Menotti e Bernstein in scena a Venezia. Con ironia sugli anni Cinquanta americani “en rose”

Alla Fenice in trasferta al Goldoni i due compositori si incontrano nella regia di Gianmaria Aliverta. Una coppia meno strana di quel che si potrebbe pensare, e non solo per contiguità cronologica
15 OTT 26
Immagine di Menotti e Bernstein in scena a Venezia. Con ironia sugli anni Cinquanta americani “en rose”

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La coppia è meno strana di quel che si potrebbe pensare, e non solo per contiguità cronologica, del 1947 The Telephone ou L’Amour à trois di Gian Carlo Menotti, del ’52 Trouble in Tahiti di Leonard Bernstein. La prima è una sveltissima operina buffa che guarda alla Serva padrona e agli altri intermezzi settecenteschi. Ben vorrebbe fare la sua proposta di matrimonio a Lucy, che però è perpetuamente al telefono: ci riuscirà soltanto telefonandole a sua volta. Bernstein racconta invece la crisi di un’altra coppia che è sempre sul punto di scoppiare e non lo fa mai, Dinah e Sam, mentre un trio jazz de-canta l’american dream borghese degli anni Cinquanta, nell’immaginaria città felice di Suburbia dove si va al cinema a vedere, appunto, Trouble in Tahiti.
Accoppiati dalla Fenice in trasferta al Goldoni (teatro, però, quantomai “sordo”), i due atti unici lo sono stati di più dalla regia di Gianmaria Aliverta, che firma anche i costumi spiritosi. Menotti funge quindi da prologo a Bernstein, e i protagonisti gli stessi, prima e dopo il matrimonio. Resta da capire perché siano diventati così disperatamente infelici dietro la patina del successo e della rispettabilità: Aliverta lo spiega con la perdita di un figlio bambino, che infatti torna a scatenare le loro angosce. La solita solfa sulla “fedeltà” al libretto ha poco senso: quel che conta è se la trovata “funziona”, e in effetti è così. Però l’aspetto migliore dello spettacolo è l’ironia, perfida quindi intelligente, con cui Aliverta sfotte l’ultima età dell’innocenza degli States fra Truman ed Eisenhower, un mondo di felicità obbligatoria quindi fasulla che sembra uscito dal Truman show, dove le donne sono vestite di tailleur rosa o azzurri con le nuvolette e perfino la sacca da golf di Sam è tutta “en rose”. Le scene di Elsa Zamparutti sono deliziose, idem le coreografie di Nicola Tazzi. Ci si diverte, insomma.
Che Menotti sia rappresentato così poco è abbastanza scandaloso, specie oggi che sulle accuse e polemiche violentissime per mancata avanguardia e lesa Darmstadt ci si può fare un’ulteriore risata. Basterebbe, per rivalutare il Menotti operista, classificarlo come il primo dei postmoderni, che si aggira per il vasto supermercato della storia della musica scegliendo dagli scaffali quel che più gli serve, dai recitativi secchi in avanti. The Telephone appare così quel capolavoro in miniatura che è. Bernstein è più ambizioso e forse meno riuscito, perché nel suo linguaggio pur eclettico il jazz trio si fonde con minor naturalezza con quello dei cantanti, risolutamente operistico. L’aria di Dinah e il seguente duetto con Sam sono però perfetti nella loro commozione, calcolata con la cinica precisione di un Puccini yankee. Merito, certamente, anche della direzione spigliata di Jacopo Brusa, molto in sintonia con il palcoscenico: Menotti trasforma in arpeggi pure il girare del rotore del telefono, all’epoca ovviamente fisso (il telefono, la loro voce: la fascinazione che esercitava sugli operisti del Dopoguerra meriterebbe un saggio, e c’è perfino chi sostiene che La voix humaine fosse in realtà il “j’accuse” di Poulenc contro il pessimo funzionamento della rete telefonica di Parigi).
In scena ci sono Elisa Balbo e Allen Boxer, rispettivamente soprano e baritono. Lei, oltre a cantare benissimo, si dimostra una vera artista quando svela l’angoscia della donna dietro la futile soddisfazione della sciura impegnatissima a fare nulla; lui è palestratissimo, ma purtroppo non nella voce. Alla matinée domenicale, teatro inaspettatamente non semivuoto (diciamo semipieno, via) ma plaudente.