allora gli umori della categoria basta forse la sintesi offerta da Paolo Streparava, presidente di Confindustria Brescia, una della articolazioni territoriali che più si era battuta per il ripristino dei fondi. “L’ennesima modifica in corso d’opera su 5.0 rappresenta un segnale estremamente negativo per il sistema industriale. Non si tratta di un semplice aggiustamento tecnico, ma di una modifica sostanziale dei presupposti economici e operativi su cui le imprese hanno costruito i propri piani di investimento”, ha detto Streparava.
In effetti l’aggravio di documentazione di cui le imprese dovranno incaricarsi, unita allo scomputo di un asset considerato prioritario dalle aziende come le dotazioni software in cloud, hanno fatto storcere il naso allo stesso Urso (che oggi sarà alla Camera per un rispondere a un question time). E la ragione è presto detta. Ieri il ministro ha rilasciato un’intervista al Messaggero Veneto in cui ha specificato che il decreto attuativo di Transizione 5.0 “è stato concertato con il Mef e la Ragioneria, dopo la rimozione del vincolo del made in Europa”. In pratica tirando in ballo il ministero dell’Economia e delle Finanze per una norma che in effetti non era quella originaria (e che non riguarda una proposta specifica del Mimit). Ma nondimeno la firma al decreto attuativo, arrivato oltre un mese rispetto al ripristino dei fondi, farà slittare di alcune settimane la sua entrata a regime. Questo perché adesso il decreto passerà al vaglio della Corte dei conti e, per ammissione dello stesso Urso, dovrebbe entrare in vigore “a inizio giugno”.
Quando s’era trattato di tagliare i fondi per Transizione 5.0, al Mimit non avevano mai nascosto la loro insofferenza per una scelta che reputavano “totalmente in capo al ministero dell’Economia”. Quando poi quei fondi erano stati di nuovo sbloccati, da Palazzo Piacentini avevano molto insistito sull’ulteriore dote di 200 milioni di euro, “trovata interamente all’interno del nostro ministero”, s’erano affrettati a spiegare fonti del Mimit. Soprattutto, dalle parti di Urso avevano con (legittima) grande soddisfazione evidenziato le parole di Orsini che aveva riconosciuto al ministro di aver lavorato “a difesa delle imprese”, manifestando tutto il suo “apprezzamento”. Proprio in quell’occasione, peraltro, i toni del Mef erano rimasti molto più soft. Anche perché erano le settimane in cui, anche in Transatlantico, qualcuno malignava la volontà di Giorgetti di avere al Mimit un ministro “più amico”. E anche per questa ragione non erano passate inosservate le indiscrezioni che volevano come nuovo futuribile ministro delle imprese Luca Zaia. Che però, nel frattempo, si è guardato bene dal farsi ingolosire dalla proposta.
La nuova norma che esclude gli investimenti in cloud, peraltro, ha già prodotto l’effetto di compattare gli operatori del settore, riuniti dell’associazione di categoria Assintel-Confcommercio, che hanno già chiesto al governo di fare dietro front. “Il software as a service rappresenta oggi l’80 per cento del mercato con cui le imprese adottano tecnologia e innovazione. Escluderlo dagli sgravi significa, nei fatti, escludere dagli incentivi la modalità prevalente con cui il tessuto produttivo italiano accede al digitale”, dice la presidente Paola Generali. E persino la Cisl, considerata non ostile al governo, ha espresso critiche verso il provvedimento.
Se insomma l’opposizione di Confindustria da Brescia si estendesse anche al Veneto di Urso, sarebbe l’inciampo perfetto per rinverdire un dualismo, quello con Giorgetti, che sembrava sopito e che invece sembra sempre pronto a riaffiorare a galla.
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Pugliese, ha iniziato facendo vari stage in radio (prima a Controradio Firenze, poi a Radio Rai). Dopo aver studiato alla scuola di giornalismo della Luiss è arrivato al Foglio nel 2019. Si occupa di politica. Scrive anche di tennis, quando capita.