La foto

La falange sfogliatella. Da De Luca a Di Maio: è il miracolo di Napoli

È il patto della calamarata. Il “dotto” Provenzano abbraccia l'uomo dall'abito blu, Di Maio. Le liste di De Luca si sono affratellate con quella del M5s, che qui rimane la bandiera dello “stato vieni a me”

Carmelo Caruso

Nasce a Napoli la Sciences Po della sinistra, il pikketysmo di via Toledo. De Luca definiva Di Maio "coniglio", "una pippa", oggi la tregua: l'abbraccio degli arcinemici

Sono irresistibili come i contadini di Pelizza da Volpedo perché sono la falange meridionale reddito e sfogliatella, la punta avanzata della sinistra “avanti, che vinciamo”.

  

Azzeccarbugli, Svimez, il presidente della Camera ma ex centro sociale, il pupo di Pomigliano d’Arco che adesso siede all’Onu, lo zio di Salerno e dunque d’America, tutti insieme per una volta ma che qui, nella città della vita come teatro, è come essere insieme per sempre. Arriva da Napoli lo “state fermi che si scatta”, l’immagine, la didascalia definitiva, di queste elezioni amministrative che riconsegnano la città alla sinistra e per la prima volta a quel galantuomo di Gaetano Manfredi, il professore “sik sik” che ha vinto con la frase più eversiva che si potesse pronunciare: “Voglio una Napoli normale”.

 

Neppure i fotografi, si sono accorti del privilegio che la storia gli ha regalato, l’attimo imminente. È Napoli la vera quarta via del socialismo internazionale, altro che la Germania di Olaf Scholz, il Pikkettysmo di via Toledo. Nella stessa fotografia entrano i moschettieri del meridione come schiuma della terra e quindi “battiamoci”. Meglio dell’Italia di Mancini, il modulo era 1-1-1-1: Giuseppe Provenzano, Luigi Di Maio, Vincenzo De Luca, Roberto Fico.

 

E va bene che c’è voluta l’arte, la gentilezza di Manfredi: “Dai Vincenzo, viene anche tu”, ma il miracolo, più di quello di San Gennaro, si è compiuto. Napoli lava infatti tutti gli scapaccioni di De Luca a Di Maio: “Doveva fare il carpentiere”; “il suo nome mi procura istinti che voglio controllare”; “Di Maio coniglio”. “Di Maio sciacallo”. Roberto Fico che, sempre per De Luca, faceva parte della squadra “di tre mezze pippe, tre falsi come giuda” (gli altri due erano il solito Di Maio e Alessandro Di Battista) si collocava accanto al mullah della costa cilentana che ancora si commuove quando parla della sua Salerno che ha “una piazza che neppure San Pietro a Roma”.

 

Non si vede nella fotografia ma dietro aleggia lo spirito di Giuseppe Conte, ormai troppo impegnato a regalare sorrisi alle sue ammiratrici: “Quanto sei bello! La tua maglietta fina”. Lo sanno tutti che fare il sindaco di Napoli era il sogno di Fico, quel “io vorrei che tu, Luigi e io”… Si è opposto De Luca, che ha detto “se ti candidi tu, ti faccio la guerra io”. Non è infatti una vittoria. È di più. A Napoli è stato firmato l’armistizio tra il de luchismo scientifico (voti, pacchetti, candidati vincenti) e il lazzaronismo barbuto di Fico.

    

A Napoli è stato sottoscritto il patto della calamarata. Il “dotto” Provenzano si abbraccia all’uomo abito blu, Di Maio. Le liste di De Luca, “vi spiego io come si fa”, si sono affratellate con la lista del M5s che qui rimane la bandiera dello “stato vieni a me”. De Luca si trattiene le mani. Di Maio abbassa lo sguardo. Fico sussurra all’orecchio di De Luca che giustamente fa finta di non ascoltarlo. Provenzano porta “il saluto del segretario e di tutto il Pd”. È Napoli la vera Sciences Po della sinistra italiana. Venitela a studiare e a studiarci. Rettore De Luca, pro rettore Di Maio. Provenzano al dipartimento studi macalusiani. Fico alla cattedra di filosofia politica. Conte si sa, inforna le pizze.

  

  • Carmelo Caruso
  • Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica, ha scritto otto anni per Panorama occupandosi di politica, cronaca, cultura. Nel 2018 a Il Giornale. Oggi in redazione a Il Foglio.