I Perturbazione e l’arte di tradire le canzoni (degli altri)

Tommaso Cerasuolo racconta “Risuona”, il disco in cui la band piemontese riscrive dieci canzoni internazionali. Dalla lezione di De André alla metrica di “Only You”

10 OTT 26
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Perturbazione, foto di Luigi De Palma

“Tradurre una canzone è un atto di equilibrio: se da una parte cerchi di preservare la tradizione, dall’altra devi tradirla un po'”. Tommaso Cerasuolo descrive così “Risuona”, il nuovo album dei Perturbazione in uscita il 9 ottobre per The Saifam Group. A due anni dall'omaggio dal vivo a “La Buona Novella” di Fabrizio De André, la band di Rivoli – in attività dal 1988, da “Agosto” al successo sanremese con “L'unica” – torna con un album di riadattamento e riscrittura in cui dieci brani internazionali vengono tradotti e riesplorati in lingua italiana.
Il disco è stato anticipato dal singolo “Quel che non ho più”, rilettura di “Only You” degli Yazoo (1982), in cui la celebre metafora della finestra e del vetro che separa due ex diventa il perno di una nuova sensibilità narrativa. Un approccio che rifiuta le scorciatoie dei grandi successi pop per scavare in un catalogo di memoria e affetto. Un lavoro metrico e linguistico complesso, dove l’italiano impone le sue regole e il suo ritmo. “Il gioco era proprio non fare un album di pezzi celebri traducendoli, bensì rivisitare il catalogo con cui siamo cresciuti musicalmente”, spiega Cerasuolo, voce della band di Rivoli.
Negli anni ’60 le hit inglesi si riadattavano per pura necessità linguistica. Oggi che tutti capiamo l’inglese, quando il “tradimento” diventa una scelta d’autore?
È un tradimento positivo, un patto tra l’autore originale e la tua cifra stilistica. Dal punto di vista legale è interessante: se fai una cover puoi stravolgere l’arrangiamento quanto vuoi, basta dichiarare l’autore e i diritti vanno a lui. Se fai una traduzione, invece, devi mandare il testo a chi possiede i diritti per chiedere l’autorizzazione a pubblicare.
E dal punto di vista del racconto del brano cosa cambia?
Lì entra in gioco il lavoro narrativo. Per esempio, in “Only You” non viene detto esattamente “Chiamo il tuo nome”, ma “It’s like a story of love, can you hear me?”. Io ci ho messo il fatto che lei stia chiamando il suo nome perché suonava bene, perché “risuona”, funziona. È un gioco di vocali e suoni, mantenendo però la fedeltà al senso, al clima e all’atmosfera del pezzo.
Nella tradizione italiana di riadattamenti ci sono Adriano Celentano, Gianni Morandi ma anche un “padre nobile” come Fabrizio De André.
Ci sono stati risultati eccellenti, come De André e gli altri che hai citato, a volte rimasti più degli originali. Ma ci sono stati anche veri e propri stravolgimenti.
Per esempio?
Penso a Renato Zero che negli anni ’70 riprendeva “Dreamer” dei Supertramp e trasformava il sognatore dell’originale in “Sgualdrina”. Un cambio semantico decisamente estremo. È un aspetto della storia della canzone che ci piace molto raccontare anche dal vivo durante i concerti, giocando con questo tipo di aneddoti.
Due anni fa avete portato in scena “La Buona Novella”, diventato poi un disco. Cosa vi ha insegnato la metrica italiana quando ci si confronta con il repertorio altrui?
L’insegnamento fondamentale è che devi avere una pila enorme di tentativi scartati per riuscire a ottenere solo dieci canzoni funzionanti. È un’alchimia con regole quasi magiche. Il ritornello è sempre il punto critico su cui allenarsi.
La rigidità della lingua italiana diventa un limite o un vantaggio creativo?
Bisogna sempre tenere a mente il significato profondo dei versi. Sul web ci sono intere community, come SongMeanings, dove gli ascoltatori dibattono su passaggi oscuri. Ad esempio in “Hotel California” degli Eagles ci sono centinaia di interpretazioni diverse. Quando vai a tradurre, non puoi farle stare tutte dentro. Devi sceglierne una, che presumibilmente sarà quella che si canta meglio, che sta nella metrica e che, appunto, “risuona”.
In “Quel che non ho più” quanto vi siete allontanati da “Only You” per trovare una vostra voce e cambiare senso al pezzo originale?
È stato sorprendente, è stato un gioco nato spesso da frasi del testo originale. Mi piace che ci siano riferimenti italiani molto chiari ma senza sbilanciarsi troppo. Riuscire insomma a dare al brano un suo carattere autonomo.
Come è avvenuta la selezione delle canzoni di “Risuona”? Avete preso brani di culto dell’indie-rock dei primi Duemila, dagli Interpol ai Notwist.
Sono tutti artisti che fanno parte della nostra formazione. La scelta però nasce anche da un fatto pratico: tradurre un grande successo commerciale è difficilissimo proprio perché il pubblico lo conosce troppo. Funziona bene, invece, con canzoni che si sono sedimentate meno nell’immaginario collettivo. L’unica tra queste dieci che ha avuto una storia commerciale è “Only You” degli Yazoo. Ma parliamo comunque di qualcosa che rimane latente nella memoria collettiva, non è così “ri-inciso”.
Come nasce idealmente questo disco rispetto al vostro percorso recente?
“La fantasia è un posto dove ci piove dentro”, diceva Italo Calvino nelle “Lezioni americane”, riprendendo un verso del Purgatorio di Dante: “Poi piovve dentro a l'alta fantasia”. Non sai esattamente tutto quello che stai facendo mentre lo fai, ma guardando il lavoro dall'alto mi sono accorto che “Risuona” sembra la prosecuzione ideale del nostro disco del 2020, “Disamore”. Quello era un album complesso, penalizzato dall’uscita in pieno Covid, ma in cui credevamo tantissimo.
C’è il filo rosso che unisce queste dieci riscritture?
Da una parte c’è l’amore, quel qualcosa che risuona in noi a lungo, anche quando apparentemente non c’è più. Poi c’è l’assenza. È quella dimensione con cui tutti dobbiamo imparare a convivere quando un innamoramento finisce o quando perdiamo degli affetti cari. Con la maturità l’assenza diventa fondamentale e cosa farne è il tema centrale di molte di queste canzoni. Tutto questo l’abbiamo capito facendo il disco.
Facendo un passo indietro, nel 2014 avete partecipato a Sanremo con “L’unica”. Oggi vi interesserebbe tornarci?
Dipende moltissimo da quello che stai facendo e dalla “temperatura” che si crea attorno al tuo progetto in quel determinato momento. Sei l’ingranaggio di una macchina: puoi essere utile in quel momento, oppure puoi fare la cosa più bella del mondo ma non interessare a quella direzione artistica. Tutti desideriamo scrivere la canzone giusta, ma le variabili per trovarsi nel posto giusto al momento giusto sono tantissime. Oggi Sanremo me lo guardo dal divano con mia figlia Emma e ci divertiamo molto.
Che ricordo rimane di quell’esperienza?
Per me è stata un’avventura elettrizzante e buffa. La mia fortuna è stata viverla all’interno di una squadra, di un gruppo di persone unite, non da solista. Fragorosa e frastornante, la rifarei senza dubbio.
Porterete “Risuona” in tour?
Dopo le presentazioni speciali in veste acustica accompagnate da una chiacchierata sul disco a Milano, Torino e Roma, faremo una data zero sabato 7 novembre al Teatro Magda Olivero di Saluzzo. Il tour vero e proprio nei club e nei teatri ci sarà poi tra gennaio e marzo, con le date che annunceremo a breve. Abbiamo tanta voglia di suonarlo e risuonarlo dal vivo.