(foto EPA)

traiettorie parallele

Macron, Draghi e la differenza tra due modelli di borghesia

Claudio Cerasa

La grossa diversità tra il presidente francese e il premier italiano è una: da una parte, in Francia, c'è un élite che prova a dirigere. Dall'altra, in Italia, ce n'è una che si limita solo a digerire

Grazie a o nonostante? Sono entrambi fermamente europeisti. Sono entrambi orgogliosamente atlantisti. Sono entrambi sinceramente globalisti. E in questi giorni, in queste ore, in queste settimane, sono entrambi saldamente schierati a difesa dell’Ucraina, a difesa della democrazia e a difesa di tutto ciò che nell’ultimo mese è stato messo in discussione dall’aggressione della Russia. Eppure, nelle traiettorie parallele di Emmanuel Macron e Mario Draghi, il primo impegnato in prima persona in una campagna elettorale che si interromperà il 10 aprile, il secondo impegnato in prima persona a governare una campagna elettorale che si interromperà la prossima primavera, c’è un elemento importante che rende le due leadership molto diverse l’una dall’altra e quell’elemento coincide con il rapporto opposto coltivato dal presidente francese e dal capo di governo italiano con l’élite del proprio paese. Il Macron che arriva carico di aspettative, sogni, ambizioni e speranze al primo turno delle presidenziali è un Macron che può considerarsi espressione genuina della classe dirigente francese, che cinque anni fa fece una scommessa fortunata sull’ex banchiere della Rothschild.

Il Draghi, anche lui ex banchiere, che cerca invece con pragmatismo e con buoni risultati di traghettare l’Italia verso le prossime elezioni è un Draghi che si è andato via via ad affermare non grazie alla classe dirigente italiana ma nonostante essa. Il Draghi europeista, globalizzatore, pro mercato, antipopulista, è un leader la cui forza appare essere espressione, anche in tempi di guerra, non di ciò che ha seminato negli ultimi anni l’establishment del nostro paese ma di ciò che l’Italia è stata in grado di costruire per trovare un’alternativa al modello di leadership coccolato dall’establishment italiano. Un modello di leadership che ha scommesso sul consociativismo, inteso come sistema politico all’interno del quale la stabilità diventa non un mezzo per governare ma un fine per dividersi il potere. Un modello di leadership che ha scommesso sulla concertazione, intesa come trionfo costante della strategia della mediazione sulla politica della decisione.

Un modello di leadership che ha scommesso sull’antipolitica, intesa come strategia quotidiana finalizzata a trasformare i partiti nei capri espiatori di ogni problema del paese. Un modello di leadership che ha scommesso sulla strategia del nimbysmo, rinunciando a combattere ogni battaglia utile a migliorare l’indipendenza energetica del nostro paese. Un modello di leadership che infine ha scommesso su ogni genere di complottismo, a partire dal giustizialismo, e che ora, nei talk-show in prima serata, raccoglie i risultati di ciò che ha costruito con cura. Da questo punto di vista, in un anno di governo Draghi, l’establishment del nostro paese, a differenza di quello francese, ha vissuto la nuova stagione politica più da spettatore che da protagonista. E un pezzo importante di borghesia, lo stesso che oggi a fatica riesce a trattenere la sua insofferenza nei confronti della resistenza di Zelensky, sembra non avere le forze per fare un passo in una nuova fase ricca di opportunità, che è quella generata dalla guerra in Ucraina, con una globalizzazione che cambia, un mercato che muta e una nuova stagione di libero scambio che si fa strada e che promette di non essere una semplice parentesi che poi si andrà a chiudere. Se le si osservano come somma complessiva delle classi dirigenti, per quello che hanno covato, coltivato e alimentato in questi anni, le élite italiane si muovono in una dimensione diversa rispetto a quella francese: quella di chi il processo in corso, virtuoso, più che favorirlo ha fatto di tutto per evitarlo. Europeismo, creatività, coraggio, gusto del rischio, lotta contro il complottismo. La differenza tra essere una classe dirigente, cioè che cerca di dirigere, e una classe digerente, cioè che si limita a digerire, si gioca qui: sulla capacità non di scendere in campo ma di non avere più dubbi su quale sia il campo da difendere quando si parla di libertà.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.