Perché al successo non è dovuta obbedienza

Se uno mi fa rilevare che dietro ai milioni nazionalpopulisti c’è una lunga serie di ragioni, ci penso il dovuto, ma non rinuncio a nessuno dei miei criteri estetici e politici per questo. Neanche se me lo dicono i liberali salviniani per l’Europa.
Attenzione: una certa forma di idolatria del successo, essere un winner e non un loser o total loser come dice l’Arancione, essere un influencer e avere dei follower a palate, è diventata prassi comune. Tolstoi ebbe un madornale successo, ma finì da predicatore e si ritrova immortale da scrittore, non da influencer, non da campione del botteghino. Non è questione di dimensione del classico, che è una scemenza, senza arrivare a tanto basta l’appoggio su un fondamento solido. Boris è un po’ un cinico farabutto e un po’ uno stilista e un retore, dipende da cosa prevalga infine per giudicarlo. The Donald è una cosuccia televisiva, vecchia bacucca, scappata di mano e trasformata in assoluta e seriale novità, razzismo e trivialità 2.0 e minacciosa e comica baldanza, ma il fondamento manca. Il tennista Andre Agassi fu coinvolto in uno spot all’insegna del motto “L’immagine è tutto”, e se ne ammalò, fece di tutto, dal rutto al parrucchino ai calzoncini rosa, per rimuovere quel tipo di popolarità che oggi è l’assoluto quotidiano. Perse con qualche consapevolezza una sfilza di set e di slam per difendere il titolo di loser, lui che poi ha vinto parecchio. Bel tipo.
I totalitarismi del Novecento sono stati ben altro e ben di più che non un tributo agli idoli del successo, ovvio, ma di quella devozione non sacra si sono nutriti fino alla feccia. Il successo per numeri è l’indispensabile vistoso e persuasivo, ma la faccenda è sempre più complicata di così, salviddio, e credo che i due scrittori appena morti e celebrati come di dovere e di diritto lo sapessero. Anzi, ne sono certo. L’enfasi del successo con le sue obbedienze è comunque, anche per un qualcosa di untuoso e opaco che la circonda, il preliminare necessario di una società illiberale che nel suo inconscio paganesimo non celebra gli individui e la loro singolarità ma il piedistallo in cui li colloca. Vendo, dunque niente, o quasi niente.