L'autolesionismo della politica ha offerto il fianco agli anti casta e ai teorici della politica senza soldi

David Allegranti

Quella del finanziamento ai partiti è un'emergenza creata dagli stessi partiti, che hanno alimentato uno zelante populismo delle élite mettendo in discussione le fondamenta della democrazia parlamentare 

Roma. Può sopravvivere la politica senza soldi, una politica così debole dunque da avere come supplenti altri poteri dello stato? E se i rimborsi elettorali non ci sono più, aboliti dal governo Letta, come si finanzia l’attività dei partiti, che giustamente è un costo ma non uno spreco per la democrazia? Le strade sono almeno due, in Italia. O si pensa, come fanno i grillini, che le istituzioni possano funzionare secondo principi pauperisti, con metà o la metà della metà delle risorse, oppure ci si rivolge a forme di finanziamento privato. E anche qui i problemi non mancano. In Italia c’è il 2 per mille, introdotto con cancellazione dei rimborsi, ma la raccolta non va come potrebbe o come dovrebbe: nel 2017 solo il 2,64 per cento ha destinato una parte della propria imposta sul reddito a un partito politico (in totale appena 14 milioni di euro arrivati nelle loro casse). D’altronde, non stupisce: secondo un sondaggio Demos del 2018, la fiducia nei partiti è all’8 per cento, in ultima posizione dietro il Parlamento (19), le banche (21), in sindacati (23) e via così. Perché mai un elettore dovrebbe finanziare istituzioni nelle quali non crede?

 

La domanda se l’è posta anche il senatore di Scandicci Matteo Renzi ieri al Senato, nel dibattito parlamentare sul finanziamento alla politica, che segue di qualche giorno il fracasso dell’inchiesta sulla Fondazione Open, con le perquisizioni all’alba delle abitazioni dei finanziatori della fondazione renziana. “In un paese nel quale la politica costa, una perquisizione a tappeto di tutte le persone che in passato hanno concorso alle iniziative politiche e culturali di una determinata fondazione reca un dato di fatto evidente: nessuno finanzierà più un centesimo di quella parte culturale o politica. Aggiungo io – mi sia consentito dire – che fanno anche bene”, ha detto Renzi fra una citazione di Aldo Moro (“Non ci lasceremo processare nelle piazze”) e un riferimento a Bettino Craxi (“Disse che larga parte del finanziamento ai partiti era illecito o irregolare”). Dunque, ha aggiunto Renzi, “se un cittadino perbene finanzia la politica (perché io rivendico l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e penso di essere ormai minoranza in quest’assemblea) ma, accanto all’abolizione del finanziamento pubblico, il finanziamento privato viene criminalizzato, è evidente che quel cittadino, quell’imprenditore non finanzierà più la cosa pubblica”. D’altronde, se vale la regola del sospetto, in un paese in cui il denaro è lo sterco del demonio, allora il finanziamento privato diventa automaticamente criminogeno.

 

Tuttavia, come ha osservato il senatore di Forza Italia Andrea Cangini nel suo intervento in replica a Renzi, “se siamo arrivati a questo punto, se la politica è delegittimata e il suo spazio viene invaso dalla magistratura è anche perché in quest’aula nessuno è senza peccato circa l’abuso di demagogia”. Neanche Renzi, ha detto Cangini. “Lei esultò alla decadenza di Berlusconi ex legge Severino, spiegò la riforma del Senato come taglio alle ‘poltrone’ e risparmio di denaro pubblico, ha fatto nascere l'attuale governo sul vergognoso ed antidemocratico taglio dei parlamentari”. Insomma, ha detto il senatore di Forza Italia cogliendo un punto della questione, “basta ipocrisie, occorre realismo: facciamo una legge che concili finanziamento pubblico e privato ai partiti, diamo attuazione all’articolo 49 della Costituzione normando quel ‘metodo democratico’ che dovrebbe caratterizzare la vita interna dei partiti, facciamo una legge sulle lobby”. Una vecchia questione, quell’attuazione dell’articolo 49 della Costituzione. Torna ciclicamente nel dibattito pubblico ogni volta che accade qualcosa di clamoroso nella vita dei partiti. Se ne parla un po’, poi però non se ne fa niente. Fino alla prossima “emergenza”. Spesso peraltro l’emergenza è creata dagli stessi partiti, che si fanno male da soli alimentando uno zelante populismo delle élite, pronte a offrire la propria testa al popolo, magari mettendo in discussione le fondamenta della democrazia parlamentare. “Sino a che non verrà sciolto questo nodo di fondo”, ha detto Luigi Zanda, favorevole alla reintroduzione del finanziamento pubblico “la battaglia politica continuerà su altri piani: oggi è la volta del finanziamento della politica, ieri della riduzione del numero dei parlamentari, l’altro ieri dei vitalizi, domani del referendum confermativo, del voto online, della chiusura dei porti, della denigrazione della magistratura, della Banca d’Italia, dell’alta amministrazione pubblica. C’è una coerenza nella scelta di queste posizioni, ma non è una coerenza costruttiva. Al contrario, ha l’effetto di distruggere regole importanti senza curarsi delle conseguenze”. Il finanziamento della politica, o meglio della democrazia, ha aggiunto il tesoriere del Pd, “riconosce che in una democrazia l’esercizio della politica e la rappresentanza dei cittadini hanno il valore di un vero e proprio bene pubblico, che va sorretto per impedire distorsioni e degenerazioni”. Ecco perché un “anche ridotto finanziamento pubblico” è necessario.

  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.