Capossela, Capovilla, un amico morto e un “dramma per voci” di Dylan Thomas

Renato Striglia, dj torinese e “diavolo custode” di Vinicio, sognava di tradurre “Sotto il bosco di latte”. Ora il suo sogno prende corpo dal buio. “E Morte non avrà dominio” è una ballad opera che crede nella vita oltre la morte, ma non in Dio. O quasi

10 OTT 26
Immagine di Capossela, Capovilla, un amico morto e un “dramma per voci” di Dylan Thomas

Capossela e Capovilla al Teatro Olimpico durante Romaeuropa per il debutto di "E morte non avrà dominio" (Andrea Morgillo®)

Renato Striglia si fingeva guardia del corpo per amor di spettacolo. Quando Vinicio Capossela attaccava “Body guard”, lui – dj torinese di rock’n’roll, “diavolo custode e compagno di viaggio”, come lo chiama Capossela – saliva sul palco in tenuta da “gorilla” (occhiali scuri, giacca e cravatta), e restava lì a braccia conserte. Era il 1996, la tournée del “Ballo di San Vito”, e il produttore, invece di noleggiare un’auto per quei due mesi, ne aveva comprata una: una Bmw, una macchina da duri, come non se ne fanno più. Renato la rilevò, pagandola a rate, e divenne il suo orgoglio. Finché un giorno decise di partire per l’India, per un matrimonio che non si fece mai – Capossela doveva fargli da testimone: la sposa prometteva di portare Keith Richards! – e dove si sarebbe messo a commerciare vecchi ventilatori e a fabbricare camicie con il marchio René Turin e la dicitura “Fashion for losers”. Quel giorno era così in ritardo che non pensò nemmeno a un taxi: andò in aeroporto con la Bmw e la lasciò lì. Gliela portarono via. Quando tornò in Italia non aveva più neanche la macchina per arrivare a casa. “Di quelle camicie ne avrà fabbricate un centinaio’, racconta Capossela. “La resa è stata scarsa, ma per tutti noi hanno un valore. Io la indosso quando devo diventare invincibile”.
“René” Striglia è morto nel 2020. Per anni aveva lavorato a una traduzione italiana di “Under Milk Wood”, il poema per voci che Dylan Thomas scrisse per la radio e che la Bbc trasmise nel gennaio del 1954, due mesi dopo la morte del poeta gallese, rockstar prima del rock. Renato non l’ha mai finita, ma aveva già deciso che i due narratori sarebbero stati Capossela e Paolo Rossi. Così è stato, nel radiodramma andato in onda a maggio su Radio3. Da quell’ennesimo “music project” interrotto nasce anche “E Morte non avrà dominio”, la prima ballad opera di Capossela – randagio patrono degli sconfitti, custode di feste e di fantasmi che stavolta si fa capocomico e oste di un villaggio che non c’è. Prodotto da Imarts con la Fondazione Teatro Due di Parma e La Cùpa, ha debuttato al Teatro Olimpico per il Romaeuropa Festival e resterà in tournée fino al 21 dicembre. Poi basta: una sola stagione, “un’apparizione, un evento destinato a scomparire”, spiega Vinicio. “Dylan Thomas non l’avrei conosciuto se non fosse stato per Renato. Ho cercato di fare una cosa che voleva fare lui, e a cui io non ho prestato attenzione quando ero in tempo per dargli una mano. Abito il sogno di qualcun altro”.
La loro lunatica amicizia appartiene alla Torino di metà anni Novanta, che per Capossela era il posto migliore dove scoprire musica nuova, con la consolle di Giancarlo, ai Murazzi, epicentro di tutto. Renato veniva dalla radio: negli anni Ottanta, in coppia con Alberto Campo, aveva portato la new wave nelle notti della città-fabbrica. Renato non era solo il (finto ed elegantissimo) gorilla sul palco: era quello che scriveva del disco, che presentava Capossela al suo pubblico, un po’ tour manager e un po’ uno degli amici che finivano nelle sue canzoni. In tournée dividevano la stanza: Renato telefonava per ore, poi si addormentava con la sigaretta accesa e bruciava le lenzuola, che toccava ripagare agli alberghi. E poi il Toro, curva Maratona: una condizione esistenziale, dice Vinicio, che gli dedica la frase di Chinaski: “I vincitori non sanno quello che si perdono”. Quest’estate la canzone del bodyguard è tornata, rivisitata insieme a Pierpaolo Capovilla, voce del Teatro degli Orrori e, da quest’anno, attore candidato al David di Donatello per “Le città di pianura” di Francesco Sossai. Il posto di Renato è di nuovo occupato. E il suo sogno prende corpo dal buio.
Una vasca di latta, un villaggio sul mare dove non succede niente, quindici canzoni nuove e un coro di voci. Una processione di vivi e morti
Torniamo a teatro. Perché al centro della scena c’è una vasca da bagno e dentro c’è proprio Capovilla. È tre persone insieme: “Sono un po’ Dylan Thomas, un po’ Capitan Gatto e un po’ anche Renato”, dice. Capitan Gatto è il vecchio marinaio cieco di Llareggub, il villaggio sul mare inventato da Thomas, il cui nome letto al contrario suona in inglese come un’imprecazione. Il senso idiomatico, però, è quello su cui ruota lo scherzo di Thomas: in quelle ventiquattrore nella cittadina non succede “un cazzo di niente”, mentre intorno alla vasca si affollano i suoi abitanti. “Appaiono voci, canzoni animate, sagome di alberi e musicisti dietro al tulle, cantanti d’opera, e quindici brani nuovi, ognuno con il suo personaggio, e ogni personaggio con la sua mania, dal minuscolo all’universale. Il 22 gennaio per Bmg quelle canzoni, come farfalle, andranno a fissarsi nella bacheca di un disco: ‘Milk Wood Bar’”, spiega Capossela. Alcune voci arrivano da più lontano: Capitan Gatto parla con quella di Daniel Melingo, il tanguero argentino morto a giugno, la signora Ciliegia con quella di Ornella Vanoni. Uno spettacolo pieno di tracce di morti. “In questa storia non si finisce mai di lasciarsi”, si sente a un certo punto.
foto Andrea Morgillo®
foto Andrea Morgillo®
Capossela non voleva mettere in scena Thomas. Dice di non essere un drammaturgo, e lo spettacolo gli dà ragione: più che una storia è una processione di apparizioni, che chi ha ascoltato il radiodramma riconosce e gli altri accolgono sulla fiducia. “Mi interessava un’altra storia: che cosa resta di una vita che finisce in una stanza solitaria, finché il mondo non irrompe e sgombera anche quella. In una società così basata sul patrimonio, quello che lasciamo in eredità sono i beni, i figli, tutto ciò che è quantificabile. Ma che cosa lascia una persona che ha solo una manciata di oggetti, e un gatto?” La vera essenza dell’esistenza, aveva detto al Foglio qualche anno fa, sta nelle cose che non hanno prezzo. E perché proprio una vasca, e non un letto, un divano, magari una bara? “Sono un frequentatore della vasca”, racconta Capossela, che cita il Drugo del “Grande Lebowski”, a mollo ad ascoltare i canti delle balene con una canna in mano, e Napoleone, che a Sant’Elena faceva bagni così lunghi da corrodersi la pelle. “È il più straordinario luogo di raccoglimento, e anche di resa. La vasca in scena è di latta. Un barchino da migrante, un sepolcro, ma anche un’arca di Noè rattoppata”. L’arca viene da Thomas, dal prologo che scrisse per le sue “Collected Poems” nella casa sull’estuario di Laugharne: il poeta trasforma la sua dimora in un’arca, immagina moltitudini di arche che salvano il mondo, e alla fine il diluvio, invece di distruggere, fiorisce.
Bukowski, DeVille, Dylan Thomas, i “cattivi maestri” del perdere con eleganza. Sempre pronti a cogliere occasioni che non arrivano
Perché Capovilla, allora? I due non si conoscevano: li ha fatti incontrare “Le città di pianura”, il film che ormai hanno visto tutti: storia di due cinquantenni sbandati che aspettano un amico lungo una notte che pare non finire mai. C’entra anche l’amicizia maschile, che nella vita di Capossela ha sempre avuto la stessa forma: un compagno “un po’ più grosso di me”, dice, “con più stazza, più stabilità, più senso pratico, con più indicazioni su cosa bere e cosa no”. René era uno di loro. Un’amicizia “trasmutata in epica”. Capossela e Capovilla lo spiegano con la teoria dei cattivi maestri, che non sono quelli degli anni di piombo ma “compagni di strada immateriali, che sono poi i più reali. Quelli incontrati sui libri o nei dischi, al massimo in qualche locale a tarda ora: da Bukowski a Willy DeVille, lo stesso Dylan Thomas, stecchito a trentanove anni da diciotto whisky di fila. Cose che fanno una leggenda, ma che lasciano morti sul campo”. In scena Capovilla/Renato ne fa una dottrina: ci si accoda al corteo dei perdenti con dignità, finché tocca a te guidarlo. Ma per perdere alla grande bisogna vestirsi bene, essere sempre pronti per le grandi occasioni, anche se non arrivano mai. Di quella lista uno conta più degli altri. Willy DeVille, crooner newyorkese di serenate latine e marciapiedi, è con Tom Waits uno dei modelli dichiarati di Capossela: la stessa miscela di cuori spezzati a tempo di bolero, di allegria che sa di addio, di malinconie e palcoscenici. Una notte Renato telefonò all’amico per raccontargli di una promessa scambiata anni prima con DeVille, a fine concerto: l’americano era un grande appassionato di rose, e chi dei due fosse morto per primo avrebbe ricevuto dall’altro una rosa d’argento sulla tomba (“lacrime di cristallo l’hanno bagnata”). DeVille se n’è andato per primo, Striglia undici anni dopo. Due romantici della stessa specie.
Quest’estate ne sarebbe servita un’altra, di rose. Il 6 agosto, lo stesso giorno di DeVille ma diciassette anni dopo, è morto Guccini, che nel 1989 aveva ascoltato al Premio Tenco la cassetta di un giovane Capossela e lo aveva portato da Renzo Fantini, il suo storico manager (lo stesso che anni dopo avrebbe comprato la famosa Bmw). “Tutto questo non esisterebbe senza Guccini”, ricorda Capossela. In queste settimane, ha riascoltato “Odysseus”, una delle canzoni meno note di cui il “maestrone” andava più fiero: un Ulisse dal cuore contadino e Itaca come Pavana, la casa dei padri sull’Appennino.
Di ritorni, in fondo, parla anche il titolo. Viene da una poesia che Thomas scrisse a diciott’anni, e che a sua volta viene da San Paolo: nella Lettera ai Romani è Cristo risorto quello su cui la morte non ha più dominio. In scena, però, si intreccia con un’altra poesia di Thomas, che chiede di non entrare docili in quella buona notte e di infuriare contro il morire della luce. Sul palco ci sono un’arca, una preghiera della sera, e nella vasca un uomo che si chiama Pierpaolo per omaggio a Pietro e Paolo, figlio di una novizia paolina che non prese i voti e di un padre che voleva farsi prete. Viene da chiedere se sia uno spettacolo sulla risurrezione. Capovilla è spiccio. “Non credo in Dio, e anche lui non crede in me”. Però il cristianesimo se lo tiene stretto, alla sua maniera: “La pietas e la fratellanza sono il mio retaggio cristiano, al quale non rinuncerò mai. Nella solidarietà io ti devo aiutare. Nella fratellanza io ti devo proteggere, perché sei membro della mia famiglia, della famiglia umana”. Capossela: “Thomas era a suo modo un poeta religioso, anche se non praticante, e in punto di morte avrebbe detto di voler tornare nel giardino dell’Eden, di voler essere incosciente per sempre. Io invece vorrei sconfiggere la paura della morte, dalla cui amministrazione passa ogni esercizio di potere. Dire che la morte non avrà dominio è un principio di protesta quasi infantile, un capriccio vitale”. La risurrezione, insomma, c’è, ma è laica: l’amico che sopravvive nelle canzoni, la comunità che si stringe intorno alla vasca. “Si perderà tutto”, chiosa Capossela. “Ma, come dice la poesia, non l’amore”. È il verso di Thomas: though lovers be lost love shall not. Si perderanno gli amanti, ma non l’amore. And death shall have no dominion.
Foto Simone Cecchetti
Foto Simone Cecchetti
C’è poi un’idea che Thomas abbandonò e che Capossela ha raccolto. All’inizio il lavoro doveva chiamarsi “The Town That Was Mad”: un villaggio dichiarato collettivamente pazzo e recintato dalle autorità, i cui abitanti, chiusi dentro, finiscono per stare molto meglio di quelli fuori: pazzo è il mondo. In “Under Milk Wood” il recinto sparisce; nello spettacolo torna: la stanza intorno alla vasca è il villaggio, fuori c’è il mondo che conosciamo. Capossela ne fa un recinto buono. Gli si può obiettare che un recinto d’innocenza resta un recinto, solo più simpatico, e lui non si sottrae: “Si può recintare per rinchiudere, ma anche per proteggere. Quando penso a un recinto di umanità penso a qualcosa che metto a protezione di quello che amo”. In Thomas c’è una vecchia di ottantacinque anni, Mary Ann Sailors, che al risveglio annuncia al mondo che il paradiso in terra esiste, ed è proprio lì, sotto il colle calvo di Llareggub. Capossela le dà ragione: legge “Fern Hill”, la poesia dell’infanzia in cui il tempo lascia giocare il poeta, verde e dorato, prima di tenerlo in catene. E Capovilla dalla vasca ribatte che soltanto gli amanti, e la morte, riescono a inceppare le lancette. Del resto non si idealizza il villaggio. Llareggub appartiene a una famiglia di libri sulle comunità, da Spoon River a “Winesburg, Ohio” di Sherwood Anderson, e la comunità “non è affatto un luogo paradisiaco, anzi è un luogo di grande recinzione interna: ognuno viene definito dal ruolo che ha, e non ne esce più. Pueblo chico, infierno grande. Llareggub ne è la versione più gentile e meno severa”. Il rovescio è “Dogville” di Lars von Trier: poche case disegnate col gesso nel buio, dove si vede all’opera “la ferocia dei meccanismi del mondo piccolo. D’altronde”, dice Capossela, “l’infanzia, tanto celebrata, è anche una delle stagioni più crudeli dell’umano”.
“E Morte non avrà dominio”. Una risurrezione c’è, ma è laica: l’amico che sopravvive nelle canzoni e un capriccio vitale contro la paura di morire
“Under Milk Wood” comincia nel buio, in una notte senza luna, ed è teatro per l’orecchio, la vista non è considerata. Capossela, che a lungo ha pensato a un grande “ammutinamento” – fare lo spettacolo tutto al buio – alla fine ha scelto “la matericità dei corpi”, ma si comincia comunque da lì. “Il buio è il luogo fertile, della creazione. Il nero genera tutti gli altri colori. E il nostro villaggio è pieno di dettagli piccanti: il bosco di latte è esattamente il posto dove ci si va a imboscare, a consumare la propria natura più intima”. Lo spettacolo si schiera a favore di una lista di “cose in disuso”: i beautiful losers del rock’n’roll, l’epica del fallimento, un certo anarchismo felino. Anche il buio, del resto, è una cosa in disuso: ai concerti come fuori. “Saranno anche in disuso”, dice Vinicio. “Ma se le usi sono perfettamente funzionanti”.
All’Olimpico lo ha applaudito un pubblico che conosce le sue canzoni prima di ascoltarle. Lo spettacolo è un atto d’amore per un amico, e chiede di essere ricambiato. Del resto tutto è nato da una rosa. La prima canzone scritta, racconta Capossela, è quella di “Silver Rose”, l’amata morta che torna a parlare a Capitan Gatto nei sogni. Scritta quella, bisognava scrivere tutte le altre. La rosa d’argento che toccava a Renato ci ha pensato lui a coltivarla, e sfiorisce in una stagione: il 21 dicembre, a Firenze, lo spettacolo chiude e non tornerà. Le canzoni andranno nel disco, la vasca in magazzino. Si perderanno gli amanti, ma non l’amore. Né quella camicia per diventare invincibili.