Non solo Transizione 5.0: tutti gli inciampi tra imprese e governo (che al nord rischia il logoramento)

Oltre all'ultimo decreto fiscale, le tensioni tra industriali e l'esecutivo sono state ricorrenti: dal Piano casa all'incertezza sulla Zes unica (passando per le leggi di Bilancio considerate "timide"). Colloquio Meloni-Giorgetti sugli interventi per le imprese
di
31 MAR 26
Immagine di Non solo Transizione 5.0: tutti gli inciampi tra imprese e governo (che al nord rischia il logoramento)

ANSA/VINCENZO LIVIERI

L’ultimo inciampo è stato sui fondi di Transizione 5.0, che le imprese denunciano essersi d’un tratto ristretti nel decreto fiscale licenziato dal governo venerdì. Eppure, a vedere meglio, il rapporto tra l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni e gli industriali ha risentito di svariate turbolenze che contraddicono la narrativa di una Confindustria “schiacciata” sul governo. E che non lasciano gli animi rasserenati, soprattutto in vista di un anno che qualcuno, anche all’interno della maggioranza, vive come di “campagna elettorale permanente”. Anche per questo però, secondo quanto risulta al Foglio, la premier Meloni ha capito quanto sia importante affrontare il dossier subito e ne ha discusso ieri in un colloquio con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.
Quando Confindustria era ancora guidata da Carlo Bonomi i toni erano certamente più accesi. E infatti la prima legge di Bilancio licenziata da Meloni l’ex presidente di Viale dell’Astronomia la descrisse come “senza visione”. Criticando molto gli interventi limitati su cuneo fiscale e per allargare la flat tax. Ma anche con la guida di Emanuele Orsini i rilievi, sebbene i toni si siano fatti più moderati, nel contenuto non sono cambiati poi tanto. Quando il governo presentò la legge di Bilancio, lo scorso anno, Orsini notò “l’assenza di politiche industriali” e la mancanza di coraggio. Al che il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso arrivò a sostenere che l’intervento superava tutte “le aspettative”. Con tanto di replica piccata di Orsini: “Forse ha delle tabelle diverse dalle nostre”.
E dire che sul dossier Transizione 5.0 le avvisaglie di un malessere crescente c’erano tutte. Lo scorso novembre, all’improvviso, il Mimit rese noto che le risorse del pacchetto di ammortamenti erano finite, sebbene fossero circa 7 mila le richieste di accesso ai fondi. Il ministro Urso, anche per rispondere alle rimostranze del suo Veneto, chiese e ottenne che il governo potesse avere accesso a circa 4 miliardi. E’ stata, come abbiamo visto, una pax breve. Perché nel frattempo molte di quelle risorse, dopo lo scoppio della guerra in medio oriente, sono state riprogrammate e alle imprese coinvolte non sono rimaste che le briciole (un credito d’imposta del 35 per cento delle spese in investimenti effettuate). Non è uno smacco da poco, perché dopo l’esito referendario in molti hanno colto i segnali positivi provenienti da Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia, regioni dove ha prevalso il sì. E dove però si concentra la gran parte delle aziende che rischiano di finire scottate da questo dietrofront su Transizione 5.0. La presidente di Confindutria Veneto est Paola Carron, infatti, ha parlato di “rottura di un patto di fiducia tra imprese e stato”, a dimostrazione che il vento che spira da quei territori potrebbe rappresentare un logoramento per le forze di maggioranza.
Ma nel ceti produttivi apprensione la ingenera anche la gestione delle questioni energetiche, visto che il governo ha usato oltre mezzo miliardo di euro per misure tampone che stanno funzionando poco. “E il rischio è che spendano altrettante risorse senza risolvere alcunché”, è il messaggio che circola nelle diverse articolazioni di Confindustria al nord. In tutto questo il dl Bollette arriva oggi alla Camera (con voto di fiducia), poi passerà al Senato ma è un provvedimento che mentre viene esaminato dimostra di dover essere già stravolto. Almeno fino a domani, quando è previsto un nuovo tavolo con Urso e i ministri Giorgetti e Foti, non ci saranno ultimatum. Ma se non verranno date garanzie, di modifiche in Parlamento o di risorse aggiuntive, Confindustria potrebbe alzare ancor di più il tiro delle critiche al governo. Minaccia di farlo, per esempio, per il credito d’imposta legato alla Zona economia speciale (Zes) unica, lasciata in eredità da Raffaele Fitto e che al Sud sta gestendo il sottosegretario Luigi Sbarra. Misura che però stenta a decollare (le domande si aprono oggi). Così come il Piano casa, che gli industriali si aspettano da tempo e che però il governo continua a rimandare. Tanto che nel frattempo alcuni (in Veneto) hanno preferito fare da sé e far partire accordi sperimentali con l’Inps. Fa parte del cocktail di incomprensioni tra le parti anche la mancata mobilitazione che Meloni e i suoi imputano a Confindustria nella partita referendum sulla giustizia (nonostante alcune lettere che il Mimit aveva inviato alle imprese auspicandone la partecipazione). Si capisce allora come, in assenza di risposte concrete, il già vacillante rapporto tra il governo e le imprese sia destinato solo a peggiorare.