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Perché non è la (solita) inchiesta a dover fare traballare Savona

Il ministro per gli Affari europei indagato a Campobasso per usura bancaria. Altra indagine in stile Trani?

20 Luglio 2018 alle 21:40

Perché non è la (solita) inchiesta a dover fare traballare Savona

Foto Imagoeconomica

Roma. Giù le mani da Paolo Savona, ora che la procura di Campobasso ne ha iscritto il nome nel registro degli indagati con l’accusa di usura bancaria. L’indagine parte dalla denuncia di un’azienda specializzata in campi eolici, la Engineering srl, e spazia dal 2005 al 2013, periodo che vide l’attuale ministro per gli Affari europei ai vertici di Capitalia, e dopo la fusione con Unicredit alla presidenza della Banca di Roma. Con Savona è indagato un pezzo di gotha bancario compresi Alessandro Profumo (oggi a capo di Leonardo), Fabio Gallia (ad uscente della Cassa depositi e prestiti), Federico Ghizzoni, Dieter Rampl, Roberto Nicastro. “Personaggi legati al vecchio sistema di potere” direbbero i 5 stelle governativi di oggi, quando vogliono epurare qualcuno, poniamo un Tito Boeri dall’Inps o un Fabrizio Pagani dal cda di Eni, o anche bruciare una candidatura. E’ stata quella la motivazione usata per bocciare quale nuovo amministratore delegato della Cdp Dario Scannapieco, vicepresidente della Banca europea per gli investimenti col torto di essere proposto dal ministro dell’Economia Giovanni Tria. 

  

Sarà promosso a capo operativo della Cassa depositi e prestiti, Fabrizio Palermo, tre anni più giovane, già direttore finanziario della Cassa, ex Morgan Stanley e McKinsey. Intanto tenete giù le mani da Savona e nessuno si azzardi a metterne in discussione il ruolo ministeriale per questa inchiesta, come d’altra parte prima del giuramento nessun grillino aveva ricordato una vecchia indagine per falso in bilancio all’epoca della sua presidenza di Impregilo. L’inchiesta di Campobasso – vedremo gli sviluppi e le eventuali responsabilità concrete, non quelle “per atto dovuto”, e potremmo addirittura spingerci a prevedere un’archiviazione – al momento non può non fare pensare ad altre indagini sui misfatti bancari.

  

Indagini che per anni sono state le rockstar delle Gabbie, Quinte colonne, Report e gabanellate varie. Queste sono cose da procura di Trani, quella che ha inquisito la Deutsche Bank e le agenzie di rating per complotto mondiale contro l’Italia nel 2011, e che è arrivata a indagare per usura addirittura la Banca d’Italia (Tarantola e Saccomanni). Oppure da Lagonegro, dove l’anno scorso il gup ha rinviato a giudizio Alessandro Profumo (come ex presidente del Monte dei Paschi), anche lì per “tassi ultralegali”. Certo, qualche problemino ci sarebbe: nel 2014 sul sito ufficiale grillino comparve lo storico annuncio: “Usura bancaria, adesso a controllare c’è il Movimento 5 stelle”. Non serviva la responsabilità diretta per la condanna, precisava il blog, “basterà il contributo morale alla legittimazione di tassi da strozzini”. A seguire, hashtag #fiatosulcolloallebanche. Da allora di acqua ne è passata. Nel 2015 il blogdellestelle.it intimava: “Fuori gli indagati dallo stato”, in riferimento a quattro sottosegretari del governo Renzi “che devono andare via”. Poi Virginia Raggi e Chiara Appendino sono state rinviate a giudizio, un altro sindaco, Filippo Nogarin, indagato per omicidio colposo; infine si è arrivati a Luca Lanzalone. Luigi Di Maio e i suoi si sono convertiti al garantismo, e come prescrive l’Ordine della giarrettiera, “Honni soit qui mal y pense”. Certo, al capo politico poi slitta la frizione: “Il sistema bancario è arrogante e la deve pagare” è la fatwa dimaiesca di soli quattro giorni fa. Intanto l’ultimo rapporto R&S di Mediobanca sulle banche mondiali segnala come Unicredit e Intesa Sanpaolo abbiano compiuto nel 2017 altri passi avanti entrando tra le prime 25 come attivi, superando quelle tedesche. E qualcuno potrebbe anche chiedersi in che modo la debbano pagare, e se è così che un vicepremier difende gli interessi italiani in Europa e nel mondo e quelli dei risparmiatori italiani (a proposito di sovranismo).

  

Il ministro Paolo Savona non deve essere messo in discussione per il populismo bancario sul quale i suoi azionisti di governo hanno campato e mietuto voti. Caso mai il “tasso da usura” che da lui dipende è un altro. E’ quello dell’aumento dello spread per il suo euroscetticismo e il continuo parlare di “cigni neri” e “piani B” che crea ambiguità agli occhi di chi investe nel nostro debito pubblico e nelle obbligazioni delle aziende italiane. Cento punti, 5 miliardi finora, 83 euro per ogni italiano. Il doppio degli spagnoli, il triplo degli irlandesi. Un bel tasso, dunque, quello che il savonismo di governo sta facendo pagare a tutti.

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Commenti all'articolo

  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    21 Luglio 2018 - 01:01

    Non ha presupposti morali, solo cinicamente prosaici. I nuovi soggetti politici possono edificare il loro potere solo sulle spoglie dei preesistenti. Poi accade che alcuni dei preesistenti per sopravvivere, per convenienza, per calcolo, s’adeguino e, arrivino a dare una mano agli emergenti. Niente d’anomalo e di nuovo: in barba al popolo sovrano. Il più truffaldino degli ossimori. Infiocchettato da milioni di accattivanti parole. In sintonia colla nostra ineliminabile necessità di ingannare noi stessi. Con altre parole, credere in qualcosa o qualcuno. Senza quella feconda facoltà ci saremo estinti nelle caverne.

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  • iksamagreb@gmail.com

    iksamagreb

    21 Luglio 2018 - 00:12

    Normale, in Italia: lo sapevamo. Da cittadini-elettori pregiudicati ossia "tutti colpevoli fino a prova contraria", lo sapevamo di andare a votare un chiunque-comunque già pregiudicato, colpevole fino a prova contraria. Siamo tutti nella stessa barca. Anzi: gommone.

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  • albertoxmura

    20 Luglio 2018 - 22:10

    Non sarà che chi investe nel nostro debito pubblico si basa più sulla realtà percepita che su quella oggettiva? Altrimenti come potrebbe l'evocazione astratta di un cigno nero essere tanto pericolosa?

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