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Berlusconi, opere di un titano impolitico

Il 27 marzo sono venticinque anni dalla discesa in campo. Un libro di Fabrizio Cicchitto racconta dall’interno la storia del Cav. e di quando Fini gli disse: “Ora mi faccio esplodere”

13 Marzo 2019 alle 11:51

Berlusconi, opere di un titano impolitico

Margaret Cav., Solimano Cav., Napoleone Cav. e Giustiniano Cav. in una serie di ritratti che il pittore Andrea Fortina disegnò per il Foglio tra febbraio e aprile del 2006

Doverosa premessa (e confessione).

Per circa vent’anni è stato uno degli uomini più vicini a Silvio Berlusconi, prima colonnello di Forza Italia, poi capogruppo del Pdl alla Camera dei deputati. E proprio in quest’ultimo periodo, tra il 2007 e il 2013, Fabrizio Cicchitto è stato inconsapevolmente anche una delle mie principali fonti nel centrodestra, quando ancora il centrodestra governava il paese e tra giornalisti parlamentari ci si divertiva moltissimo a raccontare le liti tra il Cavaliere e Tremonti, le cene del lunedì ad Arcore con Umberto Bossi, il tramestio, i successi e la tragedia di una straordinaria anomalia che s’era fatta regime. Leggendo queste righe, Cicchitto resterà sorpreso – e spero non si arrabbi troppo – di essere stato la mia ignara fonte. E’ venuto il momento di confessare una innocente – eppure insistita – monelleria.

Affezionato al ragionamento politico e intellettuale com’è, Cicchitto è sempre rifuggito con fastidio e persino con orrore dal dettaglio pettegolo che invece interessa noi giornalisti. Quando lo si interpellava su faccende di cronaca, infatti, lui si innervosiva per le domande, bofonchiava qualcosa – spesso: “Testa di cazzo”, che per lui vuol dire molte cose, anche positive – e alla fine in realtà non diceva nulla. Tuttavia capitava, una volta su tre, che per distrazione, al termine di queste brevi conversazioni, Cicchitto poi non chiudesse il telefono. Insomma non premeva il benedetto tasto rosso. E ti lasciava in linea. Non sospettando la marachella.

Quindi poggiava il cellulare su quel tavolo attorno al quale spesso si trovava anche Berlusconi con tutta la sua corte di ministri e parlamentari. E capitava così di ascoltare, attraverso il telefono di Cicchitto, conversazioni del tutto inutili, o altre al contrario molto interessanti. Tanto interessanti da poter poi scrivere articoli che sembravano relazioni stenografiche. Una volta, con questo stesso sistema, origliai addirittura un surreale processo in contumacia che Cicchitto, Renato Schifani e Angelino Alfano, seduti a un tavolo della trattoria “il Sostegno”, alle spalle di Montecitorio, stavano facendo a Daniela Santanché da loro ingiustamente accusata di avermi spifferato tutto il contenuto di una riunione a porte chiuse a Palazzo Grazioli. “C’erano le nostre parole esatte”, si lamentava Schifani, presidente del Senato. E Alfano, segretario del Pdl: “Qualcuno non è leale”. E Cicchitto: “Dev’essere stata la Santanché”. Quando la fonte – inconsapevole – era in realtà proprio lui. Mi perdonerà. E’ tutto in prescrizione. E oggi confesso. Ma rileggendo alcuni passaggi di questo suo libro, di questa sua “storia di Forza Italia”, molte di quelle conversazioni rubate mi sono tornate alla mente.

 


 

La storia comincia con il professor Giuliano Urbani che all’inizio degli anni Novanta girà l’Italia mostrando una tabellina secondo la quale, con il nuovo sistema elettorale detto Mattarellum, il Pds di Achille Occhetto e i suoi alleati avrebbero facilmente ottenuto circa il 70 per cento dei seggi in Parlamento con il 30 per cento dei voti. E tutto finisce vent’anni dopo con un lancio di monetine, una sera di novembre del 2011, al Quirinale. Le dimissioni da Palazzo Chigi, le scissioni, la lite con Gianfranco Fini, una vittoria sfumata, Matteo Renzi, il Nazareno esploso, un martirio lento e doloroso fino a Matteo Salvini e a un’altra scena madre – ancora al Quirinale: Lui (maiuscolo) che conta con le dita, cercando il protagonismo perduto, mentre il più giovane segretario della Lega parla alle telecamere e in realtà si accinge a formare un governo con il Movimento cinque stelle.

 

Dura la vita di corte accanto a un uomo che vive al di sopra del rigo, come sentisse sempre il bisogno attorno a sé d’un tempo sforzato

Lui. Lui. Lui. E ancora Lui. Anche quando non è più Lui. Silvio Berlusconi, gigante anomalo, dottore di amoralismo politico come nel Medioevo si poteva esserlo in teologia, l’imprenditore rampante che riusciva a vendere gli appartamenti ancora prima di averli costruiti, quello che non si era mai fatto spaventare da nessun affare, quello che ha sempre vissuto di avventure, azzardi, percorsi obliqui, il creatore di Forza Italia e del Pdl, ma anche il distruttore di Forza Italia e del Pdl, l’amanuense di se stesso, l’uomo indescrivibile, indefinibile, che attorno al proprio carisma ha fatto vorticosamente roteare la Seconda Repubblica e la follia di un paese intero. Lui che una volta esaurito il carisma, “venga pure il diluvio”.

 

La storia di Forza Italiaanche questa che scrive Fabrizio Cicchitto per l’editore Rubettino – altro non è, alla fine, che la storia della lotta di Silvio Berlusconi contro Silvio Berlusconi, il politico non tanto convinto della politicità della politica, l’impolitico non solo impeccabile ma incrollabile che divampa come una fiamma nella storia d’Italia, consumato dalla sua stessa natura di ossimoro vivente. Il Titano ribelle, mezzo Prometeo mezzo Anticristo, anomalo perché in conflitto d’interessi, in conflitto d’interessi perché anomalo, chiamato dal destino a imporsi, a distruggere, a dilaniare anche se stesso in una battaglia e in una sofferenza sovrumane.

 

“Nel 1992-1994 il vuoto politico che era stato provocato da Mani Pulite venne riempito attraverso il ricorso a meccanismi e procedure di tipo mediatico aziendale che portarono alla formazione di un partito del tutto nuovo, che per un verso era fondato sul carisma di Berlusconi e sull’azienda Fininvest, e per l’altro verso era sotteso da un’ispirazione ideale di stampo liberale, moderata, riformista”, scrive Cicchitto, in questo suo libro che è appunto la storia della guerra di Berlusconi contro Berlusconi, la guerra dell’impolitico contro il politico, e viceversa, la vicenda inafferrabile di un uomo Babele. “Si trattò di qualcosa di assolutamente straordinario”, scrive Cicchitto, in un franare di esperienze, sensazioni, riflessioni, introspezioni, diffidenze, malinconie e torture. “Si trattò di una rottura profonda rispetto alla normalità della dialettica politica. Nacque così un partito presidenziale che solo successivamente ha avuto nel suo gruppo dirigente rilevanti inserimenti, con una parte del personale proveniente dalla classe politica tradizionale, rispetto alla quale Berlusconi nutriva sentimenti contrastanti: da un lato una sorta di attrazione, dall’altro una innata repulsione per un mondo per il quale provava fastidio ed estraneità”.

 

Chiesero al Cav.: “Chi è il numero due di FI?”. E lui: “Gianni Letta”. “Ah. E dov’è?”. “Non c’è. Anzi, non è nemmeno iscritto”

Dura, durissima, la vita di corte accanto a Berlusconi, uomo che vive al di sopra del rigo come sentisse sempre il bisogno attorno a sé d’un tempo sforzato, mago e circense capace di tramutare la Fininvest in un partito, lo share in voti, l’acqua in vino, le zucche in parlamentari… Duro il vivere degli ondeggiamenti della volontà di un Sultano bugiardo ma sincero, sempre impigliato nelle sue troppe contraffazione della realtà, depositario di un potere alimentato non tanto dalla rappresentanza, ma dalla rappresentazione, e quindi estraneo ai sottili meccanismi della politica classica. Al forum di Assago, nel 1998, al primo congresso di Forza Italia, che tutto sembrava tranne che un congresso, c’erano i coriandoli e le luci psichedeliche, il Cavaliere – idolo – che calava dall’alto in elicottero, che cantava al karaoke, che assisteva agli effetti laser d’una festa catodica capace di cancellare il ricordo dei vecchi congressi del ‘900, quelli del grigio politburo acquartierato alle spalle del segretario in doppiopetto. Era il primo evento di massa di quella cosa che alcuni già chiamavano impropriamente “partito” (Berlusconi non l’ha mai usata questa parola, “mi fa venire l’orticaria”) e che per Romano Prodi era invece “il nulla, il nulla, il nulla, il nulla“. Ventun’anni fa, nel frastuono del forum di Assago, qualcuno chiese al Cavaliere: “Chi è il numero due di Forza Italia?”. E lui: “Gianni Letta!”. “Ah, bene. Ma dov’è adesso Letta?”. “Non c’è. Anzi, non è nemmeno iscritto”.

 

E in questo suo libro, Cicchitto, che è fin troppo appassionato al ragionar politico e all’analisi, spalanca però delle finestre di assoluta verità. Lui che c’era, dipinge dei quadretti, delle scene, che da sole spiegano molto più di cento libri di politologia intorno al berlusconismo, alla sua antropologia, al suo irrisolvibile conflitto, alla sua natura ossimorica. Come poteva l’impolitico pensare di dar vita a un partito unico, a un partito vero, il Pdl, con le correnti di Alleanza nazionale, i ragazzi del Msi, come pensava il Sultano di Arcore di cavarsela con gli scafati (e mal sopportati) “professionisti della politica“, e con quell’oscuro aspetto della dialettica chiamato “dissenso”, come poteva cavarsela con Gianfranco Fini? “Instillammo un virus dentro Forza Italia”, dice Cicchitto. “I due non si erano mai ‘presi’, come si suol dire, ed erano l’uno l’opposto dell’altro. Berlusconi, che per larga parte della sua vita aveva fatto l’imprenditore, era la quintessenza dell’imprevedibilità, addirittura accentuava la sua estraneità ai rituali e anche alle regole della politica, aveva il gusto per le battute e per i discorsi provocatori e trasgressivi. Fini era esattamente il contrario. Egli si riteneva la quintessenza della professionalità della politica”.

 

 

Ma d’altra parte il Pdl nacque così. Con un’invenzione fantasiosa, un colpo di bacchetta magica, l’idea quasi irresponsabile di un momento, con il Cavaliere che salì sul predellino di un automobile, a Piazza San Babila, a Milano, annunciando un’ultima prestidigitazione. Persino i berlusconiani, i fedelissimi, furono avvertiti a cose fatte. Sandro Bondi, a cena con Gaetano Quagliariello e altri, al ristorante la Campana, annunciò quasi tremando ai suoi commensali: “Mi ha appena telefonato il Dottore, chiude Forza Italia”. Ma di lì a poco Berlusconi sarebbe apparso sempre più insofferente, a tratti spaesato di fronte a una creatura, questo suo strano partito, divenuta incontrollabile dal punto di vista di chi aveva costruito tutto se stesso e la propria epica del comando intorno al carisma monocratico, ludico e cinematografico, dei grandi palchi illuminati dove un solo uomo sulla tolda intona assieme al proprio popolo i jingle elettorali di “Forza Italia e “meno male che Silvio c’è”.

 

“Fini parlò con tale convinzione che guardai con attenzione mista a timore la cintura per vedere se era già innescata la carica esplosiva”

D’un tratto si materializzava, di fronte a un leader abituato alla rapidità imprenditoriale della decisione, quell’insieme di meccaniche faticose che, dai tempi di Pericle, si chiama democrazia. E sia qui consentito un piccolo ricordo personale. A marzo del 2009 chiesi a Italo Bocchino cosa si dovesse fare per candidarsi alla presidenza del Pdl contro Berlusconi. E l’ex vicecapogruppo alla Camera, allora molto influente, rispose: “Se qualcuno volesse candidarsi, immagino dovrebbe raccogliere le firme per farsi votare dell’assise. Ma qualsiasi candidatura che non sia quella di Berlusconi appartiene alla fantapolitica“. Io insistetti: “E qualora l’imponderabile accadesse, quante firme sarebbero necessari per candidarsi?”. “Questo non lo so”, rispose Bocchino, allargando le braccia. Praticamente non lo sapeva nessuno. L’eventualità non era neanche prevista dallo statuto (“in effetti sulle norme per ulteriori candidature non ci siamo soffermati molto“, ammetteva Ignazio La Russa, coordinatore nazionale del Pdl). Gaetano Quagliariello, allora vicecapogruppo al Senato, ci scherzava sopra: “Una candidatura alternativa sarebbe una corsa ostacoli. Denis Verdini ha già preparato una batteria di arcieri che abbattono il temerario. Sopravvivesse, poi scatterebbe anche una lapidazione sul posto”. Non poteva che finire male. Malissimo. E anche questa è storia. Un anno dopo il Pdl di fatto già non esisteva più.

 

Racconta Cicchitto: “Incontrai due volte Gianfranco Fini, prima nella bella villa in cui egli alloggiava per le vacanze a Ansedonia, poi alla Camera. In entrambe le occasioni gli dissi con franchezza che era indispensabile che lui e Berlusconi trovassero un’intesa, perché il presidente della Camera era indubbiamente in grado di fare a Berlusconi dei notevoli danni ma a sua volta correva il rischio di finire distrutto. Qualora lo scontro interno fosse proseguito e anzi si fosse accentuato era possibile – aggiunsi – un po’ scherzosamente, che i due duellanti, avendo entrambi una buona mira, finissero col cacciarsi vicendevolmente una palla in mezzo alla fronte. Nel primo incontro Fini fu colloquiale e problematico ma tutt’altro che disponibile a una intesa, nel secondo invece fu polemico e spigoloso: a un certo punto la sua risposta fu tranchant: ‘Non temo come dici tu di perdere consenso fra i miei, qualcuno dei quali ho già perso e qualcun altro è meglio perderlo che acquistarlo. Ma anche da solo con la carica istituzionale che ho e con la credibilità che ho conquistato nell’opinione pubblica posso venire fra di voi e farmi saltare in aria come un kamikaze provocando una strage’. Fini parlò con tale convinzione che guardai con attenzione mista a timore la cintura per vedere se era già innescata la carica esplosiva: fortunatamente si trattava solo di una elegante cinghia di cuoio, firmata Ferragamo. La situazione stava così rotolando verso una resa dei conti segnata anche da una profonda irrazionalità”.

 

 

Il giorno precedente la ormai famosa direzione nazionale del 22 aprile 2010, quella nel corso della quale si mando reciprocamente quel paese con Gianfranco Fini – “che fai, mi cacci?” – il Cavaliere ricevette a Palazzo Grazioli Andrea Augello. Il sottosegretario alla Funzione pubblica, senatore, era uno dei pochissimi finiani per i quali Berlusconi nutriva una sincera simpatia. “Caro Andrea, ho apprezzato i tuoi sforzi diplomatici per ricucire lo strappo con Fini. Ma forse non c’è più nulla da fare. Domani presenteremo un documento. Si stabilisce che una volta discusso e votato alla linea politica chi non si adegua e fuori dal Pdl. Tu che farai?”. E Augello, comprensibilmente imbarazzato: “Io per la verità credo che voterò contro questo documento“. Alché Berlusconi, mai privo di (auto)ironia, si volta di scatto verso un proprio collaboratore presente alla scena: “Ma perché si può anche votare contro?”.

 

Il Pdl, e la sua tragica parabola, poi naufragata assieme al governo con la scissione di Angelino Alfano e le liti con Giulio Tremonti, ancora prima delle “cene galanti”, del Bunga-Bunga e dell’assalto giudiziario, fu la rivincita della politica su Berlusconi, come sembra sostenere anche Cicchitto. Quella politica che proprio grazie (o a causa) di Berlusconi sembrava

Il Pdl e la sua tragica parabola, il naufragio del 2011, la scissione di Alfano e il tradimento di Tremonti, le “cene galanti” e il magico carisma

invece fuoriuscita dal suo ambito tradizionale – voti, tessere, insediamenti, interessi – per inoltrarsi, nell’era dei media elettronici, in una dimensione antica, ma al tempo stesso evoluta, formalmente razionale, però così personalizzata da dover ricorrere al mito e alla magia: al carisma, quel genere di profetica sovranità, di turbinoso magnetismo, cui si è dedicato Max Weber al termine della sua lunga vita di studi. Ma quando si esaurisce il carisma, poi che succede? “C’era un problema di fondo”, scrive Cicchitto a un certo punto. “Nell’anno 2012 questo carisma risultava affievolito… e da allora in poi Forza Italia è rimasta aggrappata ai residui sprazzi del carisma di Berlusconi”. Senza alternative. Dopo di Lui, il diluvio. Anzi dopo di Lui Matteo Salvini, con il governo giallo-verde. Salvo sorprese, salvo miracoli. Sempre possibili. Berlusconi resterà comunque, comunque vadano queste elezioni europee alle quali si ricandiderà: come Lenin nel mausoleo, attraverso un codice, un’efflorescenza, un’emanazione, il leninismo e il berlusconismo, una luce immortale e un conto in banca.

Salvatore Merlo

Salvatore Merlo

Milano 1982, giornalista. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.

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