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Violetta for ever. La lunga scomparsa e il fantasma della memorabile Callas di Visconti
In scena alla Scala di Milano la trecentesima recita della Traviata, con la sua eroina immortale, dal suo debutto scaligero nel 1859
28 SET 26

Nel 1955 Luchino Visconti riportò la Callas alla Scala, dove aveva debuttato nel 1950 in “Aida”, nei panni di Violetta (foto di Erio Piccagliani © Teatro alla Scala)
Come in un racconto di Buzzati, alla Scala si aggira un fantasma: Maria Callas. Non è più un fantasma minaccioso, ma c’è. Se va in scena Traviata lo spettro della Divina sta lì, da qualche parte, acquattato. E’ un ricordo che quasi nessuno dei presenti può ormai coltivare, ma il mito non si esaurisce nella memoria, vive piuttosto di racconti, suggestioni, leggende pubbliche e private. La Scala ha una sua letteratura forse ancora da scrivere tutta di filato, una sua epica dove certi personaggi prevalgono su altri, la ballerina Fanny Elssler, la soprano Adelina Patti, Arturo Toscanini, Renata Tebaldi, Luchino Visconti e ovviamente la Callas. Ma la storia comincia molto tempo fa, quando c’era ancora Maria Teresa d’Austria, quando transita Napoleone, quando ritornano gli austriaci; il teatro è sempre fermo lì, con la sua sobrietà quasi dimessa, e assiste alle Cinque Giornate, e poi alle cannonate di Bava Beccaris, ai comizi di Mussolini, agli scioperi del Biennio rosso, alla tetra eleganza dei gerarchi, alle bombe degli alleati, al severo dopoguerra dove proprio la Callas vi debutta, e poi il Sessantotto e gli Anni di piombo. Ogni prima, ogni ripresa, ogni novità è un possibile scontro, un’attesa, una promessa da mantenere o da tradire. Adesso che è andata in scena mercoledì scorso la trecentesima recita dell’opera verdiana dal suo debutto scaligero nel 1859 – la primadonna era Paolina Colson, Alfredo era Ruggero Sirchia – il rito naturalmente si ripete. L’allestimento è quello che nel 1990 aveva voluto Riccardo Muti, con la regia di Liliana Cavani, le scene di Dante Ferretti, i costumi di Gabriella Pescucci. Allora Violetta era Tiziana Fabbricini, oggi è la star statunitense Nadine Sierra. Il direttore è Michele Gamba, la coreografia di Micha Van Hoecke, il maestro del coro Alberto Malazzi. Su trecento recite di Traviata nella storia scaligera cento sono firmate dalla Cavani, cioè un terzo. Il motivo è che prima di questo allestimento che debuttò nel ‘90, per ventisei anni, cioè dal 1964, Violetta e Alfredo non avevano più messo piede nel teatro.
La trecentesima recita scaligera per la Traviata. Prima dell’allestimento di Muti, nel ’90, Violetta e Alfredo mancavano dal teatro da 26 anni
E qui c’entra il fantasma della soprano greca e la testardaggine dei suoi cosiddetti vedovi. La storia è curiosa, saporita, un vero melodramma nel melodramma. E d’altra parte, il clima polemico accompagna Traviata già dal suo apparire nel 1853 e non alla Scala, bensì alla Fenice di Venezia. Contrariamente a quanto si crede, e nonostante un’iconografia che vede volentieri la bella barba argentea di Verdi stagliarsi di fronte ai portici del Piermarini, il rapporto tra il compositore e il teatro milanese non era affatto idilliaco e la colpa era, in gran parte, dell’impresario che dal 1829 al 1850 fu alla guida della Scala, Bartolomeo Merelli, un bergamasco dalla allegrissima gestione finanziaria e dal profilo morale al limite del filibustiere. Fin dal Nabucco, nel 1842, Verdi aveva visto le sue opere andare in scena con allestimenti discutibili, materiali di risulta, cast non proprio all’altezza. Merelli tirava il collo a chiunque e cercava di risparmiare su tutto. Ma non si fermava lì. Il critico Franco Abbiati ha raccontato che Merelli cercò di rivendere la Giovanna d’Arco all’insaputa del compositore, come si trattasse di cosa sua. La storia è ripresa anche da Giuseppe Barigazzi nel suo divertentissimo La Scala racconta. Verdi scoprì le malversazioni dell’impresario, che cercava direttamente un accordo con l’editore Giovanni Ricordi – il quale invece lo smascherò – e nonostante avesse in quella stagione, 1845-46, ben quattro opere in cartellone, ruppe con il teatro e l’impresario, giurandogliela per il futuro, gli tolse il Macbeth e lo fece debuttare a Firenze. Questo è il motivo per cui molte opere di Verdi sbarcavano alla Scala anche anni dopo il loro debutto in altri teatri. Fu il caso di Traviata, che giunse a Milano solo nel 1859, sebbene scritta con un librettista legatissimo al teatro milanese, cioè Francesco Maria Piave, che con il compositore di Busseto fece opere decisive come Ernani, Rigoletto, il Macbeth appunto e quindi La forza del destino. Quanto a Traviata, da allora la storia di Violetta è andata in scena in molti allestimenti: nel 1861, nel ’77 e ’78 con la Patti – allora famosissima – nel’79 con Marie Heilbronn, nell’86 con Gemma Bellincioni, nel’93 ancora con la Patti diretta da Edoardo Mascheroni, nel 1906 con Rosina Storchio e la bacchetta di Lepoldo Mugnone e, dopo una pausa abbastanza lunga, nel 1923 allorquando è Toscanini a dirigere Gilda Della Rizza e Aureliano Pertile (ripresa poi nel’25 e nel’28). Via via una serie di allestimenti e altre primedonne spesso ingiustamente dimenticate quali Gina Cigna, Maria Caniglia, Mafalda Favero.
La Violetta che sbucò dalla penna di Francesco Maria Piave, sollecitato da Verdi, è la parte più ambita e tra le più difficili che un soprano possa affrontare
In pieno conflitto mondiale, l’11 aprile 1943, Traviata va ancora in scena diretta da Nino Sanzogno, ma pochi mesi dopo, il teatro è semidistrutto dal brutale bombardamento di agosto e si fermerà. Così nel’45 la Scala si trasferisce nel vicino Teatro Lirico, e Traviata torna di nuovo con Mario Terni che dirige Onelia Fineschi e Giovanni Malipiero.
Il dopoguerra è però soprattutto l’epoca dei grandi registi: celebre l’allestimento di Giorgio Strehler del 1947 con Margherita Carosio, mentre nel 1951 la regia è di Mario Frigerio, direttore Victor de Sabata e soprano la Tebaldi, finché nel 1955 Luchino Visconti riporta la Callas alla Scala – dove aveva debuttato nel 1950 in Aida – nei panni di Violetta: l’orchestra è diretta da Carlo Maria Giulini, il maestro del coro è Norberto Mola e qui comincia la leggenda, perché una prima è a maggio di quell’anno, con Giuseppe Di Stefano come Alfredo, e poi ci sarà una ripresa a gennaio dove il grande tenore è sostituito dal bravissimo Gianni Raimondi. Non è più una sola Traviata quella viscontiana – una traviata spogliata di fronzoli, austera, tra verismo e passioni esacerbate, che rimanda a Ossessione e a Senso – ma sono già due e cominciano a crearsi i partiti, i distefaniani e i raimondiani. Di questa seconda versione e delle sue repliche esistono delle registrazioni nelle quali, tra i fruscii e le vampate di suono, si possono sentire i boati che accolgono la performance della Callas, una Violetta magra, allucinata, tutta vibrazione e sostanza, che fece scrivere a Eugenio Montale: “Alta, fiammeggiante la chioma a coda di cavallo, vocalmente robusta, talora stridula, mezzo strega mezzo figura preraffaellita, dotata di sopracuti che la partitura non prevede, la Callas trionfò e segnò una data”. La segnò pure troppo, perché su Violetta cadde la scure del Loggione, detto volgarmente piccionaia, dove si assiepano i melomani intransigenti, gli esperti, che si fa però, talvolta, anche tribunale metafisico, antro oscuro dal quale appunto, in certe occasioni, sbucano fuori i fantasmi. Per altro, per il cinquantenario della scomparsa, Scala ha inaugurato una grande mostra “Grazie a Luchino Visconti” e al rapporto del regista con il teatro milanese: costumi, scritti, bozzetti, retroscena anche della sua Traviata.
Callas, una Violetta magra, allucinata, tutta vibrazione e sostanza. Eugenio Montale scrisse che “trionfò e segnò una data”
Dopo quella edizione, i “Vedovi Callas” decretarono che dopo la sua nessun’altra Violetta sarebbe stata degna di calcare le assi del palcoscenico scaligero. Tanto che, quando il 17 dicembre 1964 si ebbe la malaugurata (di fa per dire) idea di affidare Traviata alla regia di Franco Zeffirelli e alla bacchetta di Herbert von Karajan, che chiamò la sua pupilla Mirella Freni, venne giù il teatro. Scrive Barigazzi: “Tradita dalla tensione, scoprì il fianco sui due terribili ‘Gioir!’ alla fine del primo atto. Bastò quel piccolo incidente per suscitare clamori esagerati cui Mirella, incautamente, rispose con un gesto di sfida nei confronti del loggione”. E’ vero, andò così: inondata di fischi, la grandissima soprano modenese se ne tornò in proscenio con le mani sui fianchi e il mento sollevato verso l’antro oscuro come a dire: e allora? Risultato: ci furono solo due repliche, e neanche più con lei, bensì con Anna Moffo. Tutta la truppa fu costretta a smontare la baracca. E dire che la Freni poi diverrà un simbolo della Scala, una beniamina. Su quell’episodio, molti anni dopo, ricorderà: “Era tutto organizzato. C’erano le bande. Ma intanto io sono ancora qui”.
Dopo l’edizione del ’55 i “Vedovi Callas” decretarono che nessun’altra Violetta sarebbe stata degna di calcare le assi del palcoscenico scaligero
Dunque, silenzio per ventisei anni, finché Muti nel ‘90 con la Cavani e la Fabbricini non riporta in vita Violetta, sfidando l’editto, ma non senza un gesto diplomatico. Alla vigilia della prima Muti e il sovrintendente Carlo Maria Badini misero le mani avanti tramite le pagine del Corsera: “Non intendiamo affatto confrontarci con un passato ormai consegnato alla storia”. L’allestimento, sobrio, elegantemente tradizionale di Cavani, Ferretti e Pescucci vince la sfida, Fabbricini e Roberto Alagna passano l’esame. Violetta è riabilitata. Ma chi è questo personaggio?
Be’, è Violetta Valéry, ovvero la donna che visse quattro volte. La prima, in carne ed ossa, si chiamava all’anagrafe Alphonsine Plessis, arrivò a Parigi dalla provincia, era povera, si portava dietro i traumi delle classi dominate del secolo economicamente più crudele, il Diciannovesimo. Ma era, pare, bella, di una strana bellezza modiglianiana, e intelligente, di un’intelligenza balzacchiana, aveva sedici anni. Si cambiò il nome in Marie Duplessis, che suonava meglio, per entrare nei salotti della capitale, e ci riuscì in pieno. La terza volta il nome divenne Marguerite Gautier e nacque dalla fantasia e dai ricordi personali di quel furbacchione di Alexandre Dumas Figlio, che l’aveva avuta come amante, l’aveva conosciuta bene e la reinventò protagonista de La signora delle camelie. La quarta ed ultima, Violetta appunto, sbucò dalla penna di Francesco Maria Piave, sollecitato da Giuseppe Verdi, che aveva letto il dramma dumassiano e si era infervorato. Se esiste un’eroina immortale, è lei. Traviata è, secondo attendibili statistiche, l’opera lirica più rappresentata al mondo. Violetta, la sfortunata, patetica, istrionica, insospettabile, coraggiosa, peccaminosa e virtuosa Violetta è la parte più ambita e anche tra le più difficili che un soprano possa affrontare. Non si diventa Dive se non si passa da Violetta e dal suo giubilante “Godiam, fugace e rapido e il gaudio dell’amor”, dal suo spensierato e provocatorio “Sempre libera”, dallo straziante, irresistibile “Amami Alfredo”; e vogliamo dir qualcosa del finale? Quando la morte giunge coi tromboni ed è accolta con una straniante rassegnazione, quasi con letizia: “Che strano, cessarono/gli spasmi del dolore/In me rinasce m’agita/insolito vigore!/Ah ritorno a vivere/Oh gioia!”. E’ una morte in scena degna di Didone, di Giulietta, di Mimì.
Violetta è un personaggio che nacque per dare scandalo. La frizzante signorina del demimonde parigino che abbandona la sua vita libera per credere all’amore di Alfredo, che è in realtà un cretino che sperpera i suoi soldi alla faccia di quel che si diceva di lei, tanto che il padre di lui, Giorgio Germont – conformista – la costringe a fare un passo indietro, a fingere di tradirlo, per non guastare la quiete familiare borghese (una sorella si deve sposare, pensa te!), e però la vera natura nobile della ragazza, giovanissima, integra, viene fuori ma è troppo tardi, lei muore di tisi.
Giuseppe Verdi fu costretto a retrodatare l’epoca della vicenda quando la mise in scena la prima volta, per passare la censura austriaca, e la scelta della protagonista gli costò fatica, era un personaggio complesso, dalle sfumature sottili e le pieghe psicologiche ardue. Mercoledì sera, trecentesima replica, la statunitense Nadine Sierra, bellissima, statuaria nei costumi sfavillanti della Pescucci – ma tutta la scena di Ferreti è illuminata da questi abiti che sono come un cesto di frutta succosa, un vaso di fiori freschi e profumati – si è presa molti applausi a scena aperta, anche dal loggione, perché le sue doti vocali sono davvero eccezionali. E’ intonatissima, non sbaglia mai. Grandi applausi anche per il Germont padre, molto in parte, il baritono russo Boris Pinkhasovich. Non moltissimi applausi per gli altri. Reazione si potrebbe dire composta o, come si usa nelle relazioni aziendali, interlocutoria. Sull’interpretazione di Violetta, e sulla tenuta emotiva, insomma la carica emozionale dell’opera, la borghesia milanese, che è ancora quella, accorta, accigliata, sufficientemente edotta e prudente come quando in città girava il feldmaresciallo Radetzky, è molto probabile che si riservi di dare un giudizio più avanti. Nel frattempo, i fantasmi restano nell’ombra, fino alla prossima occasione.