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Rubio a Roma. La scommessa della destra sul dopo Trump
A differenza di Vance, esponente di punta del mondo Maga, il segretario di stato, in visita nella Capitale, viene considerato un repubblicano più classico con cui collaborare potrebbe essere più semplice. Gli incontri con il Papa, Meloni e Tajani
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5 MAY 26

Foto Ansa
L’obiettivo principale è rinsaldare una relazione che nelle ultime settimane s’è fatta più ruvida, dopo gli attacchi di Donald Trump e le risposte di Giorgia Meloni, che anche ieri ha usato parole critiche verso l’alleato americano. Ma non c’è, forse, solo questo dietro la visita di Marco Rubio, atteso giovedì nella capitale per incontrare Papa Leone XIV e poi la premier Giorgia Meloni, i ministri Guido Crosetto e Antonio Tajani. Perché accanto ai dossier sulla politica estera, sulla sicurezza e sulla difesa, ci sono anche ragionamenti che per il momento restano sottotraccia – questione di prospettive – e riguardano quel che verrà dopo l’Amministrazione Trump: i rapporti con i repubblicani che con Rubio, per la destra che governa l’Italia, potrebbero essere più semplici rispetto a una futura leadership incarnata dall’altro delfino trumpiano, il vicepresidente americano J. D. Vance che dell’universo Maga è esponente di punta.
A Rubio intanto è stato affidato il compito di ricucire, prima di tutto, i rapporti con Papa Leone XIV, in seguito agli strappi di Trump e di Vance. In questo quadro sono maturati gli incontri tra il segretario di stato americano e gli esponenti del governo italiano, con il ministro degli Esteri Tajani (anche in virtù di una certa consuetudine con Rubio, i due si sono spesso sentiti su vari dossier) a giocare un ruolo nell’organizzazione, ancora prima che venisse definito il bilaterale con la premier Meloni, confermato solo ieri. Dice Antonio Giordano, il deputato di FdI che a fine marzo è volato a Dallas per la convention annuale dei conservatori americani: “La missione di Rubio fa parte della strategia complessiva del presidente Trump. Mentre il suo vice Vance ha utilizzato modi più duri, così Rubio, su mandato della Casa Bianca, arriva a Roma dopo una fase segnata da qualche incomprensione; certamente per chiarire con Meloni, oltre che per vedere il Papa”. Con Rubio però – un repubblicano in senso più classico di quanto non lo sia invece Vance, legato a stretto filo al mondo Maga – per la destra di governo potrebbe essere più facile collaborare. Soprattutto in un’ottica futura, post trumpiana. “Quel che possiamo augurarci noi in Europa conta davvero poco, questo lo decideranno gli elettori americani”, ragiona ancora Giordano. “Trump sta mettendo in competizione i due pretendenti a succedergli. Entrambi giovani ed incisivi, a differenza di Kamala Harris, praticamente non pervenuta durante la vicepresidenza con Biden”.
Nelle ultime settimane le quotazioni di Rubio, come erede di Trump, sono date in risalita. Il segretario di stato non ha il gradimento di Vance, ma comincia a essere apprezzato anche nell’elettorato Maga. Mentre Vance sta scontando in questa fase il peso della crisi in medio oriente, quel ruolo da negoziatore con l’Iran a cui vari osservatori legano le sue ambizioni sulla strada che porta alla Casa Bianca. Sull’asse Palazzo Chigi-Farnesina, tra gli altri ministri nessuno per il momento si sbottona pubblicamente. Ma i movimenti per la successione di Trump vengono attenzionati e non in maniera disinteressata. Nel frattempo si “scommette” su Rubio.
In questi anni il mantra del centrodestra è stato: i rapporti con gli Stati Uniti vanno oltre il singolo presidente ed erano buoni anche quelli tra Meloni e Biden, come ricordano spesso. E’ probabilmente vero. Ma più di un ministro alla fine ha dovuto ammettere che “se avesse vinto Kamala Harris avremmo avuto meno problemi”. Una valutazione che sperano di non dover ripetere tra qualche anno, ragionando su Rubio, Vance (e Trump).