Matteo Salvini (foto Ansa)

Perché il dramma afghano manda in tilt le timeline sovraniste

Claudio Cerasa

Il disastro afghano, come in fondo è stato per la pandemia, è lì a dimostrare non solo il disastro di Biden ma anche gli altri limiti della retorica populista e i rischi mortali, per il mondo libero, di seguire alla lettera l’agenda isolazionista

E' stato tutto sommato un bene per Matteo Salvini avere avuto la possibilità di dirottare l’attenzione degli osservatori italiani sul caso Durigon, trasformandolo nell’elemento di imbarazzo più rilevante dell’agosto leghista. E’ stato tutto sommato un bene, per Salvini, perché il clamore suscitato dallo scivolone dell’ex sottosegretario all’Economia, che bene ha fatto a togliersi di mezzo dal governo, ha permesso al partito dell’ex Truce di far passare in secondo piano un imbarazzo ben più importante, e ben più rilevante, che ha attraversato come un fulmine la timeline dell’identità leghista. Diciamo timeline non a caso perché mai come in questo periodo osservare le parole utilizzate sui social da Matteo Salvini è molto istruttivo per capire non solo quali sofisticate pietanze e quali ricercatissimi cocktail entrano nello stomaco dell’ex ministro ma anche per capire quanto sia incapace il leader leghista di sfuggire alla tentazione di offrire risposte semplici, e a volte inutili e persino controproducenti, a problemi complessi come quelli per esempio che riguardano il collasso afghano. 

E’ stato tutto sommato un bene per Matteo Salvini avere avuto i riflettori dell’opinione pubblica puntati sul caso Durigon perché se non fosse stato così sarebbe risultato ancora più chiaro quanto il caso afghano non ha avuto solo l’effetto di mettere in luce tutti i limiti della leadership di Joe Biden ma ha avuto anche l’effetto di dimostrare quanto sia pericoloso, anche in politica estera, affidarsi alla retorica, alla demagogia e al pressappochismo di un’ideologia di cui i sovranisti sono i principali teorici: l’isolazionismo. Salvini, che è un politico astuto, sa perfettamente, come abbiamo già scritto, che Biden ha fatto malamente quello che aveva iniziato a fare altrettanto maldestramente Donald Trump e per questo, in modo tanto creativo quanto surreale, ha cercato di utilizzare le sue doti di influencer, sul caso afghano, non per provare a offrire soluzioni, non per riflettere sul fallimento strategico della strategia isolazionista, ma per provare a dimostrare che, ancora una volta, la realtà tende a supportare le battaglie politiche della Lega. Le immagini delle donne in fuga, le immagini dell’aeroporto di Kabul sotto assedio, le immagini dei bambini che muoiono, le immagini dei talebani che tornano a uccidere diventano così, magicamente, diabolicamente, ridicolmente, la prova provata della bontà delle tesi leghiste. Due su tutte: Giuseppe Conte è un cretino e Luciana Lamorgese deve dimettersi.

Due piccoli tweet per capire di cosa stiamo parlando e per provare poi a fare un passetto in avanti. Tweet numero uno: “Mentre i talebani portano morte e violenza a Kabul, e colpi di mitragliatrice vengono sparati nei pressi dell’aeroporto, Conte per i 5Stelle invita al dialogo con loro ed esponenti Pd esultano per i terroristi islamici al potere. La Lega non ci sta, nessun dialogo coi terroristi”. Tweet numero due: “L’avanzata dei Talebani in Afghanistan è un pessimo segnale: occorre lavorare per scongiurare il pericolo di radicalizzazione e terrorismo. Salvare le vite di donne e bambini in pericolo sì, ma senza aprire le porte del nostro Paese a migliaia di persone”. Si può essere più o meno d’accordo con gli obiettivi politici di Matteo Salvini, ma le parole del leader leghista sono istruttive, più che per giudicare il leader del M5s e il ministro dell’Interno, per ragioni più interessanti, che riguardano l’imbarazzo profondo, da parte dei nuovi e vecchi populisti, nel mettere le mani nella melma del collasso afghano. E i motivi, purtroppo, sono piuttosto semplici: il disastro afghano, come in fondo è stato per la pandemia, è lì a dimostrare da un lato i limiti della retorica populista e dall’altro i rischi, per il mondo libero, di seguire alla lettera l’agenda isolazionista. I talebani, dice giustamente Salvini, “portano morte e violenza a Kabul”, la loro avanzata “è un pessimo segnale”, contro questa avanzata “occorre scongiurare il pericolo di radicalizzazione e terrorismo”, di fronte al terrore è necessario “salvare la vita di donne e bambini in pericolo”, ma nel dire tutto questo il leader della Lega, e tutto ora interprete numero uno in Europa del verbo sovranista, non si accorge di quanto le ricette offerte dal suo partito, e dai suoi cugini nazionalisti, siano le migliori per aggravare i problemi di cui Salvini parla.

Salvini forse non se ne è accorto ma la morte e la violenza a Kabul avvengono perché l’America e la Nato hanno fatto esattamente quello che i populisti chiedono da anni, ovvero sia smettere di esportare la libertà nel mondo. Salvini forse non se ne è accorto, ma per fermare l’avanzata dell’islamismo radicale occorrerebbe fare quello che i populisti chiedono di non fare da anni, ovvero sia aumentare, e non diminuire, la presenza delle truppe Nato nei paesi più martoriati del mondo (l’invio delle truppe italiane in Sahel, tanto per dire, è avvenuto nonostante il voto non favorevole della Lega).

Salvini forse non se ne è accorto, ma per scongiurare il pericolo di radicalizzazione occorrerebbe fare quello che i populisti chiedono di non fare da anni, ovvero sia non lasciare il dominio del vicino e del lontano oriente nelle mani di alcuni stati canaglia e lavorare per rafforzare quell’Europa che avrebbe il dovere di riempire i vuoti creati dall’isolazionismo americano e che avrebbe la necessità di non essere considerata utile solo quando si trasforma in un bancomat. Salvini forse non se ne è accorto, infine, ma per salvare la vita di donne e bambini in pericolo, come giustamente chiede di fare, l’Italia, e anche l’Europa, avrebbero il dovere di scommettere sulla carta dei corridoi umanitari e avrebbero il dovere di trasformare la possibile crisi migratoria afghana in un’occasione per affermare una verità che i populismi mai avranno il coraggio di riconoscere: bloccare i flussi clandestini ha senso se insieme si organizzano quelli regolari, e come ha giustamente ricordato il commissario Paolo Gentiloni due giorni fa a Repubblica “i fenomeni migratori sono inevitabili: si tratta di scegliere se gestirli in modo legale e organizzato oppure lasciarli alla clandestinità”. I nazionalismi alla Salvini, in definitiva, hanno paura di tutto ciò che potrebbe aiutare il mondo libero a prevenire il terrore, a combattere l’estremismo, a contrastare l’immigrazione illegale e a evitare un altro collasso come quello afghano. Tutto sommato molto meglio parlare di Durigon.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.