Il “fallimento” di Cremonini. Un nuovo disco con molto sax e niente lustrini

Con Amateur il cantante rompe la parabola dei grandi numeri e delle produzioni monumentali. Impara il sax, chiama Salmo, Fabri Fibra e Malika Ayane, rinuncia al karaoke delle hit e torna nei palasport. A quasi cinquant'anni, la voglia di liberarsi dalla gabbia del successo

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Estate del ‘99. Da ogni autoradio d’Italia esce “50 Special”, con la Vespa, i colli bolognesi, quel ritornello che s’impara a memoria. Cesare ha 19 anni, la band si chiama Lùnapop, il disco, “...Squérez?”, è un’ambizione frugale. Ventisette anni dopo lo stesso ragazzo va sul palco dello Shepherd’s Bush Empire di Londra, con un sassofono al collo, e suona undici canzoni che nessuno ha mai sentito. Niente hit. Ride, e intanto annuncia la catastrofe: “Credo sarà uno dei fallimenti della mia carriera”. In questi giorni esce “Amateur”, decimo album d’inediti di Cremonini, registrato in gran parte allo Studio 13, laboratorio londinese di Damon Albarn, casa di Blur e Gorillaz, e suonato da una band anglo–italiana guidata da Donny McCaslin, sassofonista dell’ultimo Bowie di “Blackstar”. In copertina c’è proprio un sax e nel comunicato una formula molto modello–2026: “Scritto, suonato e registrato senza intelligenza artificiale”, perché ormai il sospetto aleggia sempre e lo si può anche percepire come gravoso. Qui niente olio di palma, insomma. Intanto il disco si apre ospitando Salmo nella title track, in un pezzo che ha groove e il cui featuring è bello tosto. Poi “Paparazzi”, il primo singolo, ha chitarre sporche e si allarga con le strofe di Fabri Fibra. “Non lo diciamo a nessuno” è glam rock con archi sintetici anni Settanta. “Il giardino di sassofoni” mescola jazz, orchestra e derive prog, con Morgan che spunta per caso e nemmeno è accreditato. Poi ci sono le ballate nello stile dell’autore: “Cose molto piccole”, duetto con Malika Ayane che ha l’intimismo di Carboni, “Cavalli da corsa”, scritta con Elisa e si sente per il lirismo. Chiude “Athena”, con il sax che si prende il finale e l’ombra di Dalla che s’allunga. Sono frequenti le lunghe code strumentali, in un’atmosfera in genere piuttosto rilassata, con rare sensazioni di artificiosità.
Cremonini nella sua formazione ha amato molto il Regno Unito, tenendo ampio di conto Beatles, Queen, Elton John e Bowie – ma poi il suono è andato altrove. I Lùnapop di “Bagus” e “Maggese” erano pop d’autore impastato di bolognesità, nel solco di Dalla e Carboni. Nel decennio successivo, quello di “La teoria dei colori” e “Logico” la scrittura si è fatta più levigata, le produzioni fin troppo calcolate. Con “La ragazza del futuro” e “Alaska Baby”, è venuto su un Cremonini adulto, sinfonico, a tratti magniloquente. I numeri d’altronde gli davano ragione, in costante incremento tra dischi di platino e biglietti venduti. Ora “Amateur” interrompe la parabola e lui stesso a giugno, al Circo Massimo romano, aveva annunciato la svolta: “Basta lustrini”. Dove si colloca, oggi, Cesare? Nel gigantismo dell’ultima estate live (815 milioni di fatturato, un botto mai visto prima…) lui figura come un protagonista a tutto tondo, a perfetta maturazione per passare di trionfo in trionfo, da un’arena a un ippodromo. Qui lui però ha avuto un guizzo, un desiderio insopprimibile di sparigliare, di interrompere un percorso in cui i numeri erano diventati “un’ossessione” e una gabbia. Le tappe sono un amaro divorzio dal manager di sempre e un tour battezzato “Amatour”, in tre palasport, Bologna, Torino e Milano. E’ una ritirata? Magari più un desiderio di ridimensionare, lasciando gli stadi a chi ancora è ben dentro il meccanismo dell’evento a tutti i costi, che visto da una certa distanza somiglia a un tritacarne, sonorizzato dal karaoke di massa, Vasco, Max, Ultimo e soci. Cremonini invece promette che dal vivo suonerà soprattutto materiale nuovo, mostrando dove vuole andare, salvo concedere qualche hit a quelli che hanno pagato per la cantata corale a tutti i costi. A latere, tanto vale pronunciare un’approssimativa diagnosi dello stato psicologico di Cesare, a questo punto sospeso tra i quaranta e i cinquant’anni, una fase complicata, appesantita da vari sconquassi sentimentali (non a caso ha cercato compagni di viaggio anagraficamente prossimi, come Fibra, Salmo, Malika ed Elisa, scavalcando le oziose contrapposizioni pop–rap). E’ risaputo che lo spleen narcisistico è sempre stato il suo punto debole e la sua ferita aperta. In questo album il rapporto con la propria patologia si rivela in movimento, magari approssimativo, ma oltre la stagnazione, l’appagamento, la noia. Quel sax studiato in pochi mesi come medicina di un periodo difficile, la scelta di Londra, dove per strada nessuno se lo filava e un disco che è un discreto esercizio di psicoterapia, ricercando la ripartenza. “Mi sento spesso prigioniero di quel che faccio”, ha detto nelle interviste. Verso i 50 può diventare una condizione faticosa, soprattutto se si hanno i mezzi e gli strumenti per tentare l’evasione. Perché ciò che Cremonini continua a maneggiare con solida competenza sono i fondamenti del suo lavoro, ovvero ideare, scrivere e cantare.