Rendere l’Italia più autonoma dal doppio ricatto dei tagliagole e dei putiniani si può. Il caso del gas, con qualche notizia

Da Baku al Golfo, il dossier energetico mostra il vero anti trumpismo possibile: non la polemica contro Washington, ma rendere l'Italia e l'Europa più indipendenti diversificando gli approvvigionamenti 

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6 MAY 26
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La premier Giorgia Meloni e il presidente della Repubblica dell’Azerbaigian Ilham Aliyev (foto LaPresse/Palazzo Chigi/Filippo Attili)

Denys Shtilerman è un ingegnere e imprenditore ucraino, è cofondatore di Fire Point, azienda della Difesa nata dopo il 2022, guida lo sviluppo di droni e sistemi avanzati usati dalle forze armate ucraine, è una figura simbolo della nuova industria militare tecnologica del paese e qualche giorno fa ha scritto un lungo post su X per raccontare una storia interessante che riguarda un viaggio di Giorgia Meloni intorno al quale si è discusso per le ragioni sbagliate. Il viaggio in questione, che si lega perfettamente alla visita di lunedì della premier in Azerbaigian, è quello fatto qualche settimana fa da Meloni nei paesi del Golfo. In Italia, quel viaggio ha fatto notizia per essere stato il primo atto pubblico compiuto dalla premier dopo la dolorosa sconfitta al referendum (l’opposizione parlò di “fuga”).
Shtilerman ha fatto qualche calcolo, ha messo insieme alcuni dossier, ha sviluppato alcuni ragionamenti e ha dato a quel viaggio una valenza diversa. Secondo Shtilerman, l’Italia, con quel viaggio, tra Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Qatar, ha tentato di trasformare una crisi energetica in una prova di autonomia strategica europea. La guerra del Golfo, come è noto, ha costretto l’Italia a fare i conti con un deficit energetico che va oltre il blocco di Hormuz. A fine marzo, un attacco iraniano a Ras Laffan, imponente polo energetico situato a 80 chilometri a nord di Doha, ha costretto il Qatar a ridurre del 17 per cento le forniture mondiali di gas naturale liquefatto (Gnl), di cui il Qatar è un grande esportatore. E in quel 17 per cento ci sono anche i 10 miliardi di metri cubi di Gnl che arrivano ogni anno nel nostro paese. Per ovviare a questo problema, l’Italia, in quel quadrante, ha messo in campo una strategia interessante che rappresenta un’alternativa concreta alla fase precedente alla crisi del Golfo: petrolio saudita via oleodotto Petroline fino al Mar Rosso (aggirando Hormuz), greggio emiratino tramite il terminale di Fujairah (fuori dallo Stretto), e un ruolo industriale italiano nella ricostruzione del Qatar con accesso futuro anche al progetto Golden Pass Lng negli Stati Uniti. Il punto politico segnalato da Shtilerman è che l’Italia non è solo consumatore: con Trieste e il gasdotto Tal alimenta Baviera, Austria e Repubblica Ceca. Da qui la conseguenza politica: mentre gli Stati Uniti appaiono meno prevedibili, l’Europa – attraverso mosse come questa – inizia a comportarsi da attore autonomo, riducendo la dipendenza da singoli fornitori e trasformando una crisi in una leva strategica per mostrare più autonomia (e anche la visita fatta due giorni fa in Azerbaigian, da parte dell’Italia, aveva proprio questo fine: trovare un modo per far sì che Baku, secondo fornitore di petrolio e di gas per l’Italia, con quote intorno al 17 e al 16 per cento del fabbisogno nazionale, possa collaborare con l’Italia e con l’Unione europea per far arrivare ancora più gas e petrolio nel nostro paese, prevedendo magari un raddoppio, per quanto riguarda il gas, del famoso Tap, che un pezzo della sinistra italiana ha fatto di tutto per non avere, in Puglia, e che in questi anni ha offerto invece la possibilità all’Italia di emanciparsi progressivamente dal gas russo). L’elemento interessante del post di Shtilerman è che ci ricorda che l’Italia non è esposta verso Hormuz sui volumi, ma sui prezzi. 
Sia se parliamo di petrolio sia se parliamo di gas, i quantitativi che transitano dallo Stretto verso l’Italia sono di circa il 10-15 per cento del fabbisogno totale italiano. Volumi importanti, ma non critici. L’unico elemento di maggiore criticità è quello del Qatar, nostro fornitore di Gnl, che copre il 10 per cento del nostro fabbisogno di gas e che vede un rapporto di lungo termine con il rigassificatore di Rovigo. Fonti del governo confermano al Foglio che il tema del Gnl è stato sollevato nell’incontro con l’emiro da parte dei vertici dell’esecutivo italiano, per assicurarci, in un momento in cui soprattutto le nazioni asiatiche maggiormente esposte verso Hormuz effettuavano una forte pressione verso il Qatar, che nell’individuare le misure di mitigazione, QatarEnergy tenesse in debito conto le esigenze dell’Italia. Le fonti consultate dal Foglio indicano che il primo carico sostitutivo, dal Qatar, dovrebbe arrivare in Italia proprio nell’ambito di un accordo con Edison, che è uno degli acquirenti colpiti dalla perdita di forniture dopo il danneggiamento di due “treni” produttivi dell’impianto di QatarEnergy Lng. Che cosa sono questi “treni”? Sono linee industriali di produzione del Gnl. Nel caso specifico, i volumi a lungo termine destinati a Edison erano collegati al treno S2 T2 di QatarEnergy Lng, che ha una capacità di 4,7 milioni di tonnellate all’anno. Questo treno è uno dei due che sarebbero stati gravemente danneggiati dall’attacco missilistico. Secondo l’amministratore delegato di QatarEnergy, Saad Sherida al Kaabi, la ricostruzione richiederà fra i tre e i cinque anni. Per questo motivo, QatarEnergy avrebbe bisogno di trovare una fonte alternativa per onorare, almeno in parte, i contratti già esistenti. Una possibilità è usare i volumi del progetto Golden Pass, negli Stati Uniti, il grande progetto Gnl legato a QatarEnergy e a ExxonMobil. In sostanza: invece di mandare a Edison il gas liquefatto prodotto in Qatar dai treni danneggiati, QatarEnergy potrebbe instradare verso Edison il gas prodotto negli Stati Uniti da Golden Pass. Lo stesso schema si può dire sia stato seguito sull’Algeria, prima del Golfo, che rappresenta l’elemento chiave per le importazioni di gas dell’Italia, e oggi su Baku. Sia nel caso dell’Algeria sia nel caso del Qatar (vedremo ora con Baku) sono stati ottenuti volumi ulteriori che non erano previsti prima delle missioni. Per quanto riguarda l’Algeria, il governo ha dato ampie rassicurazioni, a livello di vertici politici, che l’Algeria prenderà in considerazione le esigenze italiane, contribuendo così ad assorbire anche eventuali choc. Dal punto di vista commerciale, ovvero la negoziazione di volumi, prezzi e periodi di contratto su cui è impegnata Eni, con il sostegno ovviamente del governo, sono in corso negoziati che si inseriscono in un quadro di lungo periodo.
In generale, spiegano altre fonti a conoscenza del dossier, la strategia di protezione energetica per il governo consiste nel diversificare le forniture e nel rafforzare la resilienza del sistema paese. Gli investimenti su cui il governo scommette di più sono, oltre ai già citati, quelli in Congo, Mozambico, Venezuela, Azerbaigian, Argentina e altri. Il destino del Golfo, per Meloni, per l’Italia, è importante per ragioni energetiche, che riguardano i volumi più che i costi. Per l’impegno diplomatico su Hormuz e sulla tutela della libertà di navigazione il governo è pronto a schierare unità navali nel quadro di una missione internazionale che si sviluppi in un contesto post conflitto, con una postura esclusivamente difensiva e in coordinamento con tutti gli stati della regione. Per l’impegno per così dire industriale il governo ha offerto la disponibilità a sostenere la riabilitazione delle infrastrutture strategiche energetiche, in particolare Ras Laffan in Qatar, il cui danneggiamento ha un impatto molto forte sul prezzo del gas. Il post di Shtilerman esagera in alcuni passaggi e scommette su due premesse forse esagerate. Primo: che l’Italia abbia grandi leve per convincere i sauditi a dare più petrolio all’Italia. Secondo: che l’Italia abbia costruito rapporti privilegiati che altri non hanno con il Qatar per sostituire il gas. Il post poi, come confermano fonti consultate dal Foglio a conoscenza del dossier, esagera anche su un altro tema che riguarda la storia sul greggio saudita da far arrivare in Germania perché l’approvvigionamento da Trieste alla Baviera è dominato dal greggio di origine kazaka e mediterranea e l’infrastruttura funziona già a massimo regime. Ma il senso del ragionamento di Shtilerman è interessante e prezioso: l’Italia – non solo nel Golfo – si sta dando da fare per rendere il suo approvvigionamento energetico sempre meno dipendente dal gas russo e sempre meno dipendente dai ricatti iraniani. Ci vorrà del tempo prima di diventare autonomi e indipendenti. Ma il punto interessante su cui riflettere è questo: Meloni non diventa anti trumpiana perché attacca Trump, ma perché si comporta come se l’Europa dovesse sopravvivere alla stagione conflittuale che Trump ha aperto con l’Europa. I risultati sono ancora tutti da vedere ma se c’è un tema su cui oggi maggioranza e opposizione dovrebbero cercare dei punti di contatto è sull’anti trumpismo che conta: come fare qualcosa in Italia per rendere il nostro paese e l’Europa più autonomi sull’energia dai ricatti dei tagliagole iraniani e degli estremismi putiniani.