Cercasi clemenza per un bambino

Nella storia della grazia a Minetti, c’è una storia rimossa che è però il cuore di tutto: tutelare il futuro di un bimbo malato. Andare oltre il fango si può? Ragioni per allontanarsi dalla retorica del complotto e umanizzare la realtà

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1 MAY 26
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Foto Ansa

Che differenza c’è tra guardare un dito e osservare la luna? Nell’incredibile romanzo a puntate che riguarda il tema della grazia a Nicole Minetti, c’è una questione incredibilmente rimossa dal dibattito quotidiano che riguarda un tema forse più importante del futuro della compagna del dottor Cipriani. Il tema in questione è ciò che ha spinto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a firmare la grazia per Nicole Minetti e la storia riguarda la vita di un bambino gravemente malato salvato grazie all’interessamento di Giuseppe Cipriani e della stessa Minetti. Le cronache di questi giorni, come ha mirabilmente ricostruito ieri Salvatore Merlo, tendono ad assecondare la costruzione di un grande complotto al centro del quale vi sarebbe una coppia che, in combutta con il giro di Epstein, avrebbe adottato in modo truffaldino un bambino malato in Uruguay sapendo che grazie a quell’adozione la signora Minetti avrebbe potuto ottenere la grazia. All’interno del grande complotto, si dà per assodato che vi sia un’adozione ottenuta in modo illecito, una avvocata che ha seguìto l’adozione finita carbonizzata un anno dopo l’adozione per ragioni legate all’adozione, una procuratrice generale di Milano che avrebbe scelto di chiudere gli occhi su una vicenda opaca, un ministero della Giustizia devoto al bunga bunga che non avrebbe capito che aveva in mano una polpetta avvelenata, un presidente della Repubblica che per qualche ragione si sentiva in dovere di compiere un passo deciso per strizzare l’occhio alla famiglia Berlusconi e riscrivere la storia del berlusconismo cancellando con un tratto di penna tutti i peccati della stagione del Cav.
Nell’attesa che possano essere dimostrate queste illazioni, questi sospetti, questa nube tossica di allusioni, esiste una possibilità concreta che dal vortice delle supposizioni emerga alla fine una storia che fino a prova contraria è quella che ha portato alla grazia di Minetti. Una storia al centro della quale c’è la vita di un bambino di nove anni molto malato, abbandonato dalla famiglia per tre anni in un orfanotrofio, affidato a una famiglia benestante italiana che si innamora di lui, curato da quella famiglia in un ospedale americano che gli salva la vita, adottato formalmente nel 2023 in Uruguay da quella famiglia italiana che gli ridà un futuro, riconosciuto nel 2024 come figlio adottivo di quella famiglia italiana dal Tribunale per i minorenni di Venezia. Una storia al centro della quale, fino a prova contraria, vi è poi la scelta, da parte del capo dello stato, di considerare il futuro di un minore così importante (minore che ha necessità di proseguire le cure a Boston) da spingerlo ad adottare una decisione che, fino a prova contraria, resterà coraggiosa.
Concedere un atto di clemenza a una mamma che si è presa cura di un bambino malato e che senza la clemenza non sarebbe stata soltanto affidata ai servizi sociali per tre anni e undici mesi: le avrebbero ritirato il passaporto, con tutto ciò che questo avrebbe significato per muoversi oltre la frontiera italiana. La storia del bambino adottato da Nicole Minetti e per il quale Sergio Mattarella ha scelto di dire di sì alla grazia è una storia che è stata volutamente allontanata dal dibattito quotidiano perché rende evidentemente troppo umana una storia divenuta tutta politica. Se si sceglie di osservare la vicenda dal lato umano, però, si capirà che la causa intentata da Minetti alla mamma del bambino adottato potrebbe essere non un atto di sfida verso quella mamma ma semplicemente un iter pubblico gestito dal tribunale e dall’orfanotrofio uruguaiano. Si capirà che tra gli elementi che hanno spinto la procura generale, il ministero della Giustizia e il Quirinale a dire di sì alla grazia vi è una procedura che al momento non presenta evidenze per non essere considerata formalmente corretta. Si capirà che forse c’è una possibilità che questa storia sia arrivata alla presidenza della Repubblica perché i dubbi che vi potevano essere sui dettagli della procedura sono stati considerati marginali, erano solo sospetti, e forse meno importanti del mettere al centro di tutto la tutela di un minore.
E’ possibile che dalle controindagini possano emergere novità, speculazioni, sospetti, notizie diverse da quelle raccolte durante l’iter della grazia, e bene avrebbe fatto forse chi ha firmato la grazia a non farsi prendere dal panico e a non trasformare qualche brandello di pettegolezzo ben cucito e ben inzuppato nel fango, fango in cui sguazzano anche conduttori Rai di assoluto prestigio come Sigfrido Ranucci, che ha pensato bene di offrire pettegolezzi non verificati su un ministro in una trasmissione Mediaset, in un’occasione per mostrare le vulnerabilità delle stesse istituzioni che hanno avallato la clemenza (ma d’altronde si capisce che se a dire di essere stati “diligenti ma non perspicaci” è la procuratrice generale di Milano, che ha seguìto l’iter della grazia, la corsa ai sospetti più che essere frenata viene legittimata). Lo sappiamo: può succedere che tutto venga ribaltato. Ma se tutto questo non dovesse emergere, cosa che al momento appare non essere una prospettiva così remota, se cioè la nuvola delle allusioni dovesse dilatarsi all’orizzonte, la storia che nessuno ha ancora raccontato davvero è questa: una coppia italiana benestante ha adottato e salvato un bambino malato e nonostante la radioattività del cognome Minetti il Quirinale, avendo solo da perdere nell’accostare il nome di Mattarella a quello di Minetti, ha fatto una scelta al centro della quale non vi è la volontà di dare una carezza al berlusconismo ma al centro della quale vi era solo il desiderio di aiutare un bambino ad avere un futuro. Se si disumanizza la storia, il complotto è suggestivo. Se si umanizza la storia, la realtà potrebbe esserlo anche di più.