il ballo del mattone

I paletti del catasto. Guida per evitare la stangata immobiliare

Enrico Zanetti

Una riforma è opportuna, ma anche pericolosa: il rischio è che aumenti la pressione fiscale 

Poche riforme sono così opportune e al tempo stesso così pericolose come quella del catasto. E’ una riforma opportuna, perché i valori catastali degli immobili sono con tutta evidenza determinati con parametri che non hanno collegamento alcuno con quelli che, nel mondo reale, concorrono a determinare il valore effettivo di un immobile (si pensi soltanto, a titolo puramente esemplificativo, all’utilizzo dell’unità di misura dei vani, anziché dei metri quadrati). E’ una riforma pericolosa, perché nonostante le sue ricadute vengano sempre proposte nell’ottica “di una più equa imposizione fiscale” (così, da ultimo, si legge anche nell’atto di indirizzo alle amministrazioni fiscali per il triennio 2021-2023 recentemente licenziato dal Mef), mantiene assai elevata la possibilità che  si traduca, in concreto, in un significativo incremento della pressione fiscale esercitata sui possessori di immobili, tra imposte dirette e imposte indirette.


In un paese come l’Italia, in cui la proprietà immobiliare è diffusa e i possessori di immobili sono dunque percentualmente molti sul totale della popolazione, la percezione della pericolosità della riforma vince sistematicamente sulla percezione della sua opportunità. La colpa è però anche e soprattutto di chi, governo o forza politica, propone questa riforma, così delicata, sempre a scatola chiusa o quasi. Affermare generici principi di invarianza di gettito complessivo, mediante riduzioni delle aliquote di imposta mediamente applicate, a fronte dell’incremento complessivo della base imponibile immobiliare, è sicuramente una petizione di principio apprezzabile dal punto di vista dello stato, ma significa ben poco per il singolo contribuente, perché l’invarianza del gettito complessivo non esclude affatto che possano verificarsi aggravi fiscali, anche significativi, per alcuni; semplicemente postula che questi aggravi saranno compensati da riduzioni del prelievo a favore di altri.

Se si vuole, dunque, che questa riforma venga vista, anche da chi possiede un paio di immobili, come una “grande opportunità ancorchè pericolosa” e non come “un grande pericolo e basta” è necessario dire prima dove si vuole andare a parare anche in termini redistributivi e non semplicemente partire, dicendo che nel complesso si pagherà uguale, per poi lasciare tutto nelle mani di algoritmi tecnici elaborati dai competenti uffici tecnici.Nel 2016 ero viceministro all’Economia del governo Renzi, quando sostanzialmente spostammo su un binario morto l’iter attuativo della riforma del catasto, che era stata prevista dalla legge delega di riforma del sistema fiscale approvata dal Parlamento nel 2014, stava accadendo esattamente questo: a fronte di un generico principio di invarianza di gettito, stava venendo partorito a livello tecnico un mostro che, causa l’assenza di indirizzo politico a monte sugli obiettivi perequativi, avrebbe potuto portare a risultati del tutto imprevedibili, o comunque non sufficientemente valutati e ponderati sul piano politico.


Tanto quanto è opportuna la riforma del catasto, altrettanto è dunque opportuno opporsi a ipotesi di riforme perequative che non spiegano da subito qual è il tipo di perequazione che si vuole costruire sulla riforma. Ed è un’opposizione doppiamente opportuna se, nella stanza dei bottoni che gestisce il processo di riforma, una volta partito l’iter “a scatola chiusa”, siedono componenti rilevanti non solo di sinistra ideologica, ma anche di sinistra sbiellata (i 5 stelle, per intenderci), che hanno troppo a cuore il sempre più oneroso finanziamento del reddito di cittadinanza, per avere anche un po’ di cuore nei confronti di chi non solo è così sgarbato nei loro confronti da non averne bisogno, ma addirittura possiede due o tre immobili di famiglia. Serve infatti una mentalità politica genuinamente non finalizzata al gettito per finanziare altro reddito di cittadinanza e un’adeguata capacità di presidio di strutture tecniche abituate a ragionare dal punto di vista degli effetti “macro” sul bilancio dello stato e meno avvezze a considerare anche le ricadute “micro” sui bilanci delle singole famiglie, altrimenti è garantito al 110 per cento che la giusta riforma del catasto deraglia nell’ingiusto massacro del ceto medio.

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