Il Piano casa ha scosso un sistema di leggi finora stagnante

La cultura moderna di ispirazione organicista – che accomuna le visioni politiche illiberali del secolo scorso – ha concepito la pianificazione come una tecnologia socio-istituzionale finalizzata a costruire e definire un nuovo ordine, più equilibrato ed efficiente, e dunque una ordinata “conquista” e organizzazione dello spazio fisico libero, vuoto. Sulla città antica e in generale su quella esistente, la progressiva emancipazione dall’ideologia del risanamento per ragioni igienico-sanitarie non ha lasciato invece spazio a sistematiche sperimentazioni di riuso e risignificazione delle strutture urbane. di Marco Eramo
15 GEN 13
Ultimo aggiornamento: 06:52 | 17 AGO 20
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La cultura moderna di ispirazione organicista – che accomuna le visioni politiche illiberali del secolo scorso – ha concepito la pianificazione come una tecnologia socio-istituzionale finalizzata a costruire e definire un nuovo ordine, più equilibrato ed efficiente, e dunque una ordinata “conquista” e organizzazione dello spazio fisico libero, vuoto. Sulla città antica e in generale su quella esistente, la progressiva emancipazione dall’ideologia del risanamento per ragioni igienico-sanitarie non ha lasciato invece spazio a sistematiche sperimentazioni di riuso e risignificazione delle strutture urbane. Abbiamo, piuttosto, un regime normativo posto a tutela dei beni di interesse storico-artistico e dei centri storici che punta essenzialmente a porre divieti e vincoli, più che a incentivare il rinnovo di quelle parti di città. A ciò si è aggiunta la capacità, da parte dei proprietari delle aree ai margini della città esistente, di costruire relazioni di interesse con il settore delle costruzioni, con il sistema delle banche, e una fitta rete di complicità, più o meno trasparenti, con gli amministratori locali. Nello spazio intermedio tra il centro storico da conservare e le aree libere da urbanizzare si trova la città che l’espansione via via si lascia alle spalle e che, con il tempo, ha l’esigenza di essere rinnovata e ristrutturata. Tutto ciò ha fatto sì che lo spread (in termini di redditività degli investimenti per gli operatori) degli interventi sul nuovo, nei confronti di quelli sulla città esistente che sono più difficili da eseguire da un punto di vista tecnico e amministrativo, si sia mantenuto alto.
Allo stesso tempo, i grossi ritorni sul piano politico-elettorale della partecipazione al dibattito sulla individuazione, attraverso i piani urbanistici, delle aree da urbanizzare, e sull’attribuzione alle medesime aree dei fatidici metri cubi hanno fatto sì – per esempio – che il comune di Roma abbia dedicato più di un decennio dell’attività amministrativa per darsi un nuovo Piano regolatore generale, senza aver ancora (dopo più di 15 anni) adottato un nuovo Regolamento generale edilizio che continua a essere quello approvato dal governatorato di Roma negli anni 30, poi modificato e integrato per parti. E’ sempre l’individuazione dei vuoti da riempire la vera posta dei piani regolatori; pochi, di difficile applicazione e raramente applicati, invece, gli strumenti operativi per rinnovare l’esistente. In questa prospettiva, l’introduzione nel dibattito politico del Piano casa può essere salutato come un felice “incidente”. La logica che ne è alla base costituisce un tentativo di correggere la rotta e di sollecitare e favorire una diversa domanda di città, e di intervento sulle strutture urbane e territoriali esistenti. Non si pensi, soltanto, alla famigerata “stanzetta in più” o alla fuga verso beni e destinazioni (al momento) considerabili come “rifugio” ma, anche, alla necessità di costruire un’offerta di contenitori da destinare alle nuove “attività economiche”: consulenze professionali, ricerca, informatica, attività creditizia finanziaria e assicurativa, eccetera. Questi settori non cercano (e sempre meno potranno farlo) beni nei quali immobilizzare la ricchezza prodotta, ma spazi di minore dimensione e maggiore qualità che possono essere realizzati recuperando e convertendo l’esistente. Occorre, come scrive il geografo Arturo Lanzani, collocarsi nella prospettiva del governo della parziale dismissione degli oggetti edilizi che riempiono le città e il territorio italiano. In questa ottica i piani urbanistici perdono la loro rivendicata primazia tra gli strumenti per il governo del territorio, e il bonus volumetrico del Piano casa – scrive Lanzani – può divenire strumento per “una riorganizzazione ancora una volta molecolare e incrementale (del nostro paese) che attraverso interventi minori riconsegni a nuovi usi e nuove storie” edifici e parti di città abbandonati o in via di dismissione.
di Marco Eramo (Dottore di ricerca in Pianificazione territoriale e urbana)