Filippo Graziani: “Fiero di essere figlio di Ivan, sul nepotismo ci rido su”

Il cantautore racconta il nuovo album “Verso Casa”, l'eredità musicale del padre e l'incontro con Marracash, che ha ripreso “Firenze – Canzone triste”. E su Sanremo: “Se ci fosse il pezzo giusto, ci farei un pensierino”

23 OTT 26
Immagine di Filippo Graziani: “Fiero di essere figlio di Ivan, sul nepotismo ci rido su”
“Sono figlio di Ivan Graziani, che suonava nei bar della Riviera Romagnola a guadagnarsi da vivere tra birre e pizze. Ho iniziato a suonare quando papà non c’era già più e ai tempi non è che godesse di questa rivalutazione di cui gode adesso. Ne sono fiero e mi fanno ridere tutti i discorsi sul nepotismo”. Con queste parole Filippo Graziani racconta al Foglio la genesi di “Verso Casa”, il suo nuovo album di inediti pubblicato a quasi dieci anni dal precedente “Sala giochi”. Il progetto segna una nuova maturità artistica, alimentata dalla nascita del figlio Ludovico.
Mentre molti faticano a scrollarsi di dosso l’etichetta di figlio d’arte, l’artista nato a Cattolica e cresciuto a Rimini rivendica con orgoglio le proprie radici: “Sono fiero della mia famiglia, dell’eredità musicale che ho ricevuto, del lavoro che ha fatto mio padre, quindi per quale motivo dovrei allontanarmene?”. Tra i ricordi della provincia e quelli della Milano dei vent’anni, il disco trova il suo fulcro emotivo in un inedito di Ivan, “Le tre chiavi”, simbolo perfetto di questo dialogo intergenerazionale. È così che il solco familiare si trasforma in un linguaggio autonomo, abbracciando il folk-rock americano degli anni Settanta e preparando il terreno per il tour Casa Graziani, che vedrà Filippo impegnato nei teatri prima a novembre e dicembre con un set acustico e poi nella primavera del 2027 con la band in formazione elettrica. “Quella in copertina è la mia casa, dove sono nato e cresciuto in un paesino della Romagna”, racconta.
Cosa c’è dentro questa casa?
C'è la mia infanzia, la mia adolescenza e c’è il suono della mia famiglia. C’è l'esperienza che ho maturato con le canzoni di papà e c’è il percorso che sto intraprendendo oggi con questo nuovo disco.
Guardando indietro, c'è un aspetto di suo padre Ivan che da bambino non capiva e che oggi, da padre, ha capito?
Ho capito perché lui passava così tanto tempo fuori di casa. Molti momenti della vita di mio padre che ho visto in prima persona li capisco molto meglio adesso. Questo succede a qualsiasi persona che diventa padre o madre: riconosci certe cose che facevano i tuoi genitori che non capivi.
In che senso?
Mi trovo a fare a mio figlio le stesse cose che faceva mio padre nei miei confronti: tornare a casa il prima possibile, farmi tanti chilometri per dormire a casa. È come una sorta di ritorno ai ricordi d'infanzia e d'adolescenza.
Il legame con suo padre è evidente nell'inedito Le tre chiavi. Come è avvenuto il ritrovamento del pezzo?
La canzone l’ho ritrovata in maniera completamente casuale dentro una TDK, mentre stavo ascoltando i suoi vecchi provini. Mi piace farlo perché vedo come scriveva le canzoni lui, risento la sua voce, mi dà ispirazione. È venuto fuori questo brano, fatto e finito. Era perfettamente in linea con il concept dell'album. Avevo voglia di mettere qualcosa di suo in questo disco, che servisse da ponte tra il mio lavoro e il suo repertorio. 
Dal punto di vista sonoro, “Verso Casa” rimane ancorato al folk-rock americano degli anni Settanta, come gran parte della produzione di suo padre. È stata una scelta naturale?
Non devo rendere conto a nessuno di quello che scrivo se non a me stesso. Non avrei potuto fare diversamente, non mi piace rincorrere le cose. Poi sono anche in una fase della vita in cui mi sentirei anacronistico a far finta di parlare di cose che non mi appartengono. È un disco che parla di me e il suono è la conseguenza di questi ultimi dieci anni passati intensamente a suonare le canzoni di papà, alle quali ho dato il mio imprinting, quello del rock degli anni Settanta.
Nel videoclip di “Selvaggio” ci sono anche immagini d'archivio e filmini di famiglia girati da suo padre. Come mai questa scelta?
Per fare un disco sincero bisogna prendersi delle responsabilità. Se voglio veramente aprirmi e dire che in questo disco ci sono io dentro al 100%, qualcosa devo dare e devo metterla lì realmente. Quei filmati di famiglia sono la testimonianza che quelle cose per me sono sempre state e sono tuttora estremamente preziose.
A proposito dell’eredità artistica di suo padre, nel 2024 Marracash ha utilizzato “Firenze – Canzone triste” nel suo brano “È finita la pace”. Come ha vissuto questa operazione?
L'ho trovato stupendo. Gli abbiamo dato l'autorizzazione a farlo, mi ha invitato durante una delle sue date al Forum di Milano per eseguirla insieme. La sua è stata un’operazione sincera, fatta estremamente bene, con grande rispetto. È bello vedere altri generi che si incrociano.
Guardando ai prossimi mesi, si avvicina il trentennale della scomparsa di suo padre. Sta pensando a qualche celebrazione particolare?
Per il momento sono concentrato sul disco e sul tour. Ovviamente in scaletta ci saranno le canzoni di papà perché fanno parte della mia essenza. Molti colleghi in passato mi hanno chiesto di andare a Sanremo o di fare cose simili per celebrarlo.
A proposito di Sanremo, lei nel 2014 ha partecipato tra le Nuove Proposte con “Le cose belle”. Tornerebbe in gara? Magari tra i Big?
Volentieri! È una vetrina importante e se c’è una canzone che vale la pena far sentire, perché non dovrei farlo? Oggi è un festival completamente diverso rispetto al passato, ci vanno tutti, dai rapper ai cantautori, ed è cambiato il modo di fruire la musica. Ma se ci fosse il pezzo giusto, io un pensierino ce lo farei volentieri.