Il cuore d’Europa nella ragazza ebrea che si fece cattolica e morì ad Auschwitz
“Edith Stein, una rosa d’inverno”: libro e sceneggiatura di un film
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29 APR 20

(foto LaPresse)
Edith Stein, una forte donna ebrea e tedesca, grande intellettuale, che si fece cattolica per trovare il suo Dio, morì ad Auschwitz e venne proclamata santa e patrona d’Europa mezzo secolo dopo. Ognuno di tali aspetti della sua personalità parla molto a un’Europa oggi senza identità e radici e che ha vissuto la morte di Dio. E’ merito della Morcelliana riproporre questa figura pubblicando “Edith Stein, Una rosa d’inverno”, libro-sceneggiatura di un film scritto e diretto da Joshua Sinclair. L’autore, scrittore e regista, fa parte di Medici senza frontiere e ha anche lavorato per alcuni anni con madre Teresa di Calcutta. Il volume è stato curato e tradotto da Francesco Alfieri, noto studioso di Martin Heidegger ma anche della Stein, il quale, nella sua introduzione, dà conto di alcune interessanti fake news sui rapporti tra i due. Il film, già proiettato negli Stati Uniti, dovrebbe esserlo presto anche in Italia. Corredato da numerose immagini del film, il testo è un appassionato incontro con la persona Edith Stein (ricostruita mediante un uso insieme discreto e approfondito dei suoi scritti) attraverso quella che nella fiction è una indagine del giornalista del New York Times Michael Praeger, che si rivela anche a uno straordinario viaggio nella sua memoria.
Si torna all’infanzia di Edith, alla calda, struggente atmosfera delle Pésach celebrate in famiglia, sino alla prematura morte dell’amato padre che inquieta e allontana Edith dalla fede. Ed ecco poi la Edith ragazza che scala classi scolastiche grazie alla straordinaria intelligenza e, poi, la sua frequentazione di Husserl il quale la stima profondamente ma poi si scontra con lei per quel “fuoco” interiore che la porta a battersi per il voto alle donne creando perciò gravi dissidi con le autorità. Scorre la storia con la guerra, alla quale Edith partecipa come volontaria incontrando l’affascinante soldato Hans Lipps, di cui subito si innamora, ricambiata, e per il quale proverà amore per tutta la vita. Via via però cresce soprattutto, in lei, il desiderio di dedicarsi a Dio. Sarà questa la sua “via alla verità” che la porterà prima al battesimo cattolico poi a consacrarsi come carmelitana. L’amore per Hans non sarà ripudiato ma cambierà natura, per lei e anche per lui che si affermerà negli studi fenomenologici, proprio sulla scia di Edith, presso Husserl e con Heidegger. Il racconto si conclude sul vagone merci che conduce la Stein insieme ad alcune sue consorelle e a una umanità dolente, verso il macello; con lei che, a un tratto, trova la forza di aprire una grata per l’aria posta in alto alla vettura, riuscendo a farvi passare un bambino, Michael, che così si salverà. Uno spiraglio sul tetto che fa pensare a quanto diceva Wojtyla: che il nostro tempo secolarizzato ha disperato bisogno di un pertugio aperto alla trascendenza per ritrovare la vita.
Nel libro si racconta con grande delicatezza il cammino verso la fede di Edith. A partire dal suo distacco da essa, dovuto alla morte del padre e all’incomprensibilità per lei di quell’evento e del dolore in quanto tale. Ma poi è proprio il Crocifisso, il dolore che rappresenta e l’empatia che esprime, a essere per lei la porta stretta ma affidabile per ritrovare Dio. Perché Edith ritrova Dio, il suo Dio. E’ drammatico il contrasto con la madre la quale sottolinea quanto di problematico vi sia nella scelta di Edith, in un momento in cui gli ebrei temono di perdere tutto e si aggrappano a una identità che li differenzi da chi li perseguita: un popolo cristiano. Scorre nei dialoghi la tragedia. Ma infine quel che è chiaro è che Edith non ha mai cambiato Dio, il suo è stato un ritorno, teshuvà, al Dio dell’amato padre. Grazie a Gesù, che, Edith lo rivendica con serena fermezza, “è stato ebreo… e non ha mai smesso di esserlo”.
Tale contrasto si riverbera, naturalmente, sulle polemiche che seguirono la canonizzazione di Edith, 21 anni fa, con la quale divenne santa Teresa Benedetta della Croce, patrona d’Europa. Lì Edith divenne l’incarnazione stessa delle radici ebraico-cristiane d’Europa: una rosa con le radici a forma di croce e con alla base una menorah, si può immaginare. Nel film si vedono, ai funerali del padre, ebrei e cristiani pregare insieme, e poi Edith suora cattolica pregare in casa insieme ai suoi familiari. “Tutta l’Europa – si dice – ha perso la fede e Dio è stato espulso dalle nostre vite quotidiane”. Questo oggi resta vero in un’Europa di nuovo nella tempesta. Edith Stein dice qualcosa di definitivo in proposito, suggerendoci forse che è necessario che ebrei e cristiani tornino a pregare insieme lo stesso Dio, come in quelle scene antiche, perché l’Europa possa vivere.