(foto EPA)

Il generale Graziano: “Più armi a Zelensky”

Claudio Cerasa

“Carri armati? Ne servirebbero molti, efficienti e subito. Mi accontenterei di inviarne pochi, benedetti purché subito”. Il capo del Comitato militare dell’Ue al Foglio: la resistenza è ora. Intervista. Con appello all’Europa

Armare la resistenza: se non ora, quando? Le lacrime sono importanti, i fatti lo sono ancora di più. E nel caso specifico i fatti che contano, quando si parla di Ucraina, quando si parla di guerra, quando si parla di resistenza, corrispondono a una parola fatta di quattro lettere: armi. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, con i suoi racconti dal fronte, commuove il mondo ormai da 48 giorni, ma da qualche tempo a questa parte le sue parole sembrano colpire più il cuore che il cervello delle classi dirigenti europee. Molte lacrime, pochi fatti. Zelensky, a proposito di fatti, nella giornata di ieri è tornato a chiedere all’Unione europea due aiuti per non perdere la guerra contro la Russia. Il primo è di natura economica e Zelensky ha detto che l’Ucraina non può aspettare ancora: “Abbiamo bisogno di decisioni forti e l’Ue deve prenderle adesso. Deve sanzionare il petrolio e tutte le banche russe”.

Il secondo aiuto è di natura militare e anche ieri Zelensky si è sgolato chiedendo su questo un sostegno reale. “Presto sarà necessario un maggiore supporto militare. Le vite degli ucraini si stanno perdendo, vite che non possono più essere restituite. E questa è anche responsabilità di coloro che ancora conservano nel proprio arsenale le armi di cui l’Ucraina ha bisogno”. La scorsa settimana, dopo la passeggiata a Kyiv fatta con Zelensky, Boris Johnson ha annunciato l’invio da parte dell’Inghilterra di 120 mezzi corazzati e di nuovi missili anti nave. E per quanto si possa essere appassionati di sanzioni economiche, il lato militare, sul breve termine, resta  cruciale per decidere il destino dell’Ucraina. E’ questo quello che dice Zelensky. E’ questo quello che pensa Johnson. Ed è questo quello che pensa anche un pezzo da novanta degli apparati militare europei: il generale Claudio Graziano, presidente del Comitato militare dell’Unione europea.

 

Due giorni fa, in un incontro riservato avuto con i ministri degli Esteri dell’Ue, il generale ha ricordato che nelle prossime settimane la chiave per sostenere la resistenza è una e coincide con il superamento di un tabù:  smetterla di parlare di armi difensive, iniziare a mettere sul tavolo la necessità di offrire armi offensive e rendersi conto che ogni minuto perso significa regalare alla Russia di Putin un vantaggio strategico che peserà immensamente sul futuro dell’Europa. E cosa serve all’Ucraina? Graziano lo ha spiegato con chiarezza. Armi pesanti. Carri armati. Lanciarazzi. Artiglieria. Veicoli di trasporto per le truppe. Missili anti nave. E soprattutto velocità da parte dell’Europa per attingere ulteriormente a un fondo speciale fuori bilancio chiamato Epf (European Peace Facility) che dispone di un flusso finanziario pari a 5 miliardi di euro e che l’Europa ha già utilizzato due volte negli ultimi mesi (28 febbraio 2022, 23 marzo 2022) per sostenere le Forze armate ucraine con un finanziamento pari a un miliardo di euro (tecnicamente funziona così: i paesi membri inviano all’Ucraina supporto militare, l’Europa ristora i paesi che inviano il supporto militare attingendo al fondo Epf).

Il generale Graziano, raggiunto ieri dal Foglio, ha accettato di tornare sul tema e alla nostra domanda se l’Europa dovrebbe fare di più, molto di più, per aiutare militarmente l’Ucraina, con tutti i mezzi a nostra disposizione per armare la resistenza contro la Russia, a partire dai carri armati, a questa domanda il generale risponde così: “Vorrei dire di sì. Vorrei dire che ne servirebbero molti. Vorrei dire che ne servirebbero di efficienti. Vorrei dire che servirebbero subito. Ma visto l’andamento della guerra sul terreno direi che ne andrebbero bene anche pochi, benedetti purché subito”. Armare la resistenza. Il punto è ovvio e lo ha segnalato ieri mattina anche il commissario Paolo Gentiloni (“aiutare l’Ucraina che resiste. Ora”). E una volta individuato il punto resta da capire, in questa partita, da che parte sta l’Italia. E la scelta oggi è facile: dalla parte delle lacrime o dalla parte dei fatti? 

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.