Piccola posta

Dopo Beirut si è tornati a pronunciare una parola ormai dimenticata: atomica

Adriano Sofri

Il ricordo di Hiroshima e il magazzino delle allegorie

Che cosa vuol dire per un giovane la bomba atomica, la bomba H? Per uno nato in questo secolo? – si può avere vent’anni, infatti. L’atomica era il nostro orizzonte, di noi che abbiamo poco più o poco meno l’età di Hiroshima e della povera Nagasaki, che non riuscì nemmeno a figurare nel record, la superflua seconda volta di tre giorni dopo. Si diceva “la bomba”, e voleva dire quella cosa. Si diceva “una bionda atomica”. Si viveva nell’èra atomica. Poi, piano piano, la cosa andò svanendo, benché la proliferazione di testate nucleari dilagasse e le mettesse alla portata di tutte le borse e i tagliaborse. Altre fini del mondo occuparono l’orizzonte, il nucleare “di pace”, la degradazione ecologica – la pandemia. Non è facile capire come sia successo. Ci si abitua, l’uomo è l’animale che si abitua a tutto, anche a se stesso. Il disarmo fu una parola ambigua, è una parola accantonata. Forse una spiegazione più “razionale” sta nella miniaturizzazione delle atomiche: la catastrofe totale rateizzata, per così dire, e dunque accessibile e addomesticata. Come certe malattie senza vaccino, ma diventate curabili, dilazionabili.

   

All’improvviso, a Beirut, gente sconvolta e attonita ha detto: “Sembrava un’atomica”. Un recupero dal magazzino delle allegorie, un’alternativa alla stucchevole apocalisse dei titolisti. Alla vigilia dei 75 anni da Hiroshima e delle sue rievocazioni, distanti, consegnate al bianco e nero del dottor Stranamore. Dopo il 1945 ci fu una lunga rivalità fra Hiroshima e Auschwitz. Hiroshima prevalse a lungo, il “Mai più” le fu riservato. Auschwitz sembrò questione di confine, per intenditori, una resa di conti fra uomini e Dio. L’atomica sembrò affare dell’uomo che aveva soppiantato Dio.

   

Dio, se esistesse e si rassegnasse a rispondere alle domande, le preghiere e le maledizioni degli umani che gli gridano: “Come hai potuto fare questo”, risponderebbe come si dice che Picasso abbia risposto all’ufficiale tedesco su Guernica: “No, l’avete fatto voi”. Il puntatore dell’Enola Gay, maggiore Thomas Ferebee, colui che materialmente sganciò la bomba, aveva dormito per quasi tutto il volo verso l’obiettivo e mancato la comunicazione del colonnello Paul Tibbets, il pilota dell’Enola Gay. Qualcuno poi gli mise in bocca la frase: “Mio Dio, che cosa abbiamo fatto!”. Per tutta la vita Tibbets fu orgoglioso della propria missione. “Ho sempre dormito bene”, disse. Morì nel 2007 a 93 anni, ebbe moltissime notti in cui dormire bene. Ezio Mauro ha ricordato ieri che nel 1980 a Washington Tibbets incontrò lo scolaro sopravvissuto a Hiroshima Akihiro Takahashi. Si diedero la mano, e per una volta Tibbets pianse. Umano, troppo umano.

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