Musica
l'intervista •
I Depeche Mode come non li avete mai ascoltati
Le hit di Dave Gahan e Martin Gore rivisitate dai Nouvelle Vague. “Il miglior complimento è quando la gente ascolta la nostra versione e dice che suona come se fosse sempre esistita così”, racconta Marc Collin

“Non è importante sorprendere a tutti i costi, ma creare qualcosa di diverso. La gente deve ascoltare i Depeche Mode da una prospettiva nuova. Con i nostri arrangiamenti e le voci femminili, le canzoni cambiano pelle e i testi assumono sfumature differenti”. Marc Collin, musicista francese e fondatore dei Nouvelle Vague, racconta al Foglio l’ultimo lavoro del gruppo, A Date with Depeche Mode, in uscita il 30 ottobre per Kwaidan Records / [PIAS] Recordings France. Nel disco, interamente dedicato alla discografia della band di Dave Gahan e Martin Gore, 13 brani iconici come “I Just Can’t Get Enough”, “Personal Jesus”, “Enjoy the Silence” e “Shake the Disease” vengono spogliati dell’urgenza post-punk e della malinconia synth-pop per essere riletti attraverso ritmi bossa nova e arrangiamenti acustici.
Tra collaborazioni brasiliane, come quella con Liminha degli Os Mutantes, e un cast internazionale di voci femminili che comprende Skye Edwards (Morcheeba), la cantautrice brasiliana Flavia Coelho, l’artista svedese Fredrika Stahl (nota anche per la colonna sonora di Le Bureau des Légendes) e Beth Hirsch (presente in alcuni brani di “Moon Safari” degli Air), i Nouvelle Vague fanno dialogare la malinconia britannica dei Depeche Mode con la loro sensibilità acustica. L’album sarà presentato dal gruppo in Italia a febbraio 2027: si esibiranno a Pordenone il 24, a Milano il 25, a Roma il 26 e a Conversano il 27. “Per me il miglior complimento è quando la gente ascolta la nostra versione e dice che suona come se fosse sempre esistita così”, racconta Collin.
Perché un intero album di canzoni dei Depeche Mode?
Erano circa dieci anni che pensavo di cambiare un po’ la ricetta dei Nouvelle Vague. Avevo già fatto un album intitolato “Strange as Angels” nel 2021, focalizzato interamente sul repertorio dei Cure, ma non era uscito a nome Nouvelle Vague. Dopo vent’anni di storia del progetto, ho pensato che fosse giunto il momento giusto per evolvere la formula. Ho stilato una lista di band di cui avrei potuto rivisitare l’intero repertorio: Simple Minds, The Clash, New Order e Depeche Mode. E proprio questi ultimi erano la scelta più ovvia: hanno sfornato tantissime hit, brani incredibili e sono ancora attivi dal vivo. Li ho visti suonare un paio di anni fa e ho capito che erano la scelta perfetta.
Erano circa dieci anni che pensavo di cambiare un po’ la ricetta dei Nouvelle Vague. Avevo già fatto un album intitolato “Strange as Angels” nel 2021, focalizzato interamente sul repertorio dei Cure, ma non era uscito a nome Nouvelle Vague. Dopo vent’anni di storia del progetto, ho pensato che fosse giunto il momento giusto per evolvere la formula. Ho stilato una lista di band di cui avrei potuto rivisitare l’intero repertorio: Simple Minds, The Clash, New Order e Depeche Mode. E proprio questi ultimi erano la scelta più ovvia: hanno sfornato tantissime hit, brani incredibili e sono ancora attivi dal vivo. Li ho visti suonare un paio di anni fa e ho capito che erano la scelta perfetta.
Qual è il suo primo ricordo legato ai Depeche Mode?
Il primissimo ricordo risale a quando ero giovanissimo. Vidi il videoclip di “Just Can’t Get Enough” sulla tv francese. Era il 1981, avevo 13 anni e ne rimasi folgorato. All’epoca tutti indossavano abiti e acconciature punk, io amavo quel genere, quindi pensai che anche loro fossero punk e la cosa mi entusiasmò. Poi li ho visti dal vivo al Bercy di Parigi nell’85 ed è stato incredibile: sul palco sfoggiavano dei look sadomaso con Martin Gore in calzoncini di pelle e cappello. Da quel momento in poi ho seguito ogni singola uscita e ne sono diventato un grande fan.
Il primissimo ricordo risale a quando ero giovanissimo. Vidi il videoclip di “Just Can’t Get Enough” sulla tv francese. Era il 1981, avevo 13 anni e ne rimasi folgorato. All’epoca tutti indossavano abiti e acconciature punk, io amavo quel genere, quindi pensai che anche loro fossero punk e la cosa mi entusiasmò. Poi li ho visti dal vivo al Bercy di Parigi nell’85 ed è stato incredibile: sul palco sfoggiavano dei look sadomaso con Martin Gore in calzoncini di pelle e cappello. Da quel momento in poi ho seguito ogni singola uscita e ne sono diventato un grande fan.
Martin Gore ha già avuto modo di ascoltare l’album?
Non ancora. Ho lavorato con lui per il terzo album dei Nouvelle Vague: sapevo che gli era piaciuta molto la nostra versione di “Just Can’t Get Enough”, così gli ho chiesto se gli andava di collaborare e lui ha risposto di sì. Abbiamo realizzato un duetto tra lui e Mélanie Pain ed è stato incredibile.
Non ancora. Ho lavorato con lui per il terzo album dei Nouvelle Vague: sapevo che gli era piaciuta molto la nostra versione di “Just Can’t Get Enough”, così gli ho chiesto se gli andava di collaborare e lui ha risposto di sì. Abbiamo realizzato un duetto tra lui e Mélanie Pain ed è stato incredibile.
Ha lavorato con musicisti brasiliani tra Rio de Janeiro e Parigi. Quanto ha influito questa esperienza sul suono dell’album?
A Rio ho collaborato con delle vere e proprie leggende della musica brasiliana, come Liminha, storico bassista degli Os Mutantes, oltre che chitarrista e produttore. Facevo sentire loro i demo e chiedevo cosa ne pensassero. Loro rispondevano proponendo soluzioni diverse o interpretazioni proprie. Hanno portato una magia unica. In particolare, il chitarrista e la sezione ritmica hanno aggiunto un groove che non avrei mai potuto immaginare da solo, dato che non appartiene al mio background. Erano pieni di idee ed è stato stimolante lavorare con loro.
A Rio ho collaborato con delle vere e proprie leggende della musica brasiliana, come Liminha, storico bassista degli Os Mutantes, oltre che chitarrista e produttore. Facevo sentire loro i demo e chiedevo cosa ne pensassero. Loro rispondevano proponendo soluzioni diverse o interpretazioni proprie. Hanno portato una magia unica. In particolare, il chitarrista e la sezione ritmica hanno aggiunto un groove che non avrei mai potuto immaginare da solo, dato che non appartiene al mio background. Erano pieni di idee ed è stato stimolante lavorare con loro.
Come ha scelto le cantanti ospiti, da Skye Edwards a Flavia Coelho?
Come per tutti i dischi dei Nouvelle Vague, la scelta delle voci dipende molto dal momento e da quello su cui sto lavorando. Conosco Skye dei Morcheeba da tantissimo tempo: avevamo già registrato una canzone insieme nel 2006. In più, lei aveva invitato Melanie ad aprire un suo concerto a Parigi. Gliel’ho chiesto e lei ha accettato subito, registrando due brani. Flavia Coelho l’ho coinvolta perché è brasiliana, mentre Eva de Marce, una ragazza franco-messicana, l’ho incontrata a Città del Messico. Spesso si tratta semplicemente di incontri fortuiti con persone con cui lavoro o che mi stanno attorno: chiedo loro di fare una prova in studio e tutto nasce in modo molto spontaneo.
Come per tutti i dischi dei Nouvelle Vague, la scelta delle voci dipende molto dal momento e da quello su cui sto lavorando. Conosco Skye dei Morcheeba da tantissimo tempo: avevamo già registrato una canzone insieme nel 2006. In più, lei aveva invitato Melanie ad aprire un suo concerto a Parigi. Gliel’ho chiesto e lei ha accettato subito, registrando due brani. Flavia Coelho l’ho coinvolta perché è brasiliana, mentre Eva de Marce, una ragazza franco-messicana, l’ho incontrata a Città del Messico. Spesso si tratta semplicemente di incontri fortuiti con persone con cui lavoro o che mi stanno attorno: chiedo loro di fare una prova in studio e tutto nasce in modo molto spontaneo.
Dopo oltre vent’anni di carriera, perché i Nouvelle Vague continuano a fare cover anziché concentrarsi su materiale inedito?
Nell’album “I Could Be Happy” del 2016 avevamo inserito quattro brani originali, che avevano funzionato molto bene. Però il fatto è che a me piace proprio reinventare le canzoni. È un po’ come fare il regista teatrale: se metti in scena Shakespeare, puoi dire molto su te stesso attraverso le sue opere. Mi approccio alle cover con questo stesso spirito e penso sia un lavoro nobile. Inoltre, accanto a band famose come i Depeche Mode, nei dischi dei Nouvelle Vague abbiamo spesso reinterpretato gruppi che non erano mai stati coverizzati da nessuno, facendo scoprire nuova musica al pubblico. Per la band preferisco mantenere questo concept. Chissà, magari in futuro cambieremo idea.
Nell’album “I Could Be Happy” del 2016 avevamo inserito quattro brani originali, che avevano funzionato molto bene. Però il fatto è che a me piace proprio reinventare le canzoni. È un po’ come fare il regista teatrale: se metti in scena Shakespeare, puoi dire molto su te stesso attraverso le sue opere. Mi approccio alle cover con questo stesso spirito e penso sia un lavoro nobile. Inoltre, accanto a band famose come i Depeche Mode, nei dischi dei Nouvelle Vague abbiamo spesso reinterpretato gruppi che non erano mai stati coverizzati da nessuno, facendo scoprire nuova musica al pubblico. Per la band preferisco mantenere questo concept. Chissà, magari in futuro cambieremo idea.
C’è un artista o un genere che non rivisiterebbe mai?
Non c’è una band specifica che mi viene in mente. Però generi come la trap o il rap sono molto distanti dal nostro mondo. Ma non mi sento di escludere nulla a priori.
Non c’è una band specifica che mi viene in mente. Però generi come la trap o il rap sono molto distanti dal nostro mondo. Ma non mi sento di escludere nulla a priori.
Come sarà dal vivo il progetto dedicato ai Depeche Mode?
Abbiamo rinnovato la formula live. Non c’è il basso elettrico, ci sono le due cantanti, la chitarra, le percussioni, le tastiere e un fisarmonicista. In scaletta proponiamo per metà i brani del nuovo album e per l’altra metà i pezzi di “Bande à Part”, il nostro secondo disco.
Abbiamo rinnovato la formula live. Non c’è il basso elettrico, ci sono le due cantanti, la chitarra, le percussioni, le tastiere e un fisarmonicista. In scaletta proponiamo per metà i brani del nuovo album e per l’altra metà i pezzi di “Bande à Part”, il nostro secondo disco.