Ansa

Linguaggio ed estremismo

La vera marcia per difendere le nostre libertà oggi passa dall'anti complottismo

Claudio Cerasa

Il punto non è il fascismo ma qualcosa di ben più complesso, pericoloso e trasversale: il pensiero unico che si alimenta attraverso cospirazioni immaginarie e destabilizza le fondamenta della democrazia

Le immagini arrivate ieri pomeriggio da Milano, con gli attivisti dei centri sociali che al grido “i fascisti siete voi” hanno aggredito verbalmente alcuni sindacalisti della Cgil di fronte alla Camera del lavoro dimostrano, semmai ce ne fosse ancora bisogno, che per ragionare con lucidità sull’estremismo politico dei nostri giorni non è sufficiente utilizzare come unica ed esclusiva chiave di lettura la dicotomia tra fascismo e antifascismo. Non è una chiave di lettura sufficiente non per le ragioni suggerite da Giorgia Meloni all’indomani degli atti vandalici compiuti sabato scorso a Roma nella sede nazionale della Cgil – “non conosco la matrice di quelle aggressioni” – ma lo è per una questione ben più sottile e forse più interessante che ci permette di capire in che senso il vero collante degli estremismi politici, oggi, non ha a che fare con il ritorno del fascismo ma con un fenomeno ben più trasversale, ben più complesso, ben più corposo e dunque molto più pericoloso: il pensiero unico complottista.

 

Il pensiero unico complottista tende in modo sistematico a trasformare i propri avversari in nemici della libertà. E con grande disinvoltura tende a presentarsi regolarmente sulla scena pubblica con il profilo di chi lotta per ridare ai cittadini un pizzico della libertà che qualcuno diabolicamente gli ha fatto perdere. Alcune volte i nemici della nostra libertà possono essere istituzioni come l’Europa, alcune volte i nemici della nostra libertà possono essere strumenti come l’euro, alcune volte i nemici della nostra libertà possono essere gli immigrati invasori, alcune volte i nemici della nostra libertà possono essere le mascherine imposte dalla dittatura sanitaria, altre volte ancora i nemici della nostra libertà possono essere politiche dei governi come il green pass. Il pensiero unico complottista non è una prerogativa di un singolo schieramento politico ma, in nome della sfida al sistema, in nome della sfida alla casta, in nome della sfida ai potenti, in nome della sfida ai poteri forti, tende a diffondersi con disinvoltura lungo tutti gli estremi.

 

Per la politica, dunque, il problema vero, oggi, non è dissociarsi dal fascismo, non è rivendicare la svolta di Fiuggi, non è solo condannare gli estremismi, non è solo isolare i violenti, ma è avere il coraggio di ripudiare fino in fondo il vocabolario di un’ideologia trasversale il cui fine ultimo, volontario o involontario che sia, è quello di destabilizzare le fondamenta della democrazia. In questo senso, il guaio serio che hanno le Giorgia Meloni, i Matteo Salvini, i Donald Trump, i Jean-Luc Mélenchon e gli Éric Zemmour di tutto il mondo, quando osservano gli estremisti che protestano in piazza contro le varie e famigerate dittature del momento, non è legato alla loro contiguità con il fascismo ma è legato alla loro contiguità con il lessico usato dai neocomplottisti per giustificare le proprie rivolte contro il famigerato sistema dominante. Vale quando gli sciamani invadono Capitol Hill. Vale quando i gilet gialli sfondano la porta di un ministero. Vale quando i suprematisti puntano il proprio mirino contro gli immigrati. Vale quando gli estremisti sfondano le porte di ingresso di un sindacato. Il punto non è solo la contiguità tra il mondo della politica e quello dell’eversione, non è l’infiltrazione dei fasci nel proprio partito, non è la nostalgia degli autoritarismi, non è la cassa di risonanza del web, ma è la capacità da parte di tutti di osservare i nuovi estremismi con uno sguardo nuovo, meno ideologico, mossi dalla consapevolezza di aver fatto tutto ciò che era necessario fare per combattere il complottismo e non per alimentarlo. La vera marcia per difendere la nostra libertà oggi più che dall’antifascismo passa dall’anticomplottismo.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.