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Il giurista Zanon: “Sulla grazia a Minetti si è scatenata la classica gogna”
Il già vicepresidente della Corte costituzionale e docente dell'Università degli studi di Milano: "La concessione della grazia presenta anche profili politici. Un iter diverso rispetto agli altri? Più che altro mi chiedo perché non abbiano fatto subito verifiche all'estero. Chissà che questo caso non porti a un ripensamento del Parlamento sull'istituto della grazia: troppo potere nelle mani del presidente della Repubblica"
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1 MAY 26

Mauro Scrobogna / LaPresse
Professor Zanon, crede che nelle polemiche sulla grazia a Nicole Minetti abbia avuto un peso il tirare in ballo nuovamente l'epoca berlusconiana? Non trova faccia parte di quel clima di barbarie incurante delle regole del diritto? “La gogna mediatica non dorme mai e qui ovviamente si è scatenata. Mi limito a dire che proprio la circostanza che un atto considerato solo umanitario in realtà consenta di 'tirare in ballo' l’epoca berlusconiana, come lei dice, testimonia come la concessione della grazia presenti anche, quasi sempre, profili eminentemente politici, che non si possono ignorare”, dice al Foglio il giurista Nicolò Zanon, docente di diritto costituzionale e già vice presidente della Corte costituzionale. Trova che la procedura seguita per la concessione della grazia a Nicole Minetti sia in linea con un normale iter per la concessione della grazia? Ci sono grandi differenze con i casi precedenti? “Non ho elementi per valutare questo particolare aspetto. Bisognerebbe fare un esame di tutti i casi precedenti e compararli con questo iter. Si può semmai osservare che Minetti non era detenuta quando ha presentato domanda di grazia, ma questo è espressamente previsto. In tal caso, la domanda può essere presentata al Procuratore generale presso la Corte d’appello competente, il quale, acquisite le opportune informazioni, la trasmette al ministro con le proprie osservazioni”, dice Zanon. “Qualcuno ha rilevato che il procedimento si è svolto velocemente, mentre di solito la procedura è più lenta. Questo, però, potrebbe semplicemente significare che non si sono incontrate particolari difficoltà nelle verifiche effettuate. Avrei solo una curiosità. Mi pare che la Minetti risultasse agli atti iscritta all’anagrafe degli italiani residenti all’estero. Mi chiedo se questo non avrebbe dovuto sollecitare fin da subito verifiche all’estero, quegli stessi controlli che, sembra, siano stati disposti solo ora”, prosegue il giurista.
Il Quirinale, dopo la pubblicazione di alcuni articoli, ha chiesto al ministero della Giustizia di procedere a “verifiche urgenti”. La presidenza della Repubblica però dispone anche di un “ufficio grazie”. Avrebbe potuto agire diversamente chiedendo approfondimenti preventivi? “Domanda insidiosa… Dopo la sentenza della Corte costituzionale n. 200 del 2006, l’atto di concessione della grazia è un atto sostanzialmente presidenziale, espressione di un potere proprio del capo dello Stato. Sostiene la Corte che, siccome la grazia pone nel nulla una sentenza della magistratura, non può essere manifestazione di un indirizzo politico governativo”, analizza il giurista. “E' invece risultato di una valutazione del garante neutrale della Costituzione, che la dispone per ragioni umanitarie. Non condivido questa impostazione, ma questo è quanto deciso dalla Corte. Dunque, la decisione è del capo dello Stato e la controfirma del ministro ha un valore soltanto formale, attesta la regolarità della procedura e la corretta provenienza dell’atto. Ma ne risulta un contesto farraginoso e contraddittorio: l’atto è del Presidente, ma egli non ne può assumere in termini costituzionali la responsabilità 'politica', che resta del ministro. La grazia è potere presidenziale, epperò le valutazioni, in particolare sui pareri espressi dalla magistratura, appartengono al ministro. Al tempo stesso, la nascita dell’'ufficio grazie', dopo la sentenza del 2006, testimonia che al Quirinale si sono resi conto che aver ottenuto dalla Corte la titolarità sostanziale della decisione implica qualche 'responsabilità'. Ma fin dove si spinga questa responsabilità è difficile dire. I giuristi del Quirinale non fanno indagini, lavorano sulle carte che hanno ricevuto. Certo, però, se hanno dubbi possono sollecitare informazioni”.
Il ministro Nordio in caso di revoca avrebbe delle “colpe”? "Lei mi sta proprio chiedendo di dar le pagelle ai protagonisti della vicenda. Io non ne ho né la voglia né l’autorità. E le rispondo con il contenuto della sentenza n. 200 del 2006 della Corte costituzionale. Dunque, il Procuratore generale trasmette al ministro le informazioni raccolte, con le proprie osservazioni. Le 'informazioni' e gli 'elementi di giudizio' da utilizzare ai fini della determinazione circa la concessione, o meno, della clemenza nei singoli casi si ricavano dalla sentenza di condanna, dai precedenti dell'interessato, dalla valutazione della sua personalità, dalle sue condizioni familiari ed economiche, dalla sua condotta. Il punto, come dicevo, è che la Corte afferma chiaramente che la valutazione di tutti questi elementi, in particolare dei pareri espressi dagli organi giurisdizionali, appartiene al ministro. E a conclusione della istruttoria è proprio il ministro a decidere se formulare motivatamente la “proposta” di grazia al Presidente della Repubblica, ovvero se adottare un provvedimento di archiviazione (che va comunque comunicato al Capo dello Stato). In definitiva: se il Ministro formula la “proposta” motivata di grazia e predispone lo schema del provvedimento mostra ovviamente con ciò di ritenere sussistenti i presupposti, sia di legittimità che di merito, per la concessione dell'atto di clemenza. Spetterà, poi, al Presidente della Repubblica valutare autonomamente la ricorrenza, sulla base dell'insieme degli elementi trasmessi dal Guardasigilli, di quelle ragioni essenzialmente umanitarie che giustificano l'esercizio del potere. In caso di valutazione positiva del Capo dello Stato seguirà la controfirma del decreto di grazia da parte del Ministro, che provvederà a curare anche gli adempimenti esecutivi”.
La sentenza 200/2006 della Corte costituzionale assegna troppo peso, nel concedere l'istituto della grazia, al presidente della Repubblica? “Secondo me sì”, risponde Zanon. “La concessione della grazia ha certo. connotati umanitari, ma è innegabile che possa presentare anche profili eminentemente politici: si pensi proprio al caso che diede origine alla sentenza della Corte. Riguardava la grazia a Bompressi, condannato per l’omicidio Calabresi. Non era forse un caso che chiamava tutti noi a fare i conti con uno dei più atroci delitti politici degli anni di piombo? E la grazia concessa agli agenti americani responsabili del sequestro di Abu Omar aveva solo ragioni umanitarie? In casi del genere, la responsabilità dell’atto dovrebbe essere condivisa da Presidente e Governo, per il tramite del Ministro della giustizia responsabile politicamente di fronte al Parlamento. Chissà se la confusione indotta dalla vicenda Minetti indurrà a qualche ripensamento…”, conclude allora il giurista.
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Pugliese, ha iniziato facendo vari stage in radio (prima a Controradio Firenze, poi a Radio Rai). Dopo aver studiato alla scuola di giornalismo della Luiss è arrivato al Foglio nel 2019. Si occupa di politica. Scrive anche di tennis, quando capita.