Romanzo criminale si può pure canticchiare: Funziona tutto, anche troppo

L'opera tratta dal bestseller di Giancarlo De Cataldo ha debuttato con gran successo al Maggio fiorentino. La musica l’ha scritta Nicola Piovani e la regia è di Massimo Popolizio, ma dove ti aspetti un pugno nello stomaco ti arriva una carezza

30 OTT 26
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Foto ANSA

Trarre un’opera da Romanzo criminale di Giancarlo De Cataldo, dopo il bestseller, dopo il film, dopo la serie tivù, non è solo un’idea intelligente, ma anche furba: infatti è venuta a Carlo Fuortes. La musica l’ha scritta Nicola Piovani e l’opera ha debuttato, con gran successo, al Maggio fiorentino (alla terza recita, però, teatro mezzo vuoto benché calorosissimo). I pregi non mancano, a cominciare dalle parole. Librettizzare sé stessi è molto più difficile che librettizzare gli altri: De Cataldo lo ha fatto con un grande istinto teatrale, senza romanesco e per lo più in rima, il che contribuisce non poco al complessivo effetto retrò di questo mélo. E’ ovvio che qualcosa del romanzo vada perso, nel caso l’intreccio della criminalità con la politica marcia, i poteri forti e quelli segreti, insomma tutto l’aspetto da capitale corrotta e nazione infetta. Ma l’opera vuole concisione e non tollera la divagazione. Così Romanzo criminale diventa la “semplice” storia di quattro malfattori che decidono di prendersi la città, raccontata ex post dalla prostituta Patrizia che li conosceva bene, una mamma Roma cinica ma non anaffettiva che conosce anche come va il mondo (male, per inciso).
Alla fine, la drammaturgia funziona. E funziona anche la musica di Piovani, tradizionalissima, confortevolmente tonale, piena di echi di Puccini e della giovane scuola, di Rota (molto Rota), del musical, di Bernstein. Con due pregi, e non piccoli. Il primo è la melodia, già ostracizzata, chissà perché, come unico peccato musicale davvero imperdonabile. Qui ce ne sono diverse, e almeno due notevoli: quella del duetto fra il Libanese e la mamma, un’Azucena meno arteriosclerotica ma altrettanto iettatoria, che si poteva anche sviluppare di più; e quella dell’aria della luna (come in Rusalka!) che davvero ti fa uscire da teatro canticchiandola, cosa che a noi coeurs simples piace tanto. Infatti si sono sentiti anche un paio di applausi a scena aperta e a numero chiuso, nelle novità liriche rari come un treno che arriva puntuale. Secondo pregio, questa scrittura così vecchio stile risolve il più classico problema dell’opera contemporanea, quello della vocalità: per una volta, il canto impostato non sembra una presenza abusiva (però qualche parte tenorile, specie quella del Libanese, sembra un po’ bassa. “Puntarla”, no? Nell’Ottocento lo si sarebbe fatto). Piovani è abile, forse troppo. Il problema vero della sua partitura è che tutto è gradevole, ma niente nuovo. Il solito scoglio del linguaggio, insomma: che qui funziona, certo, e alle volte avvince, però suona sempre déjà vu, anzi déjà écouté. La giovane scuola, insomma, è diventata antica. Prendere qualche rischio di più, per esempio sull’armonia, avrebbe reso l’opera forse meno piacevole e sicuramente meno piaciona, ma più interessante.
La sensazione che tutto sia, come dire? un po’ troppo patinato, tanto più per queste vicende alquanto pulp, è confermata dalla regia di Massimo Popolizio, con scene di Margherita Palli, costumi di Silvia Aymonino, luci di Pasquale Mari und so und so, tutto pertinente, professionale, ben fatto, di gran qualità. Ma dove ti aspetti un pugno nello stomaco ti arriva una carezza. Orchestra e Coro fiorentini, eccellenti, sono diretti dall’Autore, e la compagnia è davvero ottima ma troppo lunga perché si possano citare tutti. Il peana tocca quindi alla sola Vanessa Goikoetxea, ovviamente Patrizia, che vocalmente non è sempre impeccabile ma spande sul palcoscenico secchiate di carisma sia quando evoca la luna sia quando insegna il mestiere più antico del mondo alla giovin principiante, e perfino contemporaneamente.