Sulle convergenze parallele tra Pd e M5s

Tutti gli indizi portano a un dialogo. Per inerzia o per mancanza d’idee

Quello del dialogo o persino dell’alleanza con il M5s è un vecchio sogno che nel Pd si coltiva da anni (dai tempi di Bersani e delle dirette streaming). Non in tutto il Pd, ma in una sua parte sì. Tra i cantori dell’interlocuzione con i grillini c’è Dario Franceschini, come ha scritto il Foglio martedì, che vorrebbe un governo Pd-Cinque stelle guidato da un Conte bis. Su tutta una serie di temi c’è in effetti una convergenza, anche se in realtà non sappiamo ancora se ci sia una strategia precisa oppure se, più verosimilmente, si tratti solo di una circostanza dettata dall’inerzia.

 

Ieri Ursula von der Leyen è diventata presidente della Commissione europea con il sostegno di entrambi i partiti. Per restare in Europa, prendiamo l’elezione del vicepresidente del Parlamento, dove è stato confermato – grazie al via libera del Pd – il grillino Fabio Massimo Castaldo, che ha fregato il posto alla leghista Mara Bizzotto. Oppure prendiamo il caso Russiagate: sia il Pd sia i Cinque stelle sono favorevoli a una commissione d’inchiesta sui finanziamenti ai partiti (purché, hanno specificato i grillini, sia su tutti e non solo sulla Lega). Prendiamo ancora la Rai, dove Cinque stelle e Pd hanno votato insieme una risoluzione, passata con 21 voti, che impegna Marcello Foa a lasciare l’incarico di presidente di Rai Com. Ci sono convergenze anche sull’antifascismo, recentemente scoperto da Luigi Di Maio a proposito del 25 aprile: “Un giorno in cui festeggiamo chi ha vinto, i nostri nonni che hanno combattuto una battaglia contro un regime e che hanno ottenuto il risultato di darci la libertà e la democrazia”. Era chiaramente una posizione strumentale per accaparrarsi qualche voto in vista delle europee, tant’è che adesso Di Maio ha smesso di parlarne. Ma, appunto, per inerzia le cose procedono così: tra chi sogna direttamente il governo Pd-Cinque stelle e chi lo usa solo come arma di persuasione o ricatto. L’ipotesi, comunque, sembra convenire a tutti: a Matteo Salvini che non vuole andare a votare, al M5s come minaccia nei confronti dell’alleato e al Pd che in caso di elezioni anticipate non saprebbe bene che pesci pigliare.

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