Giuseppe Conte, Luigi Di Maio e Dario Franceschini (foto LaPresse)

Un faro su Franceschini

David Allegranti

Romano e Ceccanti ci spiegano perché il Pd rischia di grillizzarsi: “Dobbiamo essere rigorosi sui valori non negoziabili. E attenti al giustizialismo del M5s, ne abbiamo un po’ anche noi (e Renzi)”

Roma. Il taglio dei parlamentari, la sanzione a chi lascia il Pd in Umbria (poi ritirata dopo le proteste), la app per votare online che assomiglia a Rousseau, la tentazione giustizialista. Insomma, non è che questo Pd corre il rischio di grillizzarsi? “Ho sempre pensato che i Cinque stelle svolgessero una funzione paradossalmente positiva: si erano impossessati di alcuni elementi profondamente negativi dell’album di famiglia di una certa sinistra catastrofista, sottraendoli per nostra fortuna al patrimonio programmatico della sinistra di governo. Penso a un certo anticapitalismo grossolano, alla critica pregiudiziale alle multinazionali, al dietrologismo come lettura della realtà, eccetera”, dice al Foglio Andrea Romano. Insomma, aggiunge con un’altra metafora, “i Cinque stelle hanno estratto alcune malattie dal corpo della sinistra isolandole in un organismo diverso”. 

 

“L’alleanza con i Cinque stelle”, prosegue Romano, “rappresenta una nuova contaminazione con quelle tossine che sono tornate a circolare anche nel nostro corpo. Dunque, adesso c’è ancora più bisogno di essere lucidi sugli argomenti che ci caratterizzano e che servono al paese. Dobbiamo essere non meno ma più rigorosi”. Anche perché, osserva il deputato del Pd, “in questi anni c’è stato uno sfrangiamento dei capisaldi culturali: non abbiamo con noi un bagaglio ideologico solidissimo, anzi. Davanti a te hai anche militanti che sui valori non negoziabili della democrazia rappresentativa sono molto meno ferrati che in passato. Quindi dobbiamo essere vigili rispetto al rischio della grillizzazione”.

 

Prendiamo due esempi a caso, dice Romano. Le tasse sulle merendine o la giustificazione ministeriale per la manifestazione per l’ambiente di venerdì scorso. “In entrambi i casi abbiamo reagito tardi, perché in fondo dentro di noi c’è un pensiero che ci ha rallentato: ma non è che alla fine ha ragione Fioramonti quando dice che bisogna tassare le merendine per recuperare risorse per l’ambiente? Sulla giustificazione, stesso discorso. I ragazzi hanno fatto benissimo a manifestare, ma l’autorizzazione ministeriale è sbagliata. Chi decide per cosa è giusto o sbagliato manifestare? E se la prossima volta il ministro di turno volesse giustificare gli assenti per una manifestazione a difesa della razza italiana? Un conto è se c’è lo stato che ufficialmente celebra, chessò, la festa della Repubblica. E un conto è che ci sia una manifestazione giustificata per ragioni politicamente discrezionali. Anche lì non abbiamo posto obiezioni di principio”.

 

Dunque, dice Romano, “vedo una certa confusione che torna a serpeggiare tra di noi sui valori comuni. Io non escludo, come dice Goffredo Bettini, che nell’elettorato ci sia già una vicinanza, ma questo non autorizza a smobilitare le nostre convinzioni solo perché è nata una alleanza politica basata su criteri di emergenza”.

 

Stefano Ceccanti, invece, non vede ancora il rischio grillizzazione del Pd, quantomeno sul taglio dei parlamentari, e invita alla cautela. “Aspettate di vedere l’accordo complessivo con i Cinque stelle, non giungete a considerazioni che sarebbero affrettate. Perché nella discussione avuta in queste settimane non ci sono pregiudiziali di fondo ai correttivi che stiamo proponendo”, dice Ceccanti al Foglio. Noi abbiamo sempre sostenuto che la riduzione dei parlamentari andasse fatta perché 945 parlamentari che fanno le stesse cose sono un non senso. Tuttavia non basta che una scelta sia giusta in sé. Bisogna che sia collocata in un contesto sensato che si preoccupi delle conseguenze sulle leggi elettorali, sui regolamenti parlamentari e sulle parti connesse della Costituzione. Al momento degli accordi di governo ci si è accordati su questo punto metodologico prima mancante, su questo trittico di interventi da precisare nel merito in Parlamento, su cui si sta lavorando positivamente”.

 

Diverso il discorso sulla giustizia, “che è un terreno delicato. Le posizioni dei grillini dovrebbero essere bilanciate e dovremmo convincerli su alcuni nodi costituzionali, anziché assecondarli. Invece in maniera confusa anche dentro il Pd ci sono posizioni minoritarie culturalmente succubi di matrice giustizialista. Su alcune questioni si può mediare, ma sui principi costituzionali no. La prescrizione indiscriminata, che è quella che sin qui difendono i Cinque stelle, va in rotta con l’articolo 111 della Costituzione sulla ragionevole durata del processo. Il nostro consiglio motivato di ritirare la norma sulla prescrizione nasce anche dal fatto che la Corte la farebbe saltare. Conviene quindi a tutti evitare questa solenne e dura smentita. Volerla mantenere significherebbe per il M5s assumersene la responsabilità da soli. Sarebbe anche nel loro interesse evitarlo”.

 

Quanto al sorteggio, invece c’è una sorprendente “sponda di Renzi”, dice Ceccanti, il quale dice di essere d’accordo con Alfonso Bonafede sul sorteggio per il Csm. “Il sorteggio entra in rotta di collisione con l’articolo 104, secondo cui il Csm deve essere elettivo. C’è un rapporto di rappresentanza e responsabilità che col sorteggio si tende a negare. Il problema è che a volte ci sono pezzi di Pd giustizialista. E anche Renzi talvolta cade nel giustizialismo”. Fra l’altro, Renzi ha detto nell’intervista di ieri al Foglio che l’idea del sorteggio gliel’ha data Nicola Gratteri. Lo stesso che fu proposto dall’ex segretario del Pd come ministro della Giustizia, salvo essere bocciato dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il quale riteneva sbagliato che un magistrato facesse il ministro.

  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.