Il retroscena

"Ora parlo ai parlamentari". Grillo minaccia Conte. Di Maio media (con i pop corn)

Intanto l'ex capo politico si spende per una pace tra Giuseppi e Beppe. I parlamentari chiamano il ministro degli Esteri. Il Movimento è senza bussola

Simone Canettieri

Il garante del M5s tiene il punto sullo statuto: "Non mi faccio intimidire". L'ex premier pensa a un nuovo partito poi fa retromarcia

La situazione è “seria”. E grave. Ammettono i pochi che riescono a parlare con Giuseppe Conte, rintanato nel suo ufficio romano con il suo staff legale. Quello alle prese con “una più puntuale e chiara distinzione di ruoli e competenze tra vecchi e nuovi organi”. 

Intanto i parlamentari assistono spiazzati allo scontro con Beppe Grillo. Nel giorno in cui scoppia il caso del ddl-Zan, il leader in pectore del M5s non favella, non dà una linea, non indirizza i deputati e i senatori pentastellati. Vuoto pneumatico.

Segnali di sbandamento evidente, segnali che la situazione è davvero “seria”. Perché?

Grillo non molla. Anzi, quando ieri mattina ha letto sui giornali la linea dell’ex premier (“se Beppe non crede nel progetto, salta tutto”) è andato su tutte le furie. L’ex comico ha capito che Conte vuole lo scontro e che non ha paura ad affrontarlo di petto. E che “pensa di ricattarmi, di condizionarmi, di essere indispensabile: il simbolo è il mio”, dice il Garante agli amici che lo raggiungono.

Per la prima volta c’è qualcuno nel Movimento che affronta il fondatore, lo prende per i ricci, non ha paura delle sue reazioni, che possono essere, come si sa, violente, non ponderate, passionali, di pancia. 
Di fatto, la trattativa per tutta la giornata non fa passi in avanti: Conte, da una parte, rivendica massima autonomia nel nuovo statuto; Grillo, dall’altra, è intenzionato a non cedere di un passo, a non farsi ridimensionare, a non vedere, queste sono sue parole, “il mio movimento trasformato nel partito personale di Giuseppe”. 


Nella costituzione contiana infatti è previsto che il capo politico abbia mano libera su tutto: dall’indicazione degli organi collegiali fino al tesoriere, passando per gli organismi locali. E senza mai passare da una scelta della rete, ovviamente. Visto che l’altro pilastro della famigerata democrazia diretta, Davide Casaleggio, ormai se n’è andato con la palla (Rousseau) e la sua sostituzione, dal punto di vista digitale, è ancora lontana dal venire e soprattutto dall’essere testata. 


Conte vuole avere l’ultima parola sulla linea politica, che non deve essere più sindacabile da parte di chi creò tra vaffa e gogne il partito che adesso è maggioranza relativa in Parlamento. Si scontrano dunque due mondi, ma anche due personalità complesse. 


Grillo è pronto a chiamare a raccolta i parlamentari per raccontare loro i motivi dello scontro: da giorni pensa a questo. Uno show. E sarebbe una mossa esiziale per le ambizioni dell’ex premier che si vedrebbe le truppe ammutinate. Conte, invece, fa trapelare l’ipotesi di un partito proprio senza più condizionamenti: nuovo statuto, nuove regole, zero mediazioni. 


Il partito di Conte, appunto. Un piano B tante volte accarezzato ai tempi del governo rossogiallo, ma mai messo in pratica, forse per mancanza di ardore. Le pochissime persone che parlano con l’ex presidente del Consiglio dicono che alla fine un’intesa si definirà e che si riuscirà a trovare una mediazione sullo statuto che possa accontentare, e non svilire, il vecchio capo. Ma lui ci starà? E soprattutto: come potrebbero comportarsi, di converso, i parlamentari davanti a un divorzio così clamoroso? E qui la mente corre subito a Luigi Di Maio. 


Una facile narrazione potrebbe darlo abbastanza soddisfatto di questo clamoroso flop del rivale interno. Ma la verità è più complessa. Il ministro degli Esteri sta cercando di fare il piccione viaggiatore tra le due sponde in guerra. I parlamentari lo cercano e vogliono avere notizie fresche. “Di Maio sta lavorando fianco a fianco con Conte per dare il via al nuovo progetto”, così riferiscono i parlamentari che in queste ore stanno intasando di messaggi il telefono dell’ex capo politico. 


“Beppe vuole bene al movimento”, dice sempre Di Maio ai suoi fedelissimi. E su Conte ribadisce: “Dobbiamo stare uniti attorno a Giuseppe. Questo è il momento di essere propositivi”, dice ancora il titolare della Farnesina tornando da Pristina dopo esser intervenuto davanti all’assemblea della repubblica del Kosovo. Anche a Roma lo attende la guerra. Ma interna. Con venti di scissione annessi. Di Maio seguirebbe mai Conte in un partito nuovo? C’è chi dice no. 

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  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero, prima ancora Parma, Firenze e Viterbo, dove iniziò a 19 anni con un pezzo sul pattinaggio artistico. Ama i giornali, e soprattutto le notizie. Molto meno le bio. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.