Complottista, nì vax e orbaniana. Il falso mito della destra divisa

Claudio Cerasa

Gli unici litigi che dividono davvero il centrodestra sono quelli che hanno a che fare con le poltrone e non con le idee. Dai vaccini fino all’Europa. 
Il grosso guaio di una destra che si arrende all’agenda Meloni-Salvini 

Sarebbe bello e anche molto rassicurante poter sostenere che il centrodestra italiano sia diviso, tormentato e lacerato come spesso si racconta sulle prime pagine di molti quotidiani. Sarebbe bello e anche molto rassicurante poter sostenere che il partito di Matteo Salvini e quello di Giorgia Meloni e quello di Silvio Berlusconi siano davvero  decisi a mettere in campo una sana competizione volta a smascherare l’estremismo residuale dei propri alleati. Sarebbe bello e anche molto rassicurante poter sostenere che il centrodestra italiano sia alla ricerca di una sua nuova dimensione e sia per questo martoriato al suo interno tra chi intende prendere una direzione precisa e chi intenda invece prenderne un’altra. Sarebbe davvero bello fosse così. Ma la realtà purtroppo oggi appare molto diversa. E se si ha la pazienza di mettere insieme alcune storie registrate negli ultimi giorni si capirà perché gli unici litigi che dividono il centrodestra sono quelli che hanno a che fare con le poltrone e non con le idee. Le poltrone su cui il centrodestra ha litigato negli ultimi giorni sono tendenzialmente di due tipi.

 

La prima poltrona è quella del cda della Rai dove a Giorgia Meloni è stato fatto uno sgarbo mica da poco: a Fratelli d’Italia, in quanto unico partito d’opposizione, spettava un posto nel cda della Rai ma quel posto il centrodestra di governo ha scelto di tenerselo per sé. Risultato: i quattro membri politici del cda, per la gioia del nuovo amministratore delegato Carlo Fuortes, sono riconducibili tutti a partiti che si trovano nella maggioranza di governo. Giorgia Meloni non l’ha presa bene, e si capisce, e da giorni ha iniziato a punzecchiare i suoi alleati. Prima non presentandosi all’inaugurazione della campagna elettorale del candidato sindaco scelto dal centrodestra a Milano (Luca Bernardo). Poi alludendo al fatto che la Lega e Forza Italia si trovano così bene al governo con il Pd da essere pronti a sacrificare l’alleanza con Fratelli d’Italia (può sembrare un’affermazione quasi senza senso ma in verità l’affermazione ha una sua aderenza alla realtà e in particolare coincide con la strategia Giorgetti: far sì che questa maggioranza di governo, con Draghi premier, possa essere non una parentesi ma un progetto da preservare anche nella prossima legislatura). Il centrodestra, sulla Rai, litiga sulle poltrone, come è normale che sia, e in fondo lo stesso problema è emerso nelle ultime settimane parlando di altre poltrone: quelle dei candidati sindaco.

 

Lo scazzo tra alleati relativo ai nomi giusti da lanciare nelle città (si vota tra fine settembre e inizio ottobre) ha portato il centrodestra a presentare con molto ritardo rispetto agli avversari i nomi dei propri candidati (il candidato a Milano è così poco vicino a Meloni al punto che Meloni non ha aperto la sua campagna elettorale, il candidato a Roma è così poco vicino a Salvini al punto che i suoi appuntamenti in città vengono gestiti direttamente da alcuni parlamentari di Fratelli d’Italia). Ma a fotografare lo stato di salute del centrodestra rispetto alla campagna elettorale per le amministrative è qualcosa di più significativo rispetto al tema della tempistica. Qualcosa che coincide con le modalità delle scelte. A differenza dall’ultima campagna elettorale per le regionali, quando Lega, FdI e FI scelsero di candidare solo ed esclusivamente volti politici, questa volta Meloni, Salvini e Berlusconi hanno scelto di cambiare metodo e nella stragrande maggioranza dei casi hanno candidato esponenti della così detta società civile (è successo a Torino con l’imprenditore Paolo Damilano, è successo a Bologna con l’imprenditore Fabio Battistini, è successo a Napoli con il pm Catello Maresca, è successo a Roma con Enrico Michetti). In politica, la scelta di una coalizione di affidarsi alla società civile matura quando i partiti politici hanno un disperato bisogno di nascondere non tanto le proprie profonde divisioni quanto le proprie evidenti incompatibilità con la realtà. Lo schema, a destra e a sinistra, è sempre lo stesso: famiglie rissose, parenti impresentabili, papi stranieri. Ma ancora una volta, le risse in questione non hanno nulla a che fare con le diverse visioni del mondo messe in campo dagli alleati. Hanno a che fare, al contrario, unicamente con una volontà esplicita da parte dei partiti che fanno parte della coalizione di spartirsi il malloppo o in alternativa di scaricare su qualcun altro la responsabilità di eventuali sconfitte.

 

E’ dunque un gioco di potere, un gioco di posizionamenti, un gioco di equilibri ma è un gioco in cui le divisioni sono solo apparenti perché in verità la distanza che esiste tra partiti come la Lega e come Fratelli d’Italia è infinitamente più piccola rispetto a quella che appare essere la loro rappresentazione mediatica. Sarebbe bello che tra Lega e FdI ci fosse una differenza di toni sull’Europa, sui vaccini, su Orbán, sul Green pass, sulle pensioni, su quota 100, sulla necessità di affrontare in modo compatto l’ultimo miglio della campagna vaccinale e sarebbe bello che le scemenze dette da uno dei due partiti sulla dittatura sanitaria non venissero ripetute a pappagallo dall’altro partito. Sarebbe bello poter vedere differenze di vedute su temi cruciali per il futuro del nostro paese ma la verità è che sui temi che contano meno (le poltrone) Salvini e Meloni si dividono mentre sui temi che contano di più (vaccini, Europa) Salvini e Meloni parlano esattamente la stessa lingua. E in entrambi i casi purtroppo la lingua in questione non è quasi mai quella che coincide con la difesa della libertà ma è quella che purtroppo coincide con la difesa della menzogna.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.