La vita fuori spartito di Peter Hammill

“Registrare è un viaggio per incontrare altre versioni di se stessi”. Con Tears in Time, il fondatore dei Van der Graaf Generator riflette sul tempo e sull’indipendenza artistica. A novembre cinque concerti in Italia

17 OTT 26
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Il fondatore dei Van der Graaf Generator Peter Hammill

“Sono stato fortunato ad aver trascorso un’intera vita facendo ciò che volevo, rimanendo fedele alla mia indipendenza artistica, fuori dalle logiche commerciali e dalle pressioni dell’industria discografica”. Peter Hammill, fondatore e voce dei Van der Graaf Generator, racconta al Foglio di dovere “moltissimo all’entusiasmo e alla lealtà del pubblico”. Tra il 10 e il 16 novembre sarà in Italia per cinque concerti a Roma, Livorno, Torino, Padova e Milano.
La sua storia musicale comincia nel 1969 con The Aerosol Grey Machine, primo album dei Van der Graaf Generator, e prosegue con oltre trenta dischi solisti. In più di mezzo secolo Hammill ha seguito una strada tutta sua, senza preoccuparsi troppo delle mode o delle aspettative del mercato. A settembre è uscito Tears in Time, un album di undici canzoni composte in momenti diversi. Due brani, Heavy Weather e Tabula Rasa, erano stati completati in versione strumentale negli anni Novanta, gli altri sono stati scritti negli ultimi anni. “Registrare non dovrebbe mai essere semplicemente un modo per ripercorrere vecchi sentieri – spiega - è un viaggio nel tempo, si tratta di incontrare altre versioni di se stessi”.
Il tempo attraversa da sempre le canzoni di Hammill. Ma raccontarlo a vent’anni è diverso dal farlo a 77. “Ci sto ancora nuotando dentro – dice – e, come dimostrano diverse canzoni di Tears in Time, continuo a trovare nuove pieghe e sfumature nei modi in cui viaggiamo attraverso il tempo”.
Nel 2003 un infarto lo costrinse a fare i conti con la propria fragilità, lasciando tracce anche nella sua musica. “Avevo terminato il mixaggio di Incoherence solo pochi giorni prima. Ma è in Singularity che ci sono alcuni brani che riflettono direttamente sull’infarto e su quello che ho provato”. Ripensando a quei momenti, ricorda soprattutto la felicità di essere sopravvissuto: “Uno dei miei pensieri più forti all’epoca è stato quanto fossi felice di essere ancora qui. È incredibile quanto velocemente tornino le proprie sensazioni, o illusioni, di immortalità dopo eventi del genere”.
Eppure, nonostante una carriera così lunga, Hammill non ama guardarsi indietro. “Quando scrivo sono sempre totalmente immerso nel momento presente e non considero davvero ciò che ho fatto in passato o come ho trattato temi diversi”, racconta. “È una vita intera di esperienze, di trionfi e disastri, di vittorie e sconfitte a dare colore e sfumatura al quadro”.
Anche quando si parla di tecnologia, il suo punto di riferimento resta l’esperienza umana. Per Hammill, nella musica non tutto deve essere perfetto, “la vera magia sta negli errori, nell’imperfezione e nella fragilità dell’interpretazione dal vivo”. La voce potente ed espressiva dell’artista di Ealing è una delle cifre distintive della sua musica. Eppure, almeno a sentire lui, non richiede particolari preparativi: “La uso solo quando mi esibisco o sono in studio. Non seguo regimi particolari, non faccio preparazione né riscaldamento. Persino il modo in cui canto durante i soundcheck non è vero e proprio canto: in quelle occasioni uso una voce diversa”.
Formatosi in un ambiente gesuita, Hammill oggi si definisce “fondamentalmente un umanista”. Non esclude, tuttavia, che l’esistenza custodisca qualcosa che va oltre la dimensione materiale: “Penso che ci sia un qualche elemento spirituale nell’essere vivi e nel vivere una vita”. A novembre tornerà sui palchi italiani con il repertorio solista e alcuni classici dei Van der Graaf Generator, tra cui Mirror Images, The Habit of the Broken Heart e Still Life. Il legame con il nostro paese, del resto, è di lunga data. “L’Italia ha e avrà sempre un posto fortissimo nel mio cuore, sia per le esibizioni sia per le esperienze professionali e personali. Vi ho trascorso moltissimo tempo”, racconta. Nel 2021 questo rapporto ha preso anche la forma di un album, In Translation, in cui Hammill ha reinterpretato brani firmati da Luigi Tenco, Fabrizio De André, Piero Ciampi e Mogol.
Hammill non sembra intenzionato a vivere di rendita sul proprio passato. Continua a scrivere, a sperimentare e a cercare qualcosa che ancora non conosce. “Iniziare ogni nuova canzone rimane sempre l’avventura più affascinante”, dice.