Canzoni che non si cantano. Cremonini e il suo ritorno all’innocenza

A Londra il cantautore bolognese presenta "Amateur", un album sperimentale. Rock, deviazioni progressive, ballate, armonizzazioni spiazzanti, assenza di ritornelli. Ma soprattutto un disco contro l’algoritmo che accetta anche l’idea di un fallimento commerciale

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Foto Ansa

Londra. Martedì 20 ottobre, all’uscita della metro di Shepherd’s Bush, Londra parla italiano. Sulla facciata dell’O2 Empire le lettere un po’ sghembe del tabellone annunciano con la solennità dei vecchi teatri londinesi: “Cremonini. One Night in London. Sold Out”. Da qui sono passati i grandi: i Rolling Stones, Amy Winehouse, gli Oasis, Adele. E la tradizione continua con uno che, invece, vuole farsi piccolo per ritrovarsi. Cesare Cremonini presenta Amateur, il nuovo album di inediti, registrato tra Londra e Bologna (in uscita oggi, ndr). Dopo ventisette anni trascorsi a diventare un professionista del successo, il cantautore bolognese sembra voler tornare, prima di tutto, un amante della musica.
In fila per entrare ci siamo noi, i quarantenni che ascoltavano i Lùnapop col walkman e bevevano coca-cola invece che matcha, come una folla disciplinata di invitati a un quarantacinquesimo, dentro un teatro vittoriano di velluto rosso. Rosso, ma anche oro: il teschio gigante al centro della scenografia, il pianoforte, i microfoni, perfino le bottigliette. Entrano i musicisti. C’è anche SIG(mund Freud), il polistrumentista che suona per tutto il concerto col volto coperto da un teschio dorato. Poi arriva lui: maestro di questa cerimonia rock, giubbotto di pelle e bastone con il pomo bianco, alla Domenico Modugno del Vecchio frack. Si comincia con il brano che dà il titolo al disco. Sul palco arriva Salmo, accolto da una bandiera della Sardegna che sventola nelle prime file. “Siete molto più caldi di uno stadio”, dice Cremonini. E in effetti siamo uno stadio bonsai: duemila persone, un entusiasmo condensato in un teatro che suona più forte proprio perché le pareti trattengono suoni ed emozioni invece di disperderli.
Amateur è, nelle sue parole, il disco delle prime volte: “E’ la prima volta che presento un album dal vivo in cui non ci sono canzoni famose da cantare col pubblico”. Perché Londra? Perché qui nessuno lo conosce, dice, perché il successo è un incidente e il dono che cerca è la libertà, una tregua dal proprio nome. Detto in una sala piena di italiani che urlano il suo nome. Sul palco c’è una star che mette in scena con grande consapevolezza il proprio ritorno all’innocenza. Dietro questa notte londinese, però, c’è una macchina tutt’altro che dilettantesca. Universal, Mastercard, Live Nation, giornalisti musicali arrivati dall’Italia, un documentario per Sky. Sarebbe potuto accadere tutto questo se Cremonini non fosse stato Cremonini? Quanto costa, in termini di successo già accumulato, il privilegio di sentirsi di nuovo sconosciuti?
Il paradosso non rende meno autentico il desiderio di libertà; semmai lo rende più interessante. Amateur è un album sperimentale. Rock, deviazioni progressive, ballate, armonizzazioni spiazzanti, assenza di ritornelli: è un album di canzoni che non si cantano, né sotto la doccia né fuori, ma che vanno ascoltate e riascoltate per cogliere ogni volta dettagli nuovi. Ci sono collaborazioni importanti (Salmo, Fabri Fibra, Malika Ayane, Elisa, Morgan). E tuttavia, dal punto di vista musicale, Cremonini sembra essersi concesso il lusso di non preoccuparsi troppo delle aspettative. Ma la verità di questo disco è soprattutto nei suoni. E’ musica fatta con gli strumenti, con le dita delle mani, le corde vocali e il fiato. Tanto fiato. C’è il sax di Donny McCaslin, il musicista americano che accompagnò David Bowie nel suo ultimo album, Blackstar, e che in Disturbo mentale suona incazzato come una cornamusa punk; e c’è quello dello stesso Cremonini, che da circa un anno lo studia ossessivamente per sei-sette ore al giorno: lo strumento come estensione di sé, quasi un modo per respirare più forte. E poi c’è la poesia. Sulle note di Cavalli da corsa, Cremonini balla un valzer da solo, gli occhi sognanti, il microfono dorato nella mano sinistra e la destra a portare una partner immaginaria. La musica, verrebbe da dire.
E’ un album contro l’algoritmo che accetta anche l’idea di un fallimento commerciale: un’emancipazione dal successo che, però, solo chi ha avuto successo può permettersi. Intanto, a questa festa di successo contro il successo ci si diverte in caciara. Il cameraman italianissimo che canta tutte le canzoni sotto il baffo folto, come un amico che ti riprende al karaoke. Le birre distribuite al pubblico dal palco prima dell’intervallo, i saluti alla famiglia, agli amici di sempre, ai volti noti tra gli invitati. Cesare, presentando i sei fiati inglesi in inglese, si incarta e incespica su qualche parola: “’Sta esse bolognese che va dappertutto, fa tutto plurale!”. E’ felice, ride, si diverte. Anche noi. Tutta la solennità del teatro si scioglie in qualcosa di molto italiano. Al bar chiedono Spritz, ma non li fanno. Sono circa le 21.30 quando la serata finisce. I quarantenni vanno a letto presto.