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Dalla Biennale a Beatrice Venezi, l’egemonia culturale affonda in laguna
La città eletta a far splendere la cultura di Fratelli d’Italia, dopo la nomina di Buttafuoco, diventa oggi espressione di una destra esanime. Arrigo Cipriani: “Un brutto spettacolo”. Giovanni Orsina: “Nulla finisce perché nulla è mai cominciato”
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28 APR 26
Ultimo aggiornamento: 06:46 PM

Beatrice Venezi. Foto Ansa
Sarà forse per la sua natura insulare che proprio lì s’inceppa l’egemonia. L’esarcato di Venezia respinge le ingerenze di Roma. Pietrangelo Buttafuoco non risponde al radiocomando. E quanto al caso-Venezi, uomini vicini al sovrintendente del Teatro La Fenice raccontano di una storia difficile con la direttrice. Un rapporto tortuoso, tra i due, e “per nulla agevolato da lei”. Nicola Colabianchi, raccontano, avrebbe più volte invitato Venezi ad ammansire gli orchestrali: le avrebbe chiesto di dirigerli altrove, di costruire con loro un rapporto, di organizzare una manifestazione volta a placare gli animi, tanto nevrili. Venezi, da Buenos Aires, si sarebbe sempre rifiutata. Cosicché un tempo riverita al Mic – il ministro Alessandro Giuli la chiamava “la principessa di Venezia” preconizzando che persino gli orchestrali se ne sarebbero “innamorati” – oggi è derubricata a “giovane arrogantella”. Mai passata dal ministero dopo l’èra sangiulianea – di Sangiuliano Venezi fu appunto consigliere – e dunque legata a Giuli, oggi, da un rapporto definito “semplicemente formale”. In altre parole: scaricata.
Ma la domanda, a questo punto, riguarda l’opportunità di cassarla ora. Proprio adesso che il governo è in fase calante, che ogni incaglio è un imbarazzo enorme, e il repulisti ha il sapore dell’isteria. E poi, ancora, la domanda tocca la natura speciale di Venezia. La città eletta a far splendere la cultura di Fratelli d’Italia, dopo la nomina di Buttafuoco, che però diventa oggi espressione di una destra esanime. Forse incapace di difendere le sue scelte. E’ la morte, a Venezia, dell’egemonia?
Arrigo Cipriani, che a suo tempo difese Venezi dagli orchestrali, osserva lo spettacolo: “E’ una vicenda che è stata gestita male”, dice al Foglio il “dottore” in calle Vallaresso. “Una vicenda che è nata male ma che certamente avrebbero potuto gestire meglio”. Gestire come? “Di sicuro l’aspetto fisico di Venezi ha avuto il suo peso e avrà suscitato gelosie tra gli orchestrali. Anche lei, però, se ne andava sempre in Argentina a dirigere…”. Chiediamo al proprietario dell’Harry’s Bar cosa pensa invece del caso-Biennale e dell’egemonia arenata proprio in Laguna. “E’ pazzesco”, dice. “Buttafuoco ha preso posizione non in favore della Russia ma in favore dell’arte”. Non è stato apprezzato dal governo di destra. “Semplicemente perché non hanno nulla di culturale, loro”. Addirittura. “E non mi faccia parlare di questa giunta...”. No no. “A ogni modo, non è nella natura di Venezia il boicottaggio dell’arte. E’ stato un errore. Io sono personalmente favorevole all’ospitalità della Russia. Ma poi, da veneziano, osservo la mia città e penso che alcuni non abbiano colto lo spirito. Se non ci rivolgiamo all’arte, come possiamo far finire le guerre?”. Apprezziamo lo spirito “serenissimo” e diplomatico del dottore. E d’altro canto sappiamo che dalle parti del Collegio Romano sereni non sono.
Il politologo Giovanni Orsina ridimensiona la sensazione di un’egemonia schiantata: “Nulla è finito perché nulla è mai cominciato”, ci dice. “Ogni discorso sull’egemonia è stato bacato fin dall’inizio. Non c’era la potenza di fuoco – spiega – né tantomeno c’è stato il tempo che occorre alla ‘egemonia’ per strutturarsi. Il lavoro culturale ha bisogno di molto tempo e il caso-Venezi non dimostra alcun limite non foss’altro perché nulla è mai iniziato, al di là di qualche nomina in qualche casella vuota”. Fatto sta, però, che proprio lassù il governo vede la nave colare a picco. La Caporetto dell’Arte che imita la Natura e che – il ministro lo sa – talvolta la supera.
A Venezia è l’umore che anticipa la fine. La città, per Meloni, non è più l’isola felice o il fiore all’occhiello. Nei corridoi del Mic gli amici dei due ex amici lo spiegano così: se metti un isolano a Venezia, che di per sé è già un’isola, che cosa puoi aspettarti? E’ l’autonomia che stona con l’egemonia. Per non dire del direttore d’orchestra. L’ex amica di Giorgia che è oggi la gucciniana “dolce ossessione degli ultimi giorni tristi”. Che non era von Karajan, dicono adesso quelli che la sostenevano, ed è vero. Non era von Karajan anche se, dopo la legittima intransigenza, del prossimo direttore gli orchestrali dovranno chiedere se non altro la tac. Intanto, l’egemonia è rimandata. Licenziata anche lei il giorno dopo San Marco.