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Chi dice “no” a Di Maio

“Non inseguire i sovranisti”, dall’Ilva al Pd. Parla Rinaldo Melucci, sindaco di Taranto

Marianna Rizzini

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rizzini@ilfoglio.it

31 Luglio 2018 alle 14:29

Rinaldo Melucci

Rinaldo Melucci (foto LaPresse)

Roma. E’ il giorno del super-tavolo sull’Ilva con ArcelorMittal, super-tavolo che il vicepremier Luigi Di Maio, nella veste di ministro dello Sviluppo, ha voluto allargare a sessantadue sigle, non tutte di chiara rappresentatività, in nome di un ventilato cambio di “metodo” (e con l’occhio alla base a Cinque stelle che su Ilva non ha ancora preso, per così dire, la strada del pragmatismo). Ed è il giorno in cui Di Maio, uscito dall’incontro, dice che la nuova offerta di Arcelor Mittal “è insufficiente” e che l’Ilva non sarà data al “primo venuto”, mentre il presidente della Regione Michele Emiliano, portatore di una linea di minoranza pd oltranzista del “dialogo” con i Cinque stelle, plaude all’iniziativa: “Oggi abbiamo aperto un dialogo con la città di Taranto e abbiamo restituito ai tarantini la possibilità di sentire con le loro orecchie e di vedere con i loro occhi ciò che prima era vietato persino al loro presidente di Regione. A me il precedente governo non consentiva neanche di sedere a questo tavolo…”.

 

L’iniziativa non è piaciuta invece al sindaco di Taranto Rinaldo Melucci, imprenditore pd eletto per il centrosinistra circa un anno fa, assente ieri al vertice (“sceneggiata” e atto di “dilettantismo spaccone”, aveva definito infatti Melucci l’iniziativa del ministro dello Sviluppo e vicepremier, con invito a “una serie di sigle pseudo-associative e comitati”, tra cui “quelle delle aggressioni in Prefettura nel giorno dell’ultimo tragico incidente nello stabilimento”). Come mai, si è domandato Melucci nei giorni precedenti il vertice delle 62 sigle con il ministro e ArcelorMittal, “non sono stati invitati piuttosto i parlamentari ionici”? E come mai, con il 15 settembre all’orizzonte (giorno in cui scade la “proroga” per l’operazione di vendita), “si preferisce la convention con le slide e le sessantadue sigle al confronto vero su una piattaforma già discussa – che non sarà stata un libro dei sogni ma che avrebbe consentito, lungo quella strada, di far ripartire lo stabilimento?”. Spingendo il tasto rewind, dice il sindaco, si vede il primo cittadino di Taranto al cospetto di un Di Maio appena insediato, poco più di un mese fa: un incontro in cui il sindaco, che con il precedente ministro dello Sviluppo Carlo Calenda (”di carattere spigoloso come il mio”, dice) si era trovato alla fine a “confrontarsi sui dossier con franchezza”, ha ribadito “la volontà di collaborazione”. E Di Maio, in quell’occasione, dice Melucci, era parso “persona pragmatica, equilibrata, uno che non dice ‘chiudiamo l’Ilva’. Poi però il nulla, il silenzio: Di Maio non ci ha mai risposto. Mi chiedo: si preoccupa più del fatto di far digerire alla base M5s una soluzione diversa da quella prospettata in campagna elettorale o del futuro di Taranto e dei suoi abitanti? Il bagno di realtà non può giustificare lo scaricabarile e l’inconcludenza. Unico feedback da quel giorno: la chiamata al Mise, con le sigle di cui sopra. E allora dico, pensando a Di Maio ma anche al presidente della Regione Michele Emiliano: che approccio vogliamo avere, un approccio laico-illuminista o un approccio strumentale?”.

 

Ma il problema ha confini più larghi della questione Ilva: Taranto, dice il sindaco, “è come fosse in questo momento un paradigma del paese: nella questione Ilva c’è tutto. Il lavoro, l’ambiente, l’energia, le scelte del governo”. C’è anche altro: i sindaci, cui un tempo il centrosinistra si ispirava, sembrano l’avamposto dell’opposizione che altrove stenta a elevare voce e strategie. “Da amministratori, cerchiamo di dare un contributo, cerchiamo di portare un’altra prospettiva nelle discussioni di partito, tantopiù dopo la sconfitta del 4 marzo. Ma quando, come in questo momento, è in corso una guerra culturale, non si può inseguire il sovranismo gialloverde”. Il congresso però è lontano, può servire anticiparlo? “Dipende dalla traiettoria che si vuole seguire. Se dev’essere un regolamento di conti romanocentrico tra correnti e un mostrare i muscoli senza riferimenti ai nostri valori – vista appunto la guerra culturale in corso – allora sarebbe inutile. La rigenerazione, a mio avviso, deve partire dalla difesa della propria identità: meglio poco, meglio piccole cose, ma coerenti con i propri valori”. Ma con chi ripartire? Questo giornale ha lanciato ieri la potenziale sfida Minniti-Zingaretti come modo per reagire e per “togliere la museruola al Pd”: “Mi permetto di aggiungere che non basta trovare persone capaci, per contrastare e incalzare gli haters che imperversano non soltanto on-line. Servono persone con una certa verve. Metterei insomma in campo anche Calenda”.

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