"Roma", l’ultima opera di Jules Massenet in scena a Parigi

La pièce riesumata dall’oblio riprende il vero Grande Trauma Nazionale francese, in una sorta di Asterix volto al tragico. Convincente l'esecuzione al Théâtre des Champs-Élysées
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Foto LaPresse

C’è la solita vestale fedifraga per amore, di quelle che piacevano tanto a Beethoven (Vestas Feuer), Spontini (La vestale), Bellini (Norma) e chissà a quanti altri. Fausta, questo il nome dell’infelice, viene sedotta dall’eroico ma non geniale tenore, non a caso battezzato Lentulus, e di conseguenza il fuoco sacro si spegne causando nientemeno che la disfatta di Canne. Condannata a essere sepolta viva dopo una sbrigativa inchiesta del pontefice Lucius Cornelius, fra le invettive dei cori e le deplorazioni del severissimo papà Fabius Maximus, sta per entrare nella tomba quando, per abbreviarle l’agonia, viene pugnalata a morte dalla nonna (!) cieca (!) di nome Posthumia (!). Non è il nuovo album di Asterix ma la trama di Roma (1912), l’ultima opera di Jules Massenet che morì poco dopo la prima, lasciandone peraltro tre postume e altrettanto dimenticate. Ma non dal sempre benemerito Palazzetto Bru Zane, il “Centre de musique romantique française” che ne ha organizzato un’incisione discografica e un paio di esecuzioni in forma di concerto (per fortuna: Roma sarebbe l’incubo registico perfetto), la seconda lunedì al Théâtre des Champs-Elysées di Parigi.
Il soggetto è tratto da una dimenticata tragedia di Alexander Parodi del 1876, che aveva intenti patriottici perché rivendicava le origini latine della Francia sbaragliata dai brutali teutoni nella guerra del 1870, il vero Grande Trauma Nazionale. Perché quasi quarant’anni dopo Massenet si sia imbarcato in un’impresa simile non è chiaro: nulla sembra più lontano dalla sensibilità di Jules de’ languori. Infatti i momenti migliori sono quelli lirici: l’aria del tenore, il suo duetto con la sacerdotessa, il bellissimo entracte fra il secondo e il terzo atto (o forse preludio del terzo). Benché stanco, Massenet non aveva certamente perso la sua classe di strumentatore, ma lo stile severo non gli si addice e l’opera dà una curiosa sensazione di irrealtà atemporale, fuori tempo massimo, un prodotto forse non scadente ma sicuramente scaduto in anni in cui imperversavano Strauss, Puccini, Schönberg, Stravinskij. Credo che Roma sia l’ultima opera della storia a essere preceduta da un’ouverture. Detto questo, per parlarne, sia pure male, bisogna conoscerla; quindi, questa parigina è stata un’occasione preziosa. Tanto più che l’esecuzione è stata nel complesso convincente.
E' difficile valutare un direttore su una partitura che non si era mai ascoltata prima. Che il giovane Diego Ceretta abbia dei numeri, sapevamcelo, ma questo Massenet terminale e non semplice lo conferma: autorevolissimo e capace di valorizzare il meglio che c’è, alla testa di una Filarmonica di Monte-Carlo non sempre inappuntabile, a differenza del Coro di Radio France. Se non ideale, buona pure la compagnia. Rachel Willis-Sørensen, Fausta, canta assai bene, anche se non mi sembra proprio una tragédienne. Notevole Julie Robard-Gendre come nonna assassina, anche perché si tratta di un autentico contralto (la parte è un omaggio di Massenet a Lucy Arbell, il suo ultimo amore). Jean-François Borras viene a capo della parte di Lentulus che richiederebbe una vocalità ben più spinta, Tassis Christoyannis e Patrick Bolleire sono adeguati alle parti del papà severissimo ma dolente e del sacerdote inflessibile e un po’ stronzo, e il migliore di tutti è Jérôme Boutillier che è un fantastico Vestapor, il gallo (inteso come schiavo) che fa dei sarcasmi sulla sconfitta romana. Pubblico abbastanza perplesso ma alla fine festante, forse per il sollievo perché i 120 minuti indicati come lunghezza dei primi tre atti si sono rivelati appena 90 (quanto agli altri, il quarto è prolisso e il quinto velocissimo).