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Chez Matteo

Marine Le Pen incontra Salvini, e da maestra diventa allieva. Ma c’è un problema: i nazionalismi confliggono

Salvatore Merlo

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merlo@ilfoglio.it

8 Ottobre 2018 alle 20:51

Chez Matteo

Sede UGL. Incontro tra Matteo Salvini e Marine Le Pen (foto LaPresse)

Roma. Alla fine, rimasti soli, usciti tutti i giornalisti, è partito il momento selfie. I deputati della Lega, uno alla volta, in fila per l’autoscatto con Marine. Prima Barbara Saltamartini, poi Francesco Zicchieri, a riprova d’una fascinazione fortissima, la stessa dei ragazzi quando per strada s’imbattono in un cantante di YouTube. Eppure il lungo incontro romano tra Matteo Salvini e Marine Le Pen, nella sede dell’Ugl in Via delle Botteghe Oscure, segna prima di tutto l’inversione dei ruoli, tra l’imitatore e l’oggetto dell’imitazione: Le Pen circonfusa da un carisma declinante, Salvini invece col vento in poppa, la cravatta ministeriale ben allacciata e sul petto i galloni da regista dei giochi politici in Italia.

  

Sembra passato un secolo da quando s’incontrarono a dicembre del 2015, con la signora Le Pen, elegante nel tailleur nero, lei che col suo francese alto e rassicurante manifestava un condiscendente padrinato, anzi madrinato, nei confronti di quell’aspirante leader della destra italiana che invece se ne andava in giro in felpa e candidamente le confessava la sua totale ammirazione: “Io vorrei solo copiare il tuo modello”. Ora è Marine che osserva Matteo come un modello, tanto che Salvini può permettersi di dirle, padrone del tono e dell’orchestra: “Sono sicuro che Marine governerà la Francia”. E quindi è lui a fare esercizio di leadership, o di padrinato, sulla composita Internazionale sovranista che non avrà candidati e liste uniche alle europee del 2019 ma si riunirà a quanto pare in un gruppo unico una volta in Parlamento. E a quel punto, una volta a Bruxelles, dice Salvini, “esprimeremo i commissari della nuova Unione europea”. Chi? Qualcuno dice che lo stesso Salvini coltivi l’ambizione. Malgrado sembri un’ipotesi alquanto improbabile. Certamente prematura. Tanta però è la sicumera. Mentre sullo sfondo resta una domanda inagirabile: perché mai l’Europa sovranista dovrebbe essere più solidale con l’Italia, di quanto non lo fosse l’Europa popolare e socialdemocratica?

     

E infatti per quasi due ore, rispondendo alle domande del giornalista Antonio Rapisarda, Salvini e Le Pen girano intorno a una contraddizione logica, a un’evidente aporia. Il nazionalismo è di destra, ma come spiega bene tutta la letteratura politologica dal Novecento a oggi, il nazionalismo non può mai essere internazionalista. E allora Matteo annuisce mentre Marine spiega che “l’Unione europea non è stata costruita per i popoli, ma si è costruita sulla negazione dei popoli”. I due sono perfettamente concordi nell’analisi. D’altra parte si assomigliano. Ed entrambi sono infatti d’accordo, si ritrovano, nel dire che “il nostro obiettivo è restituire ai popoli il loro potere”.

 

Dice infatti a un certo punto Salvini: “Vogliamo cambiare modello, siamo per lasciare ogni paese libero di adottare le misure più adatte alla sua realtà, e alla sua storia. La nostra sarà un’ Europa più rispettosa delle singole identità”. Ed ecco però il problema e la confusione, che risiede proprio nella somiglianza tra Salvini e Le Pen. Le nazioni si dividono in amiche e nemiche indipendentemente dal regime politico che le governa. E le nazioni che difendono ciascuna la propria identità prima d’ogni altra cosa, quelle che sostengono i propri interessi anche a discapito di quelli altrui, fatalmente rischiano di scontrarsi proprio perché governate dagli stessi principi nazionalisti. Sono d’altra parte i paesi del gruppo di Visegrád, tra cui l’Ungheria di Viktor Orbán, quelli che non hanno accolto i migranti che pure gli sarebbero toccati. E sono stati questi paesi, i cui regimi sono ideologicamente affini al sovranismo italiano e francese, a contribuire alla trasformazione dell’Italia in un unico grande centro di accoglienza europeo.

    

E dunque chi sono gli amici, e chi i nemici? Perché mai le cose dovrebbero cambiare, farsi più semplici anche in materia di economia e deficit – e non al contrario complicarsi – qualora il sovranismo vincesse in Francia e altrove alle prossime elezioni europee del 2019? A questa domanda non c’è risposta. E sia Le Pen sia Salvini, nelle loro volute di pensiero, a tratti estremamente suggestive, ci girano intorno per ore. A vuoto. Così, quando i due si lasciano per andare a pranzo alla Casa Bleve, ristorante nei pressi del Senato, alla fine rimane più che altro una sensazione di confusa vitalità di questa nuova destra. Tutto sembra racchiuso in un’immagine. La sede dell’Ugl, il sindacato che fu missino, lì dove Salvini e Le Pen si sono incontrati, si trova infatti di fronte alle Botteghe Oscure di Togliatti e Berlinguer, di Occhetto e di D’Alema. Su un lato della strada c’è ancora la politica. Dall’altro, solo un supermercato e un parrucchiere.

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Commenti all'articolo

  • lorenzo tocco

    lorenzo tocco

    09 Ottobre 2018 - 16:04

    Purtoppo per Merlo (e per noi), "a contribuire alla trasformazione dell’Italia in un unico grande centro di accoglienza europeo" non sono stati affatto i paesi del gruppo di Visegrad, che manco esisteva, ma le nazioni sedicenti "europeiste" come la Francia (che meriterebbe un posto ad honorem nel suddetto gruppo), oltre alle politiche scellerate di Renzino & company. La prova è nei fatti: da quando prima Minniti e poi il Cap. hanno preso il ministero dell'interno i nuovi clandestini sono diminuiti di molto. Quelli che purtroppo già ci sono non li vuole nessuno, neanche quei paesi che si dicono accoglienti, anche perché come risaputo l'eventuale ripartizione non è prevista per i clandestini "economici". Quindi, Visegrad o no, o ce li teniamo o li rimpatriamo. Chiaramente la soluzione migliore è la seconda, anche se stabilire accordi bilaterali con i paesi di provenienza ha i suoi tempi. E l'U€ non se ne cura per niente, è tutto lasciato all'iniziativa dei singoli stati.

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