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la trattativa con bruxelles

Il “piano Mes” di Meloni: ratifica in cambio di uno sconto di 32 miliardi

Valerio Valentini

Il negoziato con l’Ue per chiedere lo scorporo dal deficit dei Fondi di coesione: 0,2 per cento fino al 2027. Zuffa tra Lega e FdI

Dunque c’è una logica, in questa bizzarria? Quantomeno a Palazzo Chigi una logica si pretende, ci si sforza di credere, che ci sia. L’attesa inspiegabile sulla ratifica del Mes andrebbe insomma spiegata così: come un tentativo di utilizzare uno strumento negoziale per ottenere da Bruxelles uno scorporo dal computo del deficit della quota di cofinanziamento nazionale sui progetti di Coesione europei: 32 miliardi in sette anni.

 
Questo è il disegno condiviso da Giorgia Meloni e Raffaele Fitto. Insondabile, agli occhi degli osservatori esterni, et pour cause, se è vero che il ministro degli Affari europei, interpellato sul punto al Senato, sorride dicendo che in fondo è un bene se nessuno, tra i cronisti, abbia davvero capito cosa il governo voglia fare, con questo ormai famigerato Fondo salva stati. E ci sta. Se non fosse che la raffinatezza del disegno appare forse imprendibile perfino agli stessi parlamentari della destra: al punto che alla Camera tra i deputati leghisti e quelli meloniani sta finendo in baruffa.


La tensione, tutta interna al campo sovranista, s’è accesa alla vigilia dell’arrivo in commissione Esteri di Montecitorio della proposta di legge che, estenuate dall’attendismo del governo, le opposizioni di Pd e Terzo polo avevano depositato per procedere alla ratifica del Mes. La voce era inserita nel calendario dei lavori di oggi. Sennonché, a convincere il presidente Giulio Tremonti che fosse meglio soprassedere, e rimandare, è sorta una mezza zuffa per l’attribuzione del ruolo di relatore di maggioranza. FdI lo rivendicava per sé, in una logica di distensione benedetta proprio da quel Tremonti che già a gennaio scorso, dopo aver a lungo tuonato contro il Fondo salva stati che lui stesso aveva contribuito a far nascere da ministro dell’Economia nel 2011, ha convenuto che sì, occorre ratificare. Un accenno di remissività che al Carroccio non è piaciuto affatto: e per questo ora i salviniani pretendono di gestire loro il dossier, così da mantenere un approccio pugnace, lasciando che sia eventualmente Meloni a intestarsi con nettezza l’eventuale abiura sul Fondo salva stati. Il compromesso, manco a dirlo, lo si è trovato nel rinvio. Di qualche giorno, almeno. Forse una settimana. E poi si vedrà. “La verità – spiega il dem Piero De Luca, che insieme al renziano Luigi Marattin ha promosso l’iniziativa legislativa – è che nell’esasperata ambiguità del governo i problemi anziché risolversi si moltiplicano, e la credibilità internazionale dell’Italia, l’unico tra 20 partner a non avere ancora ratificato il Mes, viene messa in discussione”.    

 
Lamenti che Fitto liquida con un’alzata di spalle: “Questioni parlamentari”, taglia corto il ministro. Che è il fedele custode dell’astuzia, chissà quanto velleitaria o quanto machiavellica, che la premier vuole portare al tavolo dei negoziati europei. Perché, come dicono a Palazzo Chigi in un’apparente ribaltamento del senso comune, se non del buon senso, “l’essere noi gli unici in Europa a non avere ratificato il Mes ci dà un vantaggio tattico, come s’è dimostrato anche sul motore elettrico, dove Italia e Germania, da sole, hanno fatto valere il proprio veto”. Chissà. Di certo sul Mes, a condividere l’impuntatura patriottica, Berlino non c’è. E anzi, è proprio da Olaf Scholz che Meloni confida di ottenere la benedizione al proprio piano.
 

Sarebbe questo: insistere per inserire la ratifica del Mes su un binario parallelo a quello sulla revisione del Pnrr e sulla flessibilità degli strumenti europei per lo sviluppo e la competitività. E, in questo scenario, chiedere che le spese che l’Italia deve sostenere per  l’attuazione delle politiche di Coesione nel periodo 2021-2027, vengano scorporati dal computo del deficit. Si tratta, su un totale di 75 miliardi di fondi strutturali, di 32,4 miliardi. Tanti sono i soldi che Roma deve reperire nel proprio bilancio per cofinanziare i progetti promossi da Bruxelles (e a cui la Commissione contribuisce per i restanti 42,7 miliardi). Certo, sarebbe un buon risultato: e creerebbe, a suo modo, un precedente. E forse per questo non è scontato che davvero gli altri leader europei acconsentano, specie considerando che l’Italia è già il principale destinatario dei fondi del Next Generation Eu. Tanto più in un momento, come questo, funestato da una crisi finanziaria che rende ancora più urgente il varo di un’unione bancaria, con tanto di backstop comune al Fondo di risoluzione unico, che al momento è sabotata proprio dalla mancata ratifica del Mes da parte dell’Italia. Probabile, dunque, che al Consiglio europeo, venerdì, questa presunta “posizione di forza” non darà grande agio, a Meloni.
 

In ogni caso, quei 32,4 miliardi spalmati su sette anni, sono 4,6 miliardi  annui: lo 0,23 per cento del pil. Sul piano contabile, dunque, una boccata d’ossigeno o poco più. Al punto che c’è da chiedersi se davvero il gioco valga la candela, sul piano europeo. Di certo lo vale su quello politico. Perché una simile concessione, magari pure parziale, consentirebbe alla premier di sventolare un successo che possa giustificare l’apostasia sul Mes. E questo, forse, per Meloni non ha prezzo.
Valerio Valentini    

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  • Valerio Valentini
  • Nato a L'Aquila, nel 1991. Cresciuto a Collemare, lassù sull'Appennino. Maturità classica, laurea in Lettere moderne all'Università di Trento. Al Foglio dal 2017. Ho scritto un libro, "Gli 80 di Camporammaglia", edito da Laterza, con cui ho vinto il premio Campiello Opera Prima nel 2018. Mi piacciono i bei libri e il bel cinema. E il ciclismo, tutto, anche quello brutto.