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intervista •
Sonata per il mastino. I Calibro 35 raccontano Ellroy, le buone bugie e una Los Angeles impaurita
Acida, nera, cinematografica: il supergruppo ha scritto la colonna sonora del documentario “Ellroy vs L.A.” senza mai incontrare il mastino del noir. Beethoven, true crime da discount e canzoni per tempi bui
24 OTT 26

I Calibro 35 durante la registrazione di Ellroy vs LA (foto di Andrea Boccalini, courtesy of Quoiat Films)
James Ellroy ha raccontato più volte che se in un ristorante mettono rock ad alto volume, si alza e se ne va. La musica, per lui, è cominciata in classe con la Quinta di Beethoven e lì è rimasta: nel documentario di Francesco Zippel “Ellroy vs L.A.”, premiato quest’anno ai Nastri d’argento, lo si vede in casa sua, davanti a un busto del compositore tedesco. Una volta ha riassunto le proprie influenze in una visione del mondo “religiosa, Tory, formalista, adoratrice di Beethoven”. A quest’uomo i Calibro 35 hanno cucito addosso una colonna sonora fatta di funk, psichedelia e clavinet, uscita in disco il 9 ottobre e che il 22 è arrivato dal vivo a Roma. Il tour prosegue a novembre tra Londra, Madrid e Milano, poi chiude il 10 dicembre a Genova. Ellroy in carne e ossa, però, non l’hanno mai incontrato. “Probabilmente ci avrebbe influenzato in maniera diversa”, raccontano. “Lo abbiamo trattato dal punto di vista estetico”. Se il risultato gli sia piaciuto, non lo sanno. E la cosa non sembra turbarli. “È un personaggio bigger than life, talmente polarizzante, che mi sento in totale diritto di fregarmene. Esattamente come vedo lui fregarsene di tutto e di tutti”, dice Tommaso Colliva, regista sonoro del progetto. “L’unico modo di averci a che fare è abbandonarsi alle suggestioni che stimola con le cose che dice e soprattutto con il come le dice. Ci ha colpito subito il tono della sua voce, roco e noir, oltre alla crudezza dei racconti, anche personali”.
Massimo Martellotta – chitarrista e tastierista, colonna portante dei Calibro – ricostruisce la prima idea, quella che il regista ha accolto: “Lo spoken di Ellroy è metà delle musiche”. Il tema principale sono tre note che ricorrono “qui e lì, come dei piccoli satelliti”, mentre le basi stanno quasi sempre un passo indietro, a sostegno della voce. Il resto è questione di tavolozza. Per raccontare “una vita punk che punk non è affatto”, la scelta ha virato su suoni più acidi e psichedelici. “Siamo caduti nel cliché jazzistico del noir solamente in un pezzo”. Del resto pure Ellroy, che il rock lo detesta, il jazz lo ha messo al centro di uno dei suoi romanzi più feroci. “White Jazz” racconta di un poliziotto bianco e razzista, nella Los Angeles del 1958, che si ritrova dipendente dal bebop senza sapere come né perché. I Calibro hanno fatto qualcosa di simile alla sua città: hanno preso la Los Angeles bianca e sbirresca dei romanzi e l’hanno fatta nera con la grammatica del funk cinematografico e della blaxploitation, da Isaac Hayes giù fino a Kendrick Lamar. “Non avendo avuto a che fare direttamente col personaggio, ci siamo permessi di divertirci e di osare degli accostamenti narrativi, quasi fumettistici”, spiegano. Poi, dove meno te lo aspetti, arriva un tema sentimentale. Serve per accompagnare la storia della madre, assassinata nel 1958 quando Ellroy aveva dieci anni: il delitto mai risolto attorno a cui ha costruito una vita di scrittura. “Lui la racconta con freddezza, inanellando una serie di aneddoti agghiaccianti”, dice Martellotta. “A contrasto abbiamo fatto un tema molto ampio, quasi melodico”. E in chiusura, un omaggio all’unico musicista che Ellroy riconosce: una cover della “Sonata al chiaro di luna” di Beethoven. “Abbiamo provato a fargli questo regalino”. Una sonata per il mastino, l’unica musica capace di ammansirlo.
Le bugie ben costruite di un “misogino”, “razzista”
Il soprannome se l’è dato da solo: “Demon Dog”, il mastino demoniaco delle lettere americane. E lo porta come un collare borchiato. Ellroy dice di non essere mai stato di sinistra, “nemmeno per un istante, nemmeno nel sonno”. Nel documentario c’è un passaggio in cui elenca le accuse che gli vengono rivolte: misogino, fascista, razzista. Quest’anno ha pubblicato “Red Sheet”, ambientato nella Los Angeles del 1962, un romanzo che difende la lista nera di Hollywood. I Calibro non fingono che il problema non esista (“Raccontare Ellroy o averci a che fare non significa sposarne le posizioni”), ma non lo leggono nemmeno come un ideologo. “È palesemente incapace di essere il capo di una setta. E’ un battitore libero, e soprattutto è un attore: quando vuole accenderti, essere provocatore, sa assolutamente come farlo. Se leggi e reggi il gioco, ti diverti. Da puro spettatore”.
La parte di Ellroy che più li affascina è un’altra. “È un personaggio in bilico tra la realtà e la finzione. Non capisci mai dove finisce la L.A. vera e dove inizia quella che lui si è costruito nella mente”, sottolineano Martellotta e Colliva. “Da una parte dice di raccontare una città che non c’è più, dall’altra ammette che anche di quella Los Angeles del ‘62 si è inventato tutto. Che poi è la base delle buone bugie: serve un contesto credibile, da infarcire di finzioni. Questo è Ellroy”.
Quel crinale in penombra tra realtà e immaginazione è un territorio che i Calibro conoscono bene. Sono nati nel 2007 reincidendo le musiche dimenticate del poliziottesco, cioè la colonna sonora di un’Italia che esisteva soprattutto al cinema. Poi hanno cominciato a scrivere soundtrack per film mai girati: “Traditori di tutti”, nel 2013, era costruito attorno a un film immaginario tratto dai romanzi di Scerbanenco. Uno dei pezzi di quel periodo, campionato da Dr. Dre in “Compton”, si intitola “Ogni riferimento a fatti accaduti è puramente casuale”. Maschere e passamontagna musicali. “A volte facciamo i Calibro, a volte siamo i Calibro”, spiegano. In questo disco ci sono entrambe le cose. Zippel aveva chiesto alla band di improvvisare davanti alla macchina da presa, per “beccare quel momento lì”, e quei brani, dicono, sono “attimi di verità, esplorazione vera di musicisti che stanno cercando qualcosa. Altri, come ‘Vacation and Probation’, sono i Calibro che recitano se stessi”. È il rischio di ogni identità forte. “Il nostro sound si può anche imitare. La sfida è restare un’entità viva e non la riproduzione di noi stessi”. Martellotta la mette in termini anagrafici: “Da adolescente stai molto attaccato all’identità che vuoi avere e che ti costruisci. Ora che abbiamo tutti dei bei capelli bianchi, abbiamo capito che quell’identità non puoi togliertela. E il gioco diventa fingersi qualcos’altro”.
Il true crime, la library music e la Gialappa’s
Della madre – strangolata e abbandonata sotto gli oleandri lungo una strada di El Monte, contea di L.A. – Ellroy ha scritto anche fuori dalla finzione. A metà degli anni Novanta ha ingaggiato un ex detective della omicidi, Bill Stoner, e per più di un anno ha riaperto il caso: archivi, testimoni sopravvissuti, vecchi verbali. Ne è uscito “I miei luoghi oscuri”, che è true crime nel senso più letterale, con lo scrittore che indaga su se stesso (il colpevole non l’hanno trovato). Oggi il genere in Italia riempie palinsesti e podcast. Che musica si merita? Colliva ha “una risposta polemica: una musica migliore di quella che è”. Pochissime produzioni italiane recenti, dice, hanno una colonna sonora pensata. “Con l’iperproduzione di contenuti che c’è ora, il novanta per cento si affida alla library moderna, production music di qualità infima”. L’eccezione che cita è “Il mostro”, la serie di Stefano Sollima sul killer di Firenze, con la musica di Alessandro Cortini. E il paragone invece è con la Library music degli anni Sessanta e Settanta: “Esempi ottimi di come da un artigianato a cottimo può venire fuori qualcosa di bello. Ma oggi il suono standard del genere è fatto di droni e tensione di maniera. Non è Carlo Lucarelli: è l’imitazione che ne fa la Gialappa’s Band. ‘Paura, eh?’”.
La questione della Library music, in fondo, è una questione di memoria: che cosa resta, di tutta la musica scritta a gettone per il cinema e la tv? E chi decide che cosa resta? Ai Calibro la domanda interessa perché sono nati proprio scavando in quel deposito. E oggi, per scavare, usano anche l’intelligenza artificiale. “L’altro giorno stavo facendo una piccola ricerca sui compositori italiani di musica di genere da film”, racconta Colliva. “Mi sono fatto una lista di venticinque compositori e ho chiesto a ChatGPT un Excel con i tre registi con cui ognuno ha collaborato e il numero di ascoltatori mensili su Spotify. Quarantacinque secondi e ce l’avevo. E mi sono accorto che Morricone, Umiliani, Piccioni e Nino Rota hanno dieci volte gli ascolti di tutti gli altri. Ti fa capire come sia anche possibile cadere nell’oblio, in questo gioco”. Perché proprio quegli artisti? Il caso che incuriosisce di più è Piero Umiliani. “Se togli ‘Mah Nà Mah Nà’, ha fatto davvero poco di grande successo. La colonna sonora dei ‘Soliti ignoti’, certo, ma non è ‘Per un pugno di dollari’... Eppure negli ultimi vent’anni è stato al centro di una riscoperta che si misura anche in streaming, mentre Carlo Rustichelli, che ha scritto buona parte della musica della commedia all’italiana, resta attorno ai ventimila ascoltatori. Viviamo in un mondo in cui pochi autori fanno gli stream di tutti gli altri messi insieme”. Colliva sta ricostruendo, per i canali social della band, la storia di Luciano Michelini. La sua “Frolic”, scritta nel 1974 per “La bellissima estate” di Sergio Martino, è diventata prima la sigla di “Curb Your Enthusiasm”, la serie di Larry David ambientata a Los Angeles, e da lì il suono con cui il mondo intero ride delle proprie figuracce sui social, con la gente che ci fa sopra i balletti su TikTok. “Questi meccanismi sono totalmente imprevedibili. E in fondo, l’imprevedibilità è una speranza”.
“A proposito di AI, la stiamo usando molto come tool ‘da cucina’, in maniera non generativa”, spiegano. “Il voice modeling, per esempio, permette di testare sette voci diverse e sottoporre ai registi le canzoni che scriviamo senza dover chiamare un cantante per ogni prova”. Quello che preoccupa Colliva, da produttore, è altro: artisti che arrivano con provini già fatti dalla macchina. “A lungo andare, so che quei muscoli si atrofizzano. Fare i demo brutti è ciò da cui tutti noi abbiamo imparato a fare bene il nostro lavoro”.
Nei tempi bui, si canterà ancora?
Il primo singolo si intitola “Riots”, e arriva poco più di un anno dopo che Donald Trump ha mandato la Guardia nazionale a L.A. contro la volontà delle autorità californiane, per la prima volta dal 1965. La band era lì a ridosso della lavorazione del disco, a suonare in un festival e al Whisky a Go Go. “Abbiamo visto delle baraccopoli di ragazzi che studiano all’università e vivono in tenda, perché l’opzione intermedia non c’è. Abbiamo amici che fanno i musicisti lì e che vedi spostarsi sempre più lontano, in case sempre più piccole. E’ un posto molto strano, una città molto difficile, nonostante da lì arrivino tre quarti del nostro immaginario collettivo. L’abbiamo trovata cambiata rispetto a dieci anni fa, e decisamente non in meglio. Più ripiegata su se stessa, meno curiosa. Le persone sono più spaventate. E’ meno semplice sentirsi ospite. Dark times”. Ottant’anni fa, nella stessa città, c’era chi di tempi bui se ne intendeva. Negli anni Quaranta Bertolt Brecht visse in esilio a Santa Monica. Poco lontano abitava Hanns Eisler, il compositore che da quasi vent’anni metteva in musica le sue poesie e che a Hollywood era diventato un autore di colonne sonore: con “Anche i boia muoiono” di Fritz Lang, di cui Brecht aveva scritto il soggetto insieme al regista, ottenne una candidatura all’Oscar. Nel 1947 la Commissione per le attività antiamericane li chiamò a deporre entrambi. Brecht lasciò gli Stati Uniti subito dopo l’interrogatorio, Eisler fu espulso pochi mesi più tardi – la stessa caccia ai comunisti di Hollywood che Ellroy difende in “Red Sheet”. Qualche anno prima, esule in Danimarca, Brecht aveva scritto: “Nei tempi bui, si canterà ancora? Sì, si canterà dei tempi bui”.
Musicisti da pronto soccorso (e un po’ Iene)
Il documentario su Ellroy è arrivato mentre i Calibro lavoravano a tre serie insieme: “Sandokan” e “Blanca” per la Rai e “Chiaroscuro”, in uscita su Netflix. Ricerche da “topi da discoteca” e più di due anni di lavoro, racconta Martellotta, con ritmi da pronto soccorso: “Anche alle due di notte, il sabato e la domenica. Come i medici: sempre reperibili. In una serie così grande bisogna capire a chi stai parlando e cercare di usare quella lingua, anche se non ti appartiene”. Ellroy, al confronto, è stato “una boccata d’aria”, sospirano.
Sono finiti anche davanti alla macchina da presa. Zippel li ha montati dentro il film molto più di quanto si aspettassero: sono in scena più o meno la metà delle volte che si sente la musica. “Siamo ancora quelli che, quando sentono la propria voce, gli fa strano”, ammettono. “Figurati sull’immagine”.
Se Ellroy li avesse messi in “L.A. Confidential”, chi sarebbero: il picchiatore, il primo della classe, lo sbirro da set o il giornalista scandalistico? “Nessuno di noi è uno sgherro, credo sia abbastanza evidente”. Si vedono piuttosto in un altro noir losangelino, “Le iene” di Tarantino: “Bassa manovalanza del crimine”, scherzano. “In noi c’è una certa mercenarietà, in senso buono. Ciascuno con il suo carattere: chi è puntiglioso e chi no, chi è ordinato e chi disordinato, chi trova la soluzione all’improvviso”. Chissà chi di loro, come Harvey Keitel passato da una Los Angeles di Tarantino all’altra, compare dietro una porta dicendo: “Sono il signor Wolf, risolvo problemi”.
Le immagini che aprono il loro concerto, del resto, sono proprio queste: un’auto piena di bravacci che vanno a uccidere un malcapitato. Per lo spettacolo, raccontano, “abbiamo smontato e rimontato il documentario, secondo una scaletta che avesse senso come concerto”. Metà brani nuovi, metà dall’archivio. “Se vuoi venire a vedere un concerto dei Calibro, vieni a vedere un concerto che non hai mai visto. Se invece ti va di abbandonarti anche alla narrazione, puoi farlo, ed è un plus bellissimo”. Ellroy, in ogni caso, non ci sarà. Ed è meglio così: con la musica a quel volume se ne sarebbe andato imprecando.


