Perché il Quirinale non può chiamarsi fuori dal “caso” Minetti (che intanto perde colpi)

Il capo dello stato non è un passacarte delle proposte di grazia del ministro della Giustizia. Dal 2006 il Colle si è dotato di un ufficio “Comparto grazie”, incaricato di studiare le pratiche. I compiti sono stati spiegati dal suo responsabile in un libro. Intanto l’inchiesta del Fatto sembra solo un calderone di suggestioni

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28 APR 26
Ultimo aggiornamento: 06:51 PM
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Ansa

La vicenda della grazia a Nicole Minetti, scaturita dalla diffusione di una serie di notizie la cui veridicità è ancora tutta da verificare (a maggior ragione se consistono in accuse non circostanziate, suggestive e tendenziose pubblicate da un quotidiano specializzato nello sputtanamento mediatico) ha innescato uno scaricabarile tra le istituzioni ben poco edificante. A dare il via è stato il Quirinale, chiedendo accertamenti urgenti al ministero della Giustizia in seguito alla pubblicazione degli articoli sul Fatto. Poi è stata la volta di Via Arenula, che nel giro di poche ore ha fatto sapere che “che nessuno degli elementi negativi presentati in recenti articoli di stampa consta agli atti della procedura”. Un modo, indiretto, per chiarire l’ovvio, e cioè – come poi ribadito oggi dalla premier Meloni – che spetta alla magistratura svolgere le dovute verifiche tramite la polizia giudiziaria. E infatti la procuratrice generale di Milano, Francesca Nanni, ha fatto sapere di aver avviato “accertamenti” attraverso l’Interpol “a tutto campo e con urgenza”, assumendosi la responsabilità di eventuali errori: “Potremmo alla fine anche ammettere di non essere stati perspicaci, seppure diligenti, ma prima dobbiamo fare tutte le verifiche”. C’è da dire, però, che nessuna istituzione coinvolta può chiamarsi fuori dalla vicenda, neanche il Quirinale. Se è vero che il compito di istruire le pratiche di grazia spetta ai magistrati e al ministero della Giustizia, è altrettanto vero che dal 2006 la presidenza della Repubblica si è dotata di un ufficio “Comparto grazie”, incaricato di studiare le pratiche di grazie. In altre parole, il capo dello stato non è un passacarte delle proposte avanzate dal Guardasigilli, tant’è che in passato, proprio sulla base dello studio dei dossier trasmessi da Via Arenula, non ha accolto alcune proposte di grazia. Come ha spiegato proprio il responsabile dell’ufficio in un libro del 2018
A ricordare il ruolo centrale svolto dal Quirinale nelle procedure di grazia è stato proprio il magistrato che dal 2006 è responsabile dell’ufficio “Comparto grazie”, Enrico Gallucci. In un capitolo scritto per un libro pubblicato nel 2018 (“Costituzione e clemenza”, edito da Futura editrice), Gallucci spiega che “l’esercizio del potere di grazia ha subito un significativo mutamento per effetto della sentenza n. 200/2006” della Corte costituzionale, che “ha affermato che la titolarità sostanziale del potere di grazia compete al presidente della Repubblica”. In questo quadro, ferma la competenza del ministro della Giustizia in merito allo svolgimento dell’attività istruttoria, “l’affermazione circa la titolarità presidenziale del potere sostanziale di concedere la clemenza individuale ha spostato il baricentro decisionale sulla presidenza della Repubblica, imponendo all’ufficio di supporto al capo dello stato l’esame e la valutazione di tutte le pratiche di grazia”, sottolinea Gallucci.
Non a caso, ricorda il magistrato, negli anni successivi alla sentenza della Consulta si sono registrati casi in cui il capo dello stato (Giorgio Napolitano e poi Sergio Mattarella) “ha ritenuto di non adottare un provvedimento di grazia”, nonostante l’avviso favorevole del Guardasigilli. Questo per motivi sia “di natura tecnica o procedurale”, sia per un “dissenso di merito”.
Insomma, sostenere che il presidente della Repubblica sia un semplice “passacarte” delle proposte di grazia avanzate dal ministro della Giustizia è sbagliato. Di fronte a una richiesta di grazia riguardante una personalità particolarmente nota ed esposta come Nicole Minetti, anche il Quirinale avrebbe potuto svolgere ulteriori accertamenti o chiederne altri al ministero, qualora lo avesse ritenuto necessario.
La questione, tuttavia, è proprio intendersi su quali accertamenti siano da ritenere “necessari”. Il Fatto ha lanciato una serie di accuse suggestive condite da aspetti degni di una sceneggiatura da film (ritenendo persino sospetta la morte di un avvocato causata da un rogo). Nella sostanza, ciò che si ipotizza è che l’adozione del bambino (bisognoso di cure) da parte di Minetti e del compagno – situazione che ha portato alla concessione della grazia per “ragioni umanitarie” – sarebbe avvenuta in modo irregolare. Ma proprio oggi, in un’intervista a una radio uruguaiana, l’avvocato Yuria Troche, che tutelò il minore nella prima fase, ha dichiarato che nel procedimento di adozione del bambino da parte di Minetti “furono rispettati tutti i requisiti legali richiesti”, mentre i genitori biologici del bambino “non si sono mai fatti vivi”.
Il Fatto contesta inoltre che nella richiesta di grazia Minetti abbia sostenuto che per curare il bambino si fosse rivolta al San Raffaele di Milano e all’ospedale di Padova, che avrebbero tuttavia sconsigliato di procedere con l’operazione. Entrambi gli ospedali hanno smentito di aver visitato il minore, ma ciò non esclude che questi possa essere stato visitato per le vie brevi, senza una presa in carico formale. E soprattutto un fatto resta certo, e cioè che il bambino è poi stato sottoposto effettivamente a un delicato intervento chirurgico a Boston.
Nulla esclude che gli accertamenti disposti dalla procura generale di Milano porteranno alla scoperta di false informazioni nella richiesta di grazia di Minetti, ma al momento l’inchiesta del Fatto sembra soltanto un grande calderone di suggestioni.