Salvini come il Renzi delle Europee 2014 ha di fronte il nemico principale: se stesso

David Allegranti

Le vittorie, il potere, e il parricidio politico. Quante similitudini tra i due leader. Ma la loro grande differenza è il culto del capo 

Roma. C’è uno che vince sempre, oggi, si chiama Matteo; ha compiuto un parricidio politico liberandosi degli avi ingombranti, ha preso un partito indietro nelle percentuali e l’ha gonfiato, prima virtualmente e poi sostanzialmente, non avendo avversari temibili intorno e avendo come unico nemico principalmente se stesso. Vince sempre, Matteo, solo che oggi di cognome fa Salvini, è il capo della Lega, ha consegnato Umberto Bossi alla storia della Repubblica consentendogli di non finire schiacciato, per adesso, dalle inchieste, ché ognuno ha la sua Diciotti dalla quale fuggire. Usa il suo partito come un grimaldello, ottenendo molto di più di quel che in realtà rappresenta; ha preso il 17 per cento alle elezioni politiche ma si autodescrive come il capo di 60 milioni di persone. Cammina sulle macerie della sua coalizione, che ormai ha trovato una identità saldamente sovranista a svantaggio dei liberali finiti in qualche angusta ridotta dell’elettorato. E insomma questo Matteo assomiglia parecchio a un altro, che invece di cognome fa Renzi. Oggi “senatore semplice” di Scandicci, un tempo anticipatore di battaglie anticasta che altri, dopo di lui, hanno interpretato in maniera ben più spregiudicata.

 

Anche Renzi, come Salvini, ha compiuto un parricidio, rottamando i suoi padri politici salvo poi alla fine rottamare pure se stesso. Il finale di stagione arrivò con le elezioni europee del 2014, quando giunse il 40,8 per cento ma fu pure l’inizio del declino. Anche adesso ci sono le Europee e c’è un Matteo che rischia di vincerle. Solo che si chiama Salvini e ha il precedente storico del renzismo a spiegarli perché il potere non è più come quello di una volta, come già ha insegnato anni fa Moises Naim, prima delle tante recenti fregnacce sulle “élite”: “Il potere non garantisce più gli stessi privilegi di un tempo; nel XXI secolo esso è divenuto più facile da conquistare, ma più difficile da esercitare e più semplice da perdere”.

 

È già un mondo difficile, figurarsi se oltre alle correnti, gli avversari interni, i capibastone, ci si mette pure lo stesso leader ad autosabotarsi, dimettendosi da se stesso. Salvini, dunque, può contare sulla cronaca politica di questi ultimi anni per ricordarsi quanto sia facile arrivare in alto e crollare. Dietro la splendida solitudine del capo della Lega, che costringe i Cinque stelle a salvarlo dal processo, gettando il partito di Beppe Grillo in una crisi di coscienza difficilmente risolvibile per un movimento di opposizione che improvvisamente si trova a far compromessi da componente di un esecutivo, ci sono naturalmente delle tensioni pronte e a esplodere.

 

A differenza del Pd, pronto a scannarsi il giorno dopo la vittoria del segretario di turno al congresso, la Lega è l’unico partito leninista rimasto; non rifugge il fascino del culto del capo. Pubblicamente dunque non ci sono mai interviste in cui dirigenti leghisti logorano la leadership del segretario; questo non significa che il partito non goda di una sua vitalità sui territori, con l’insofferenza di Luca Zaia costretto a tenere a bada l’elettorato nel nord-est che vuole la Tav e pensa che il reddito di cittadinanza, così come concepito, possa essere un regalo al fancazzismo. Finché le cose andranno bene, finché non esisteranno alternative, finché anche Salvini non verrà contagiato dalla hybris, la tracotanza, di chi vince sempre, allora grossi problemi non ce ne saranno per il ministro dell’Interno. Il rischio di dalemizzarsi, come è più o meno accaduto a Renzi, oggi impigliato in altre vicende extrapolitiche, è sempre lo spettro che accompagna i politici brillanti che partirono rottamatori e finirono fantasmi della Bicamerale. Certo è che, a differenza di Renzi, una differenza non da poco, è che Salvini non pare avere intorno a sé Gigli Magici o elefantiaci genitori e genitrici che non sanno stare al loro posto. Certi fardelli, per ora, sono prerogativa soltanto della profonda provincia rignanese.

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  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.