Intorno al Quirinale, ai piedi del Palazzo che Sergio Mattarella dovrà lasciare tra due anni, è già cominciata la gara alla successione a Mattarella (foto LaPresse)

La gara delle tartarughe per il Quirinale

Salvatore Merlo

Eliminato il rischio Salvini, a sinistra è cominciata la lunga e discreta corsa per la presidenza della Repubblica

Roma. All’ombra di un governo nato quasi esclusivamente per spostare l’asse parlamentare e mettere al riparo dalle fetecchie sovraniste la presidenza della Repubblica, ecco che tutt’intorno al Quirinale, ai piedi del Palazzo che Sergio Mattarella dovrà lasciare tra due anni, è già cominciata la gara delle tartarughe: la più discreta, lunga, lenta e silenziosa, ma anche forse la più affascinante per gli etologi. D’altra parte non ci fai caso, perché loro vanno pianissimo, non fanno rumore, ma sono poi proprio le tartarughe quelle che pian piano scelgono la spiaggia più bella per fare la cova delle uova. E infatti si ritraggono e si irrigidiscono, scompaiono nella sabbia, Dario Franceschini e Walter Veltroni, Romano Prodi ed Enrico Letta o Paolo Gentiloni, se solo qualcuno gli si avvicina per chiedere delle loro ambizioni. Solo Giuseppe Conte, assecondando la sua energia neofita dagli esiti non di rado incerti (se non talvolta comici), si è abbandonato al lapsus rivelatore, freudiano: “Quale presidente della Repubblica, io sono il garante della coesione nazionale…”. Perché la regola prescrive una specie di voglioso distacco. A dimostrazione che il Quirinale non è per chi lo desideri, ma è una gloria terminale che corrisponde alla più smaniosa scaramanzia del comando. La lunga corsa mortifica i candidati troppo desiderosi, superbi e sicuri di sé. Successe due volte a Fanfani, cui scrissero nelle schede: “Maledetto nanetto non sarai mai eletto”. E successe a Spadolini, poi a Forlani e persino ad Andreotti. Così le ambizioni sono costrette a muoversi nell’ombra. Ci si candida e ci si accredita al di fuori di ogni rapporto con l’opinione pubblica, non c’è mai nessuno che dica “io vorrei fare il presidente, credo di avere le qualità adatte”. Quelli che la spuntano, alla fine, sono proprio quelli che stanno più a lungo sott’acqua, come i sommergibilisti. Più noto sei, meno possibilità hai. Ragione per la quale le due tartarughe più forti oggi sono Maria Elisabetta Casellati e Pierluigi Castagnetti. Le più inverosimili. 

  

E’ infatti proprio nella voglia che la faccenda si complica, perché “chi entra Papa, esce cardinale”, come dicevano nella Dc. Bisogna dunque dissimulare, e costruire, adelante con juicio, passo dopo passo. E allora Franceschini ha buoni rapporti con i 5 stelle, e non a caso è stato lui il vero braccio operativo (di Mattarella) nell’operazione del governo con i grillini. E’ stato lui a parlare con Renzi, a convincerlo a fare la prima mossa, e si è poi subito messo di buzzo buono per portare Roberto Fico a Palazzo Chigi. Non gli è andata bene, come si sa. Ma si fosse liberata la presidenza della Camera – zac! – ci sarebbe andato lui al posto di Fico, ché quello di Montecitorio è il miglior trampolino possibile verso il Quirinale. Riunioni segrete, esplosioni di amicizie, incontri, come quelli di Veltroni, che al Quirinale aveva già puntato nel 2015, e che adesso, ancor prima del governo rossogiallo, s’era impegnato in gesti attenti e diplomatici da riserva della Repubblica, portando persino il suo libro su Roma in Campidoglio, a giugno, dalla disastrosa sindaca Virginia Raggi, tra sorrisi e chiacchiere distese. Ma la lenta camminata di Veltroni, come quella di Enrico Letta, è complicata dalle fiere sospettosità che si levano tra gli amici del Pd, nelle stanze della segreteria, tra le correnti, lì dove imputano a entrambi di non esserci stati in questi anni: di non essersi rimboccati le maniche e sporcati le mani. E d’altra parte Letta, che le sue buone carte come Romano Prodi le gioca quasi tutte all’estero (ma in Francia e in Germania, non in Cina), poteva già essere competitivo con Paolo Gentiloni per il ruolo di Commissario europeo. E’ stato il Pd a non riconoscerlo, a non sostenerlo, a preferirgli Gentiloni, il quale anche lui – ovviamente – ora guarda con interesse al Quirinale. Come gli altri, anche Gentiloni (pur non avendo mai tifato per fare un governo con il M5s) non polemizza mai con 5 stelle e palleggia con Conte, il premier che non vede l’ora di poter aggiungere al suo famoso e dubbio curriculum anche le parole “presidente della Repubblica”.

 

Ma la strada che conduce al Quirinale è lunga e piena di trabocchetti nei quali si rischia di cadere a ogni passo. C’è per esempio Matteo Renzi, che in questa partita a mano chiusa è il pollice che si oppone alle singole dita. Si oppone a Prodi, a Franceschini, a Letta, a Veltroni, a Gentiloni… è lo Iago di tutti questi Otello. Ed è così che alla fine, ecco che i candidati più forti come sempre sono anche quelli più improbabili e sommersi. La prima è donna, del nord, presidente del Senato e soprattutto considerata praticamente innocua: Elisabetta Casellati. L’altro è una seconda fila della Dc, come Mattarella, un uomo coi quarti di nobiltà e anche l’età giusta: Castagnetti. Ben scavato, vecchia tartaruga.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.