VESTAGER E IL RINASCIMENTO EUROPEO

23 GIU 19
Ultimo aggiornamento: 00:13 | 24 GIU 19
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Poi qualcosa è cambiato. E’ difficile veicolare quella che è poco più di un’impressione, ma chi ha seguito la traiettoria delle indagini di Vestager sul settore tecnologico potrà confermarlo. Se l’apertura delle indagini contro Google per abuso di posizione dominante nel 2015-2016 fu accolta in maniera eminentemente negativa, la loro chiusura un paio d’anni dopo con multe multimiliardarie fu accolta con tutt’altro spirito, in alcuni casi quasi con esultanza. “Sono successe molte cose negli ultimi cinque anni”, dice Vestager al Foglio. “Ci sono stati gli scandali come Cambridge Analytica. Ci sono stati i casi di cui ci siamo occupati. Abbiamo rilevato comportamenti illegali da parte di Google non in uno, non in due ma in tre casi differenti. C’è stato il caso degli ebook che abbiamo chiuso con un accordo con Amazon. E poi non bisogna dimenticare i diritti digitali che abbiamo introdotto per difendere la privacy dei cittadini: il diritto di essere dimenticati, la portabilità”.
Vestager ha multato Google per 2,4 miliardi di euro nel giugno 2017 per il caso Google Shopping, di 4,3 miliardi nel luglio del 2018 per il caso Android (Google ha fatto ricorso), e di 1,49 miliardi lo scorso marzo per il caso AdSense (ricorso anche qui). In particolare la multa da 4,9 miliardi, la più grande della storia europea in un caso simile, fu accolta nell’Unione con una certa eccitazione. In pochi anni, tra il 2016 e il 2017, l’immagine della commissaria Vestager è passata da quella di burocrate che opprime le meravigliose aziende tecnologiche a quella di politica con mano ferma che tiene a bada lo strapotere pericoloso di quelle stesse aziende.
Non che Vestager si occupi soltanto di tecnologia. Il giorno in cui sono andato a trovarla nel suo ufficio, aveva appena annunciato il parere negativo della Commissione alla fusione tra Thyssenkrupp e Tata Steel, due giganti del settore dell’acciaio. Vestager ha lavorato a infiniti casi in tutti i settori dell’economia, ma quelli per cui sarà ricordata, quelli che definiranno la sua legacy e quelli che l’hanno trasformata da arcigno burocrate a beniamina europea riguardano la tecnologia. Oltre ai casi di Google, nel maggio del 2017 Vestager ha costretto Amazon a cambiare il contratto dei suoi Kindle (e poi lo stesso anno ha emesso contro l’azienda una multa da 250 milioni di euro per tasse non pagate). Nell’agosto del 2016 ha comminato ad Apple una megamulta da 13 miliardi di euro per aver ricevuto benefici fiscali illegali dal governo irlandese. Nel gennaio del 2018 ha multato Qualcomm, produttore americano di microchip, per un miliardo. Per la maggior parte di questi casi, la reazione è stata la stessa: accolti con i fischi alla loro apertura, applauditi qualche anno dopo alla chiusura delle indagini – spesso dalle medesime persone.
Oggi Margrethe Vestager è la politica più popolare in servizio nelle istituzioni dell’Unione ed è in lizza per il posto di presidente della Commissione, anche se il gioco per ottenere la poltrona più importante a Bruxelles è ancora lungo e complicato. Secondo un sondaggio di Burson Cohn & Wolfe è di gran lunga la più apprezzata tra i membri della Commissione di Jean-Claude Juncker, e l’unica a superare il 50 per cento di approvazione (50,2, per l’esattezza), segno che il cambiamento è stato profondo. “In generale, ci siamo accorti che la società deve essere al comando quando si parla del rapporto con la grande industria tecnologica”, dice lei. “Perché altrimenti finiamo per privatizzare la gestione di tutta la nostra società nelle questioni più private come le amicizie, il business, il commercio e ovviamente la democrazia. Questo è stato il cambiamento”.
Mettiamola così. L’Europa è a un passaggio cruciale della sua storia. E’ ancora tormentata dalla Brexit, martoriata dal populismo e dalle divisioni interne. Non si è ripresa completamente dalla crisi finanziaria, e anzi la crisi del debito è ancora una ragione di preoccupazione in molti paesi, compreso il nostro. Il progetto dell’Unione è sotto pressione, ed è continuamente pungolato da Donald Trump, che vede nell’Ue non un alleato prezioso ma un rivale strategico. L’Europa ha un bisogno disperato di un’identità, e in Margrethe Vestager ha scoperto qualcuno che può dargliene almeno un pezzettino. Il fatto che l’Europa sia l’unico posto al mondo dove i giganti della Silicon Valley entrano con timore e vengono resi responsabili delle loro azioni è diventato ragione di orgoglio quasi nazionalista (ma quando è nazionalismo paneuropeo è nazionalismo positivo, diciamo). Vestager parla di valori: “Esiste qualcosa che possiamo definire come valori europei”, dice. “In Europa chi ha successo è il benvenuto. I tuoi clienti amano il tuo prodotto, cresci, hai successo, diventi più forte, ti espandi. Ma è anche molto europeo dire: ‘Se sei potente hai più responsabilità, la responsabilità di non fare uso improprio del tuo potere, di non rendere impossibile agli altri competere contro di te’”. Quando vedi che tutto il mondo si inchina a Google e l’Europa no, allora pensi che forse essere europeo non è poi così male.
Ormai tutte le volte che c’è da parlare di regolamentazione del settore tech l’Europa viene indicata come esempio. Non soltanto per le inchieste di Vestager, ma anche per il Gdpr, la normativa sul copyright, il diritto di essere dimenticati, che fu introdotto nell’Unione europea nel 2014 tra molte perplessità e che adesso è riconosciuto da molti esperti come l’inizio della riscossa contro il capitalismo di sorveglianza – tra questi Shoshana Zuboff, la professoressa di Harvard che il termine “capitalismo di sorveglianza” l’ha coniato e reso popolare.
Perfino gli americani se ne sono accorti. Se qualche anno fa un approccio regolatorio attivo sul settore tecnologico era impensabile a Washington, oggi è un’opzione considerata da molti, e Vestager è presa a modello. Infiniti media americani l’hanno incoronata come la donna più potente del mondo della tecnologia, e l’hanno accolta nei consessi più importanti con grandi onori. Lo scorso marzo Vestager era l’ospite principale del Sxsw, l’evento delle élite cultural-tech ad Austin, Texas, e tutti hanno applaudito entusiasti la donna che più di ogni altro al mondo ha preso a bastonate i campioni dell’élite tecnologica d’America.
All’inizio di questo mese le agenzie di regolamentazione dell’Amministrazione americana, il dipartimento di Giustizia e la commissione federale sul Commercio (FTC) hanno trovato un accordo per dividersi tra loro le possibili indagini antitrust contro Big Tech: se dovessero sorgere inchieste su Google o su Apple se ne occuperà il dipartimento di Giustizia; se dovessero sorgere inchieste su Facebook o su Amazon se ne occuperà la FTC. Quest’attivismo è una rivoluzione per l’Antitrust americano, ma non è niente di nuovo qui in Europa. Quando chiedo a Vestager se, inaspettatamente, nel campo della regolamentazione di Big Tech l’America si stia europeizzando, lei sorride e dice che “gli americani continueranno a fare gli americani, gli europei gli europei. Ma sarà interessante vedere cosa succederà”.
Negli Stati Uniti c’è anche chi va oltre. Elizabeth Warren, candidata alla presidenza per il Partito democratico in fortissima ascesa, ha chiesto di recente che le grandi aziende tech come Google e Facebook siano scorporate, come fece Teddy Roosevelt con i robber baron all’inizio del Novecento. Vestager non è ancora convinta che questo sia il momento: “Scorporare le aziende per me è una misura di ultima istanza. L’obiettivo è fare in modo che il mercato funzioni. Fare in modo che i nuovi arrivati, gli innovatori, abbiano le loro possibilità di entrare nel mercato e di farcela. Vorremmo utilizzare i metodi meno aggressivi possibile per fare in modo che questo avvenga. Per esempio nel caso degli ebook di Amazon abbiamo trovato un accordo con l’azienda e adesso ci sono prodotti innovativi e nuovi business che entrano in quel mercato. Questo è un modo non aggressivo di agire, che tuttavia cambia il mercato e lo apre alla concorrenza. Poi c’è stato il primo caso Google, in cui si sono state una multa, una diffida, c’è stato l’ordine di equo trattamento, e questo ovviamente è un metodo molto più aggressivo”, come a dire: abbiamo molte armi a disposizione. “Ma ovviamente, se non funziona niente, come ultima risorsa c’è lo scorporo delle aziende”.
Il tema di trovare una via europea alla tecnologia è il filo rosso dell’attività di Vestager e di alcuni suoi colleghi come l’estone Andrus Ansip, vicepresidente della Commissione con delega al mercato unico digitale. Trovare un modello europeo è un aspetto rilevante, per esempio, quando si parla dell’ossessione per i campioni tecnologici. E’ una questione storica, che tormenta legislatori e imprenditori europei da un decennio: perché qui da noi non è nato un Google, un Facebook, un Alibaba? I governi costruiscono cluster tecnologici per ricreare “la Silicon Valley francese” (o tedesca, o spagnola; italiana no). Gli imprenditori cercano spunto dagli Stati Uniti e spendono fortune per creare incubatori di startup come quelli californiani, e tutti si chiedono spasmodicamente: quando emergerà il Mark Zuckerberg europeo? Anche qui il punto è trovare una European way. “E’ difficile dire se c’è bisogno o meno di un ‘gigante’ tecnologico nel nostro continente”, dice Vestager. “Abbiamo già un gigante nel settore del business, che è SAP, e Spotify è una grande compagnia europea. Ma una delle ragioni per cui c’è stata poca trazione quando si parla di giganti tecnologici in Europa deriva da un fattore ovvio, cioè il fatto che fino a poco tempo fa non abbiamo avuto un mercato unico digitale. Abbiamo numerosi mercati nazionali, barriere culturali, barriere linguistiche, barriere nei finanziamenti. Google, Apple, Amazon crescono in un mercato unico, quello americano, e poi si spostano in Europa con prodotti superiori perché ormai sono forti, hanno molti dati, e a quel punto è facile ottenere il favore degli utenti”.
La soluzione, per Vestager, non è ingegnerizzare un campione locale, ma fare in modo che il terreno europeo sia il più fertile possibile, per tutte le imprese grandi o piccole. Fa l’esempio delle infrastrutture: “Dovremmo cercare di ripensare a quello che si ritiene servizio pubblico. Per esempio tutti pensiamo che il nostro passaporto sia un mezzo di identificazione ovvio. E’ gestito in maniera pubblica dagli stati che serve a ciascun individuo per identificarsi. Dovremmo avere la stessa cosa nel mondo digitale. E’ un paradosso che possiamo fare log-in con Facebook o con Google e dare via dati su dati su dati anziché avere un’identità gestita pubblicamente che protegge la nostra privacy e che non affida a terzi più dati di quanto è assolutamente necessario per l’identificazione. Questo sarebbe un esempio di un’infrastruttura adatta a quest’epoca”.
Il bisogno di essere grandi nasce anche da un’altra idea: in questo mondo in cui si armano nuove superpotenze e si innalzano muri, se non sei grande abbastanza sei condannato a rimanere schiacciato o suddito. Un esempio su tutti, che viene fatto ormai a ripetizione, è la Cina, che in occidente è ormai uno spauracchio buono per tutte le occasioni. Washington mette in guardia l’Europa contro la Cina e contro le sue aziende. Mark Zuckerberg, ceo di Facebook, durante la sua celebre deposizione davanti al Congresso americano usò la Cina come miglior argomento contro uno scorporo delle sue imprese: se il nostro potere verrà spezzato, disse, saremo invasi dalle aziende cinesi. Ed effettivamente ci sono ragioni per cui temere l’assertività cinese. Ma per Vestager il punto non è solleticare le paure, né diventare più grandi per controbattere ai giganti. Il punto è essere coraggiosi – e se possibile uniti: “Non vedo necessariamente una minaccia cinese. Quello che vedo è che se noi siamo troppo timidi, non siamo abbastanza coraggiosi nel dire: questo è ciò che vogliamo fare, questo è ciò che non vogliamo fare”, dice Vestager.