La tentazione del gas russo di fronte alla crisi di Hormuz

“Procedere con cautela” non è una posizione neutrale, ma è una scelta che consegna a Mosca il potere di determinare i tempi dell’uscita dell’Europa dalla dipendenza. La risposta giusta non è rallentare la transizione, ma accompagnarla con misure di protezione sociale e industriale che assorbano l’impatto sui consumatori vulnerabili

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17 APR 26
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Foto LaPresse

Il 12 aprile scorso, a margine della scuola di formazione politica della Lega, l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalziha lanciato una proposta che ha immediatamente riacceso il dibattito energetico europeo: sospendere il bando al Gnl russo previsto per il 1° gennaio 2027, quello che riguarda i contratti pluriennali da 20 miliardi di metri cubi stipulati prima del giugno del 2025. Una richiesta che, più che rispondere alla crisi, rischia di consegnarci definitivamente a essa. La sua potrebbe essere la prima delle voci che seguiranno in Europa. Quando un interlocutore di quel calibro, nel pieno della crisi di Hormuz, chiede pubblicamente di rallentare l’uscita dal gas russo, non sta solo esprimendo una preferenza gestionale: sta aprendo una breccia. E le brecce, in politica energetica come altrove, tendono ad allargarsi. Se lo Stretto di Hormuz dovesse restare instabile per mesi, se i prezzi del gas continuassero a mordere le bollette industriali e domestiche, se il prossimo inverno si presentasse con stoccaggi insufficienti, Descalzi non resterebbe solo. Potrebbero seguirlo altri ceo del settore energetico, poi qualche governo sotto pressione elettorale, poi interi gruppi parlamentari europei, inclusi quei populisti che già oggi chiedono di riaprire i gasdotti russi e che in questa crisi troverebbero l’argomento che aspettavano.
Sollevare il tema è comprensibile, anche se la sede, una scuola di formazione del partito filorusso, era quantomeno discutibile. Ma la diagnosi è sbagliata e la terapia lo è ancora di più. Il primo errore di prospettiva riguarda il rapporto tra la crisi di Hormuz e il gas russo. Descalzi presenta i 20 miliardi di metri cubi di Gnl russo come una necessaria risposta alla vulnerabilità europea. Ma le due crisi hanno origini, tempi e geografie diverse. Lo Stretto di Hormuz è attraversato da circa il 20 per cento del commercio mondiale di Gnl. L’impianto di Ras Laffan in Qatar ha riportato danni che hanno rimosso dal mercato il 17 per cento della capacità export qatarina. E’ qui il buco vero. Ma le importazioni di gas dal Qatar coprono appena il 4 per cento della domanda europea, mentre è l’Asia – Cina, India, Corea del sud – ad assorbire oltre la metà dei volumi che transitano per quello Stretto. Il vero problema per l’Europa è indiretto: la riduzione dell’offerta globale di Gnl innesca una competizione più aggressiva tra acquirenti, e i carichi flessibili vengono contesi con maggiore intensità. E’ una dinamica che diverse analisi – tra cui quelle di Bruegel – invitano a leggere come uno choc di mercato globale, più che come un problema risolvibile attraverso singole relazioni bilaterali.
Il gas russo di Yamal arriva dall’Artico, non passa da Hormuz, e non risolve questo problema strutturale. Semmai, aumentarne la dipendenza ci espone a un secondo punto critico, invece di uno. I dati lo confermano: nel primo trimestre del 2026 le importazioni di Gnl russo da Yamal sono già aumentate del 17 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025, con il 97 per cento dei carichi diretti in Europa. Il mercato si è già autocorretto nei limiti del possibile. Ma la differenza tra acquistare Gnl russo sul mercato spot durante un’emergenza, come avviene già, e reinstaurare contratti pluriennali vincolanti è abissale. La prima è flessibilità; la seconda è dipendenza. Non tutti i paesi europei soffrono allo stesso modo nella crisi attuale. I più esposti sono quelli che importano volumi significativi direttamente dal Qatar – è il caso dell’Italia o del Belgio – e quelli che dipendono maggiormente dal gas per la produzione di energia elettrica: quando il prezzo del gas sale, la bolletta elettrica segue a ruota. E’ quindi comprensibile che ci si guardi intorno cercando volumi a prezzi decenti. Ma la risposta russa è precisamente quella che non possiamo permetterci.
Chi difende la posizione di Descalzi non chiede necessariamente di tornare alla dipendenza pre 2022. L’argomento più sofisticato è diverso: non si tratta di riaprire i gasdotti russi come prima del 2022, ma di procedere con più gradualità nell’abbandonare quella quota residua di Gnl. E a questo si aggiunge una considerazione di realismo politico: l’aumento delle bollette che deriverebbe da una transizione troppo brusca porterebbe acqua al mulino di chi già ora (e sono in molti, in Italia e in Europa) vorrebbe riaprire completamente i flussi russi. Meglio una cessazione controllata che un contraccolpo politico che faccia saltare l’intero progetto di indipendenza energetica. Ma il “procedere con cautela” non è una posizione neutrale: è una posizione che consegna a Mosca il potere di determinare i tempi dell’uscita europea dalla dipendenza. Ogni mese di proroga è un mese in cui la Russia può usare quella quota residua come leva. E l’argomento del contraccolpo politico – “se le bollette salgono troppo, vinceranno i filorussi” – descrive un rischio reale, ma suggerisce la risposta sbagliata. La risposta giusta non è rallentare la transizione, ma accompagnarla con misure di protezione sociale e industriale che assorbano l’impatto sui consumatori vulnerabili.
Il rischio del contraccolpo populista, inoltre, va letto nel verso giusto: i movimenti politici filorussi in Europa non si alimentano solo dai prezzi dell’energia. Si alimentano dalla percezione che le élite tecnocratiche prendano decisioni costose senza spiegarne il perché. La risposta a questo rischio non è cedere sulla strategia energetica, ma spiegare con più chiarezza e più coraggio perché comprare gas russo finanzierà la prossima guerra ai confini europei. Descalzi non cita REPowerEU direttamente, ma la sospensione del bando 2027 e la revisione dell’Ets ne sono di fatto il rovescio. Il piano approvato nel maggio del 2022 si regge su tre pilastri – diversificazione degli approvvigionamenti, accelerazione delle rinnovabili entro il 2030, miglioramento dell’efficienza energetica – e la sua piena attuazione abbasserebbe il consumo annuale di gas europeo del 30 per cento. Sospendere il divieto non è una deviazione tattica: è un colpo al primo pilastro che trascina inevitabilmente con sé il secondo e il terzo. Se il gas russo torna disponibile come opzione di lungo termine, la spinta a investire in rinnovabili, pompe di calore ed efficienza industriale perde urgenza e con essa perde forza l’intero impianto.
REPowerEU nasce dalla consapevolezza che la transizione energetica non è solo una questione climatica ma anche di sicurezza. Accelerare le rinnovabili, elettrificare i consumi, ridurre strutturalmente la domanda di gas non sono priorità ambientali da rimandare in attesa di tempi migliori: sono priorità di sicurezza nazionale. Chi le presenta come un lusso ideologico in tempo di crisi ha invertito la relazione causale. E’ esattamente nelle crisi che si misura quanto è costato non averle perseguite prima. Passando al nodo politico, chi sostiene che la proposta di Descalzi sia puramente tecnica dimentica vent’anni di storia energetica europea. Il gas russo non è mai stato solo una commodity: è stato, sistematicamente, uno strumento di pressione politica. Il primo episodio documentato risale al gennaio del 2006, quando Gazprom interruppe le forniture all’Ucraina in piena crisi tariffaria, lasciando senza gas i paesi dell’Europa orientale. La crisi del 2009 fu ancora più grave: il blocco del gasdotto attraverso l’Ucraina privò per due settimane di gas le industrie in Bulgaria, Slovacchia, Austria, Romania e una dozzina di altri paesi europei, nel pieno dell’inverno. Non era mai successo nemmeno nei momenti più tesi della Guerra fredda. La controversia commerciale era il pretesto; la pressione geopolitica era l’obiettivo. Già allora la chiusura dei gasdotti fu definita apertamente come “un’arma di intimidazione e ricatto”.
Il gas russo non è mai stato solo una commodity: è stato, sistematicamente, uno strumento di pressione politica
Dopo l’annessione della Crimea nel 2014, l’Ue provò a prendere sul serio il problema e pubblicò la sua prima Strategia europea per la sicurezza energetica. Ma la dipendenza non calò: nel 2019 l’Europa importava ancora circa il 40 per cento del suo gas dalla Russia. Nel 2021, prima dell’invasione dell’Ucraina, Putin usò quella dipendenza con precisione chirurgica: ridusse le forniture ai minimi contrattuali nei mesi autunnali, quando gli stoccaggi stagionali si stavano esaurendo e la domanda invernale stava salendo. I prezzi esplosero. Era una pressione calcolata per massimizzare l’impatto economico sull’Europa proprio mentre Mosca si preparava all’invasione su larga scala. Il gas era insieme la copertura finanziaria e lo strumento di deterrenza dell’aggressione militare. Questo schema non si è interrotto con la guerra: si è adattato. Mosca ha già minacciato esplicitamente di tagliare le forniture residue all’Europa se l’Ue non farà marcia indietro sul divieto di importazione – una mossa che conferma come il gas rimanga per Putin prima di tutto un’arma, non una commodity. Sospendere il divieto del 2027 non è una concessione tecnica: è comunicare a Mosca che quella leva funziona ancora. Riaprire quella porta significherebbe smantellare quasi quattro anni di lavoro diplomatico, normativo e infrastrutturale costruito faticosamente dopo il 2022, e riconsegnare al Cremlino uno strumento di pressione che le sanzioni e la diversificazione avevano contribuito a smussare.
Poi c’è una dimensione di questa discussione che viene sistematicamente omessa nel dibattito pubblico: il collegamento diretto tra le entrate energetiche russe e la capacità di Mosca di finanziare la guerra in Ucraina. Le entrate da petrolio e gas hanno rappresentato per anni oltre il 40 per cento del bilancio federale russo. Dall’inizio dell’invasione, la Russia ha costruito un’economia di guerra su tre pilastri: la riconversione industriale per aumentare la produzione di armi e munizioni; la difesa del cambio del rublo tramite i proventi in valuta estera dell’export energetico; l’uso del fondo sovrano – costituito negli anni con i profitti del gas – per coprire i deficit di bilancio generati dalla spesa militare. I dati degli ultimi mesi mostrano che questa macchina sta iniziando a incrinarsi: le entrate da petrolio e gas si sono quasi dimezzate tra gennaio 2025 e gennaio 2026 e il fondo sovrano si sta assottigliando. Il Cremlino ha risposto spostando il peso della guerra sui consumatori interni attraverso tasse più alte. La pressione economica su Mosca sta cominciando a produrre effetti ed è esattamente in questo momento che sospendere il bando sul Gnl russo significherebbe ricostituire quella linfa finanziaria che le sanzioni e la diversificazione europea stanno cercando di prosciugare. Ma non si tratta solo dell’Ucraina. Ogni miliardo di euro incassato da Mosca vendendo gas all’Europa si trasforma, almeno in parte, in capacità militare russa che si proietta sull’intero fianco est dell’Europa. Finanziare la macchina da guerra di un paese che minaccia apertamente i confini europei non è una questione energetica: è una questione di sicurezza collettiva. Nessun costo delle bollette, per quanto reale e politicamente pesante, giustifica questo calcolo. 
Ogni miliardo di euro incassato da Mosca vendendo gas all’Europa si trasforma in capacità militare russa
Ma la domanda che sottende tutta questa discussione è concreta: se la crisi di Hormuz si prolunga, se gli stoccaggi non bastano, se il prossimo inverno si annuncia difficile, cosa fa l’Europa? Le risposte esistono, e non passano per Mosca. La priorità più urgente e più trascurata è il coordinamento europeo sugli stoccaggi. Se ogni paese corre da solo ad accaparrarsi i carichi disponibili, si innesca un’asta al rialzo che danneggia tutti. La Commissione di Ursula Von der Leyen ha già posto questo tema al centro dell’agenda, con proposte concrete attese al vertice informale di Cipro: un coordinamento robusto tra stati membri è la prima linea di difesa. Lo stesso principio vale a livello globale: un coordinamento con i grandi importatori di Gnl può evitare che la competizione tra acquirenti gonfi ulteriormente i prezzi spot. L’Italia, con stoccaggi al 43,4 per cento ad aprile contro una media europea del 28 per cento, è in posizione di relativa forza: va usata per costruire riserve, non per allentare la guardia. Una risposta onesta alla crisi richiede anche il coraggio di dire cose impopolari. In alcuni paesi, le centrali a carbone dismesse andranno probabilmente riattivate temporaneamente: è una misura dolorosa ma gestibile se affrontata con un orizzonte temporale chiaro, senza trasformarla in un cambiamento di rotta strutturale. Parallelamente, la clausola emergenziale già prevista dal regolamento dell’Ue consente la sospensione del bando sul Gnl russo per un massimo di quattro settimane in caso di grave minaccia alla sicurezza energetica: uno strumento che esiste già, e che usato episodicamente in picchi di crisi è radicalmente diverso dallo smontare l’intero quadro regolatorio. Sul lato dell’offerta, l’accelerazione dei contratti con i fornitori africani – Algeria in primis, con i gasdotti esistenti verso Italia e Spagna, ma anche Nigeria, Congo, Angola, Mozambico – offre margini reali nel medio periodo.
La crisi è reale, i prezzi sono alti, la competizione globale per il Gnl è intensa. Ma cedere al gas russo è una resa
La crisi di Hormuz è reale, i prezzi sono alti, la competizione globale per il Gnl è intensa. Alcune risposte saranno inevitabilmente impopolari. Ma la soluzione russa non è una soluzione: è una resa. E’ comunicare a Mosca che la leva energetica funziona ancora. E’ ricostituire le entrate con cui il Cremlino finanzia la guerra. E’ consegnare ai movimenti filorussi europei l’argomento più potente che potrebbero sperare di avere. Descalzi ha aperto una breccia. Spetta all’Europa – ai governi, alle istituzioni, al dibattito pubblico – decidere se lasciarla allargare o tenerla chiusa con argomenti seri. L’alternativa al gas russo è più difficile, più costosa nel breve periodo, e richiede un coordinamento europeo che finora è mancato. Richiede di spiegare ai cittadini perché le bollette più alte di oggi sono il prezzo della sicurezza di domani. Ma è l’unica strada che non ci riconsegna, all’ennesima crisi, nelle mani di chi ha già dimostrato nel 2006, nel 2009, nel 2014, nel 2021 di usare il gas come arma.
REPowerEU non è un lusso ideologico: è l’unico piano che, se attuato, riduce la vulnerabilità europea agli choc geopolitici
REPowerEU non è un lusso ideologico: è l’unico piano che, se attuato, riduce davvero la vulnerabilità europea agli choc geopolitici, da Mosca o da Hormuz. Abbandonarlo ora, sotto pressione, significherebbe non aver imparato nulla. E questa volta il conto sarebbe molto più caro.